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2 giugno, l’Europa in guerra e la parata militare

Ripartiamo da dove eravamo rimasti esattamente un anno fa, quando la parata militare del 2 giugno era stata annullata per il secondo anno di fila a causa della pandemia. Anche se l’autocitazione è sempre quasi inelegante, in quell’occasione chi scrive faceva una modesta proposta: prendere lo spartiacque rappresentato dal Covid per mettere “fine a un’esibizione di militarismo e retorica nazionalista”, per far sfilare al posto di soldati a passo dell’oca e mimetiche “la Repubblica della Pace, quella della Costituzione che ripudia la guerra”.

Dodici mesi dopo l’agenda politica e il dibattito pubblico ci appaiono stravolti, tanto da far suonare sospette parole che prima a molti potevano apparire di buon senso. L’esperienza collettiva della pandemia ha fatto balenare come desiderabile una trasformazione sociale orientata alla cura e una maggiore redistribuzione della ricchezza, una nuova centralità del pubblico e la riconversione ecologica. L’invasione russa dell’Ucraina, l’irrompere della guerra in Europa, hanno radicalmente modificato l’orizzonte.

Oggi non sfilerà lungo via dei Fori Imperiali la Repubblica della Pace, ma vedremo di nuovo i reggimenti tirati a lucido. Eppure oggi più che mai una parata militare appare fuori luogo, mentre le bombe cadono e uccidono, quando milioni di uomini e donne hanno perso la propria casa, nel momento in cui la diplomazia e le istituzioni internazionali appaiono disarmate, proprio in questo momento sarebbe importante dare un segnale diverso, perché anche i simboli sono importanti. Ma nel dibattito italiano così militarizzato guai a dire qualcosa contro l’aumento delle spese militari, che si è subito sospetto di intelligenza con il nemico.

Nelle ultime settimane in molti hanno ricordato la figura di Eugenio Melandri, missionario e poi politico italiano, una vita dedicata alla pace e agli oppressi, che negli anni Ottanta promosse dopo tante battaglie una campagna per il disarmo unilaterale. Di cosa parliamo lo potete leggere qui. Melandri descriveva la sua proposta come quella di un’utopia possibile:

Confessiamolo subito, allora, noi siamo qui perché abbiamo un grande sogno e perché non abbiamo accettato e non accettiamo che il nostro sogno di pace venga castrato dalle tenaglie del cosiddetto realismo politico. Siamo qui perché abbiamo ancora la capacità di avere delle visioni: «E vidi un nuovo cielo e una nuova terra… e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né pianto perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21,1-4). Perché dobbiamo dare per ineluttabile che la guerra continui, che le armi siano indispensabili, che non ci possa essere altra soluzione ai conflitti che la violenza? Perché non pensare che sia possibile costruire un mondo su basi diverse, umane? Perché non cominciare ad agire e ad operare come se questo mondo che – almeno potenzialmente – è nelle aspirazioni di tutti già fosse totalmente presente?

Dare alla festa della Repubblica, che dovrebbe essere la festa della nostra democrazia, un segno diverso, sarebbe un buon inizio. 

Questo articolo è stato pubblicato su Fanpage il 2 giugno 2022

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