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Il teatro che gira intorno, il teatro che sta per arrivare

Va bene, ci siamo occupati di musica, ma ora torniamo a bomba. Torniamo a lavorare sui temi che ci sono più abituali e consoni. In questo scorcio di stagione che, come da slogan, non è una fine, ma l’inizio di intense programmazioni estive e la conferenza stampa di presentazione di Bologna estate, si è infatti rivelata un piatto ricco di eventi spettacolari, il cui numero quasi sgomenta, si vedono un po’ ovunque autentiche chicche. E questo sia in città, che nell’area metropolitana, sia qui che a Ravenna, per dare un assaggio di Romagna prima di Santarcangelo, tanto ad allargare un po’ il nostro campo di osservazione. Ha commosso un ulteriore passaggio di Celestini in Pianura Est con le già viste ma sempre troppo poco, cronache dalla Pandemia e hanno fortemente inquietato una serie di ospitate e produzioni ERT, che certo incontreremo di nuovo in futuro e che non potevano passare inosservate.

Stiamo infatti parlando del noto regista portoghese Thiago Rodriguez, ora direttore del prestigioso festival di Avignone, che ha presentato ben due lavori a testimonianza della sua versatilità sui palchi Ert ed è riuscito a creare brusio, calcolato o meno che fosse e persino un po’ di maretta in sala, con questo suo sorprendente Caterina o la bellezza di ammazzare i fascisti.

Thiago peraltro persona affabile e ben dotata di senso dell’umorismo, aveva animato una discussione pre-spettacolo, con esperti ed intellettuali italiani di nota nomea antifascista. E tuttavia tocca ribadire qui fino alla noia quanto in questa complicata fase storica, il luogo pubblico che meglio inquadra le tematiche e la posta in gioco che le sottende è senza dubbio lo spazio teatrale in senso proprio, convenzionale o meno che sia.

In modo plastico e precisi come la traiettoria della freccia, tutti i conflitti in campo, persino quelli che non osiamo nominare o concepire vengono inscenati, scomposti e ricomposti a geometria variabile e facendoci intravvedere il moltiplicarsi di prospettive che dovrebbero o potrebbero, riguardarci tutti.

Qui, uno spettacolo che scorre come una sorta di saga-fiaba familiare in universo chiuso, iper autarchico, nonché ritualizzato, propone il vecchio dilemma se sia in qualche modo legittimo culturalmente ed eticamente, servirsi degli stessi strumenti e modalità dei propri nemici per affermare la giustezza della propria visione del mondo ed in tempi di guerra ciò suona particolarmente ficcante. Lo spettacolo in lingua originale sottotitolato, si conclude in modo beffardo e paradossale proponendo un lungo martellante delirante monologo in crescendo rossiniano da parte del presunto capro espiatorio iniziale, confezionato come collage di affermazioni ad uso stampa e propaganda attribuibili a svariati leader mondiali del sovranismo. Il pubblico benpensante progressista si adonta e rumoreggia. E, ancora una volta, stabilire una ratio dirimente, diventa molto molto difficile

Posto che sulla trilogia di Alessandro Berti, un lavoro veramente originale ed in qualche modo esempio di una sapienza artigiana minimalista che conquista per freschezza di convincimenti, scriveremo a parte, l’altro lavoro presentato per Ert da leggersi come trampolino di uno slancio molteplice su vie e sentieri di percorrenza europea ed internazionale, è senza dubbio il potente e barocco dirimente, diventa della catalana Angelica Liddell. Artista che tornerà nella prossima primavera, come già ci ha annunciato una precoce e fantasmagorica conferenza stampa di Ert, di cui vi riferiremo altrimenti, con una nuova produzione, sul palco di Arena. Riguardo il succitato Liebenstodt, non possiamo non notare la disparità di reazioni del pubblico rispetto a Thiago. Perché, se invettiva ha da essere, questa di Liddell, che c’è, come tirata finale di un lavoro tutto giocato sul concetto di sacro da profanare e rivisitare a proprio piacimento, una sorta di Personal Jesus in chiave queer, casomai può spingere il pubblico di delicato sentire, a lasciare silenziosamente e in modo schivo la sala anzitempo o piuttosto a snocciolare , per i rimasti chiamati certamente in causa nelle varie maldide categorie evocate, una sorta di interiore giaculatoria di colpa.

