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La guerra è dentro di noi

Mi trovo in una casa in cui tutti i giorni si parla della guerra. Questa casa potrebbe chiamarsi Spagna, Europa o anche mondo. Il mondo umano. Mio nonno mi raccontava la battaglia dell’Ebro (la più grande battaglia della guerra di Spagna tra gli eserciti repubblicani e le truppe franchiste, che nel 1938 ha accelerato la fine della guerra civile e delle speranze per la Repubblica spagnola) e mi lasciava toccare le ossa delle sue gambe, colpite dai frammenti di granate. Per le mie dita di bambino erano come un libro dell’orrore in braille. Le bombe a frammentazione come quelle penetrate nelle sue gambe erano state inventate attorno al quattordicesimo secolo dalla dinastia Ming. In Cina queste bombe venivano fabbricate condensando olio, sale d’ammonio, succo di scalogno, frammenti di ferro e pezzi di porcellana attorno a un nucleo di polvere da sparo, in modo da creare una palla di ferro fuso che veniva incendiata e scagliata. Scoppiando, squarciava i corpi dei nemici. In seguito il succo di scalogno è stato eliminato dalla palla di fuoco, ma le bombe hanno continuato a spargere pezzi di porcellana ovunque. Niet voyne! (in russo, “No alla guerra!”)

In un villaggio a nord dell’Ebro, in una delle poche case rimaste in piedi dopo i bombardamenti della legione Condor del terzo reich, mia nonna mi preparava ogni pomeriggio una fetta di pane imburrato superlativa: “Spero, figlia mia, (all’epoca tutto il mondo pensava che fossi una bambina e si rivolgeva a me in questo modo), che tu non conosca mai la fame della guerra”. Mia madre, erede di quella paura e nata durante gli anni della seconda guerra mondiale, ha costruito nella nostra casa un’enorme dispensa con conserve, olio, zucchero, riso, vino, fornelli, candele e pacchi di fiammiferi. Nel caso in cui la guerra ricominciasse. Entrare nella dispensa della nostra casa significava assaporare il terrore della guerra e al contempo rassicurarsi contando le riserve. Questo deposito del terrore avrebbe potuto chiamarsi Spagna o Ucraina, Moldova o Finlandia, Europa o anche mondo. Il mondo umano. Niet voyne!

Violenza di stato
Per anni mio padre, quando davanti alla televisione riceveva la notizia di qualsiasi manifestazione repressa dalla polizia, concludeva: “La guerra sta tornando”. Come se la guerra non fosse mai andata via, ma si fosse soltanto nascosta tra noi, pronta ad approfittare del minimo conflitto per ritornare. A causa delle sue preghiere invocatorie, dei suoi riti dissuasivi e dei suoi avvertimenti anticipati non ho mai veramente creduto a quello che ci insegnavano nei libri di storia a scuola, ovvero che dopo la seconda guerra mondiale vivevamo in un’Europa immune al rischio di conflitti. L’Europa poteva anche essere stata pacificata, ma la guerra era sempre tra noi. La guerra torna sempre perché non scompare mai davvero. La guerra è sempre con noi, nella nostra dispensa, nella nostra porcellana spaccata, dentro la nostra televisione, nelle nostre ossa. Portiamo la guerra dentro di noi. Niet voyne!

La guerra era sempre lì. Così mia madre, la donna che ammassava cibo per impedirmi di morire di fame, mi spiava e mi denigrava pensando che io fossi un essere contro natura, né uomo né donna. La guerra era anche a scuola nel modo in cui i bambini “poveri” e gli “idioti” (di cui facevo parte) venivano affidati alle cure dei preti e dei religiosi. La guerra era sempre lì quando una delle mie amiche è stata violentata da un gruppo di ragazzi all’uscita di una discoteca. L’ultimo ad averla stuprata le si è attaccato al volto dicendole: “Sei fortunata che non ti abbiamo ammazzata”.

La guerra era anche nella retorica nazionalista contro i senzatetto e i lavoratori del sesso. Nello sfruttamento economico delle classi operaie. Nel modo in cui gli spagnoli trattavano i migranti arrivati dall’Africa o dall’America Latina. Li chiamavano mori, negri, sudacas. E gli facevano la guerra: non avevano il diritto di affittare case né di lavorare legalmente né di parlare in pubblico. La guerra è proseguita nelle cucine e nelle case, nelle fabbriche, negli ospedali psichiatrici, nelle carceri. Ho scoperto che la guerra andava avanti anche nella violenza dello stato, da una parte, e in quella dell’Eta (l’organizzazione armata per l’indipendenza dei Paesi Baschi sciolta nel 2018), dall’altra. Nel nostro paesino i fascisti e quelli dell’Eta erano metà e metà, quasi alla pari. La scelta non era facile. La fuga invece sì. E quindi sono partito. Niet voyne!

I massacri non hanno frontiere
La guerra abita con noi, nelle nostre case. Il nazionalismo, la misoginia e il razzismo riempiono le dispense del terrore che alimentano la guerra. Gli europei, gli americani, i russi… dicono di essere pacificati, ma per anni, al di là delle loro frontiere, hanno continuato a lanciare palle di fuoco che spaccano le ossa del nemico: guerre coloniali, post-coloniali, neocoloniali. Algeria, Eritrea, Biafra, Mali, Sudan, Sudafrica, Golfo, Iraq, Afghanistan, Kurdistan, Siria, Ucraina. Per anni ho cercato di capire perché, nel 1933 e durante la guerra civile spagnola, l’Inghilterra e la Francia non abbiano ritenuto necessario mobilitarsi in favore della Repubblica, quando le forze ribelli di Franco erano invece sostenute militarmente dalla coalizione fascista. La Francia e il Regno Unito non si sono preoccupati della Spagna, perché non capivano che quella guerra era il loro futuro.

Nel caso dell’invasione dell’Ucraina potremmo pensare che la situazione sia molto diversa da quella della Spagna degli anni trenta. D’altronde i governi europei hanno espresso un sostegno simbolico a Kiev, l’embargo contro la Russia diventa sempre più duro e gli Stati Uniti e il Regno Unito vogliono inviare armi per sostenere il governo di Zelenskyj. E invece esiste un punto in comune tra la passività davanti alla guerra di Spagna del 1933 e il rifiuto di “intervenire” nel conflitto ucraino di oggi: l’idea secondo cui si possa anche sacrificare l’Ucraina a condizione che la guerra non entri in Europa, l’idea che nutrire la guerra in Ucraina inviando armi significhi preservare la pace in Europa e impedire una terza guerra mondiale, come se questa guerra (al pari di tutte le altre guerre del secolo) non fosse la solita vecchia guerra che non finisce mai. Non ci sono, non ci sono mai stati e non ci saranno mai confini per i massacri, i flussi di profughi, gli stupri, la fame… Non ci saranno mai frontiere per le radiazioni nucleari. Niet voyne!

L’unico modo per vincere la guerra è fermare la guerra. L’unico modo per lottare contro il fascismo, il nazionalismo, il razzismo e la misoginia è interrompere la produzione di armi e costringere la Russia a fermare l’invasione. Non dobbiamo inviare armi. Dobbiamo inviare delegazioni di pace in Russia e Ucraina. Dobbiamo occupare pacificamente Kiev, Leopoli, Mariupol, Charkiv, Odessa. Dobbiamo andare tutti e tutte. Soltanto milioni di corpi non ucraini e non armati possono vincere questa guerra. Vi sento già rispondere che la mia è una posizione utopica. Ma in realtà è qualsiasi altra soluzione a essere distopica. Niet voyne!

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 28 maggio 2022

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