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La violenza di genere non è un meme

La spettacolarizzazione del processo di Johnny Depp contro Amber Heard è servita a costruire una reazione al #MeToo e ai suoi effetti. Il tentativo è quello di confondere una vicenda personale con un problema di sistema.

«Tutto quello che so di questi due lo so contro la mia volontà», scrive un ragazzo poco più che ventenne sotto un meme che prende in giro una storia che sarebbe molto seria se i giornali stessi non la presentassero più o meno come un meme: il processo per diffamazione di Johnny Depp contro Amber Heard. Un commento ironico che sintetizza il bisogno che avevamo di sbirciare sotto (e sopra, ahinoi) le coperte di una coppia disfunzionale di ricchi e famosi. 

Non ci sarebbe insomma alcun motivo per cui questa storia ci dovrebbe interessare, ma da come è stata costruita mediaticamente è abbastanza palese che vogliono che ci interessi. 

Negli Usa questo processo è stato strumentalizzato in modo evidente per costruire una reazione al #MeToo e ai suoi effetti. E questa stessa strumentalizzazione arriva in Italia, come altrove, senza che qui ci sia stato niente di anche solo lontanamente simile al #MeToo: nel nostro paese nessun uomo potente è stato condannato perché molestava o, come nel #MeToo, stuprava le sottoposte. Nessuno.  

Nel caso Depp-Heard è veramente poco interessante in termini collettivi stabilire chi abbia torto e chi ragione, e chi sia stato più violento tra i due. Le donne abusanti esistono e il femminismo non lo ha mai negato. Il fatto che Amber Heard sia stata condannata per diffamazione non sposta né dovrebbe spostare di una virgola la nostra interpretazione della realtà patriarcale in cui viviamo. Nonostante le donne abusanti esistano, sappiamo infatti anche che sono enormemente di meno degli uomini abusanti. Qualche dato: il 96% degli omicidi nel mondo è perpetrato da uomini (anche su altri uomini, naturalmente, cosa che dovrebbe convincere chiunque a percepirlo come un suo problema). Una donna su due viene uccisa dal proprio partner, cosa che capita solo a un uomo su venti. In Italia, nel 2018, nove denunce per stupro su dieci erano da parte di donne. Otto denunce su dieci per stalking erano da parte di donne. Otto denunce su dieci per maltrattamenti in famiglia erano da parte di donne. Ma del resto il sistema patriarcale in cui viviamo è già evidente dal fatto che su 193 paesi al mondo, solo 10 hanno a capo una donna. 

Essendo noi in Italia e non negli Stati uniti, abbiamo una fortuna. La fortuna di aver ricevuto qualche effetto del #MeToo – in termini di immaginario – senza averne vissuto le storture. La narrazione mediatica statunitense ha raccontato il #MeToo come se ci fosse da una parte il mostro e dall’altra le eroine. In realtà da una parte c’era un uomo di potere che abusava di continuo del suo potere e dall’altra ben dodici donne molto lontane dall’essere in odore di santità che lo hanno denunciato per stupro. E che avevano ragione perché Weinstein stuprava, e infatti quel processo lo hanno vinto. 

Purtroppo però la spettacolarizzazione del #MeToo ha lasciato ben poco spazio ad altro e quello stesso meccanismo ci è stato riproposto in questi giorni. Non ci sono parole per descrivere iniziative come quella di Discovery+ che invita ad abbonarti alla piattaforma proprio per seguire la vicenda Depp vs Heard. L’iper spettacolarizzazione del processo sembra volerci dire: «Ehi, quelle del #MeToo ci hanno mentito! Le donne non sono eroine!». Il tentativo è quello di confondere una vicenda personale con un problema di sistema. 

L’urgenza è contrastare le narrazioni spettacolarizzate per ragionare di relazioni disfunzionali, di rapporti di potere, di responsabilità in modo serio. Guardando agli aspetti strutturali ed evitando le narrazioni vittimistiche. Talvolta le coppie disfunzionali sono formate da persone che compiono abusi a vicenda. Anche quando l’abusante è solo uno, bisogna stare attente a pensarsi solo come vittima o solo come carnefice, perché nessuno è solo «buono o cattivo». Pensarsi solo come vittime ti porta dritto dritto in un’altra relazione in cui subisci. Perché la vittima questo fa: subisce. Ma non tutte le violenze sono uguali: alcune sono sistemiche, altre no. Solo riconoscendo che la violenza maschile è strutturale possiamo analizzare politicamente vicende come questa. 

La violenza fisica e psicologica nelle relazioni di coppia è un problema serio e ci riguarda a fondo, perché ha o ha avuto a che fare con le nostre vite e con quelle di chi amiamo. Ridurlo a un tema di spettacolo da discutere sui social ci danneggia. E non a caso mentre dagli Stati uniti veniamo inondati dalle immagini di questo processo, in quel paese viene messo in discussione il diritto all’aborto

*Valentina Mira è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per varie testate, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. È autrice di X (Fandango, 2021).

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 3 giugno 2022

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