E si, dal momento che per Liddell, esattamente come per Patty Smith da giovane, tutte le influenze di un immaginario classico, dissacratorio, cattolico quanto basta, insieme formulano la ricetta di un perfetto meccanismo di scandalo performativo ad orologeria. Dove Liddell è un po’ Castellucci, Diamanda Galas, Pippo Delbono e Lydia Lunch, ben frullati insieme, ma insaporiti da una tradizione visionaria grottesca tutta iberica, che spazia dal surrealismo bunueliano al pop di Almodovar. Come avrete compreso un lavoro che suscita sentimenti contrastanti, anche perché mette una questione di generi in primo piano e persino di gerarchie biologiche, esponendo animali, infanti, corpi non conformi, genitalità, fuori da un erotismo comunemente inteso. Qui ci viene raccontato che amore è soprattutto una mancanza, una carenza, un essere dimidiati, che mai si ricompone. Che l’arte tenta questa prova, ma finisce per soccombere dietro la rispettabilità borghese che ci attanaglia.

Il tema del corpo e della voce animale peraltro è presentissimo nel sorprendente solo Kassandra, scritto da Sergio Blanco per una straordinaria performer quale Roberta Lidia de Stefano che ci introduce con sfacciata prorompente fisicità alle possibilità sceniche di un corpo sonico e furente.

Una profetessa Baccante, questa Cassandra periferica, forgiata in un immaginario un po’ Titane , in stretto rapporto con la sua macchina catorcio, le sue disturbanti emozioni e soprattutto la lucidità di giudizio che fa a pezzi una millenaria storia di patriarcato: anche in questo caso, il pubblico si sente autorizzato, quasi incoraggiato a reagire, interagire , con il formidabile dispositivo di luce e di suono, che neppure la Fura des Bauls dei tempi andati, forse tutti ed ognuno in cerca di catarsi e una propria via di liberazione dall’onanismo esistenziale che ci ha attraversato negli ultimi tempi.

Davvero una attrice-coautrice senza risparmio energetico, che trova anche la verve subito dopo un lavoro certamente faticoso di offrirsi ancora al pubblico entusiasta in una discussione collettiva con la sodale regista e il funambolico drammaturgo franco uruguaiano, già ospite nelle scorse stagioni di Ert.

Ormai queste programmazioni in Arena sono atti di coraggio e rito collettivo, cosi si raddoppia nella stessa serata in cerca di nuovi significati ed emozioni muovendo sempre dal corpo , con l’anteprima del progetto di Teatro fisico curato dall’ottima Michela Lucenti, un progetto destinato a proseguire anche nella prossima stagione, che ha visto il teatro di Antonio Vigano, prodursi in una fiabesca , notturna rilettura della invenzione di Frankstein, che chiama in causa un immaginario quacchero calvinista e il cui sottotitolo potrebbe essere Orrore, Miseria e Pregiudizio. Anche in questo caso, il pubblico, stavolta sistemato direttamente sulla scena, vive quasi in simbiosi le umiliazioni, le percosse, le persecuzioni inflitte alla diversità da altrettanti diversi coalizzati in comunità escludente. Un bel lavoro che disturba e commuove al tempo stesso e forse dispone un pubblico ammaccato e pensoso ad un liberatorio dj set ai piani alti terrazzati di un teatro – cuore della Città.

Non si può tacere a questo punto degli appuntamenti che dispongono gangli nervosi in tutto il territorio cittadino e rendono la pratica teatrale una faccenda seria e piacevolmente condivisa tra chi la agisce in prima persona e chi a suo modo ne fa parte scegliendosi il carnet di serata.

A questo punto avrete già compreso che mi sto riferendo ai Teatri di Vita, il teatro che per primo in tempi non sospetti si è chiesto se fossero misurabili ed esprimibili in termini qualitativi il peso e il ruolo della audience.

La programmazione del mese di maggio di Teatri di Vita ha brillato al solito per intelligenza e sensibilità politica e….internazionalismo, a cominciare dall’apertura con il pranzo pubblico per eccellenza, quello che attendono tutti i lavoratori intesi come corpo collettivo, ovvero quello del primo maggio e che , gestito dallo staff di Cucine Popolari, ha visto tra le tante sorprese annesse , la presenza di un giovane rapper ucraino, in realtà, cittadino italiano, bandiera vivente del tragico paradosso geopolitico di questi giorni.

La danza, la politica dei corpi conformi o meno, è da sempre insieme al pluralismo dei generi una grande tematica che Teatri di vita attraversa con l’irriverenza leggera ma acuminata che li contraddistingue. Cosi anche in questo caso da parte delle giovani compagnie selezionate per le residenze si sono moltiplicati gli esperimenti di call di coinvolgimento con danzatori giovani del territorio o persone comuni chiamate a mettersi in causa forse fino allo stremo delle forze. Ma anche ci sono state riprese molto gradite e attese, come i danzatori sciamani dal Marocco slittati per emergenza Covid o la riproposizione fuori dai canoni di Premio Scenario, di quel travolgente Boiler Room palestinese, techno femminista che ci conquistò già allora, meritando una menzione speciale e che ora ci scalda il cuore nel bel mezzo di nuove tragedie che colpiscono quel popolo, le sue donne simbolo, le radici territoriali.

Una tragedia davvero senza fine e che non sembra suscitare nessun senso di colpa in noi ormai inerti europei, sempre più avvezzi alla convivenza con l’orrore nei nostri mari e territori liminari. Davvero lodevole l’iniziativa di trovare un link allora per Teatri di vita, tramite lo spazio mai dismesso al Pratello, con questa edizione primaverile di Art City, scegliendo di ospitare una mostra davvero resiliente, di una giovane artista cresciuta all’interno di un campo profughi e solare come una novella Frida Kahlo. Stiamo ovviamente parlando di Malak Mattar: tutta la Palestina è giovane e del resto ne abbiamo avuta prova la sera del primo maggio stesso in piazza con la musica italo palestinese declinata ancora una volta al femminile. Quale sarà il gradimento allora del cosiddetto pubblico rispetto ad una programmazione particolare e geograficamente periferica? Ebbene sì, il gradimento dev’essere alto e non supino, se un piccolo manipolo di agguerriti e fidelizzati, decide di passarsi l’intera giornata del sabato a riflettere e discutere sul proprio e altrui esser-ci per il teatro, sfidando le consuetudini del relax settimanale. Il laboratorio dello spettatore è una prova del nove, di quanto questo antico linguaggio conti ancora qualcosa e più di qualcosa nella vita delle persone.

Io che ci sono stata, posso dirvi che davvero il Teatro è anche un po’ un giardino, di tormenti e delizie alternativamente, a seconda delle circostanze, per chi sa comunque coltivarselo con dedizione e sapienza.

Le stagioni targate Pianura Est, rappresentano un altro azzeccato esempio di cura territoriale giardiniera, che attende paziente nuove gemmazioni. Elena Digioia, delegata del nuovo Sindaco ai distretti culturali, lascia la curatela di Agorà che comunque produce questo bellissimo progetto Discorsi, invenzione azzardata e per questo credibilissima di quel geniaccio di Nicola Borghesi, anima autoriale di Kepler 452, ovviamente coadiuvato da tutta la crew che sta intorno a questa bella certezza teatrale. Di cosi tratta in pratica? Di due fine settimana intensivi, il prossimo ha da essere in questi giorni, in cui, si prova a tendere un filo sottile, ma tenace, verace, affatto posticcio tra tradizioni teatrali e nuova ricerca, lanciando anche invettive, perorazioni, lamentazioni, anatemi, penando e divertendosi un sacco tutti insieme, nella calura e nelle fatate notti della bassa, perché come insegna una nota band bolognese, evidentemente dai tre in su, è tutta una festa. Lorenzo Donati di Altre Velocità, è il master of ceremony degli approfondimenti, di cui abbiamo sempre un gran bisogno, in un momento in cui tutto sembra scivolarci addosso lasciando un senso di inadeguatezza. E, intanto si moltiplicano la conferenza stampa delle rassegne estive. Perciò, rimanete sintonizzati, sicuro che il Teatro non vi abbandonerà per ferie, ovunque siate geolocalizzati in Regione.

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