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Ucraina, 2022: la fine dell’Europa e della globalizzazione

Voci sparse emergono dall’assordante barrage bellicista a reclamare la pace, il “cessate il fuoco”. Nell’imperiosa richiesta di prendere parte pare di dover fare ammenda, ricordarci che, sì, siamo figli di partigiani che “non avrebbero mai accettato di arrendersi, nemmeno al prezzo della loro vita”. Perché “ora la guerra è qui, nel cuore dell’Europa”, non in qualche remoto angolo di mondo dove si ammazzano con cannoni made in Italy, perché è una guerra “a difesa della democrazia” e, quindi, “dobbiamo fare qualcosa, non possiamo stare con le mani in mano e assistere al massacro”.

Ma il mondo occidentale, ce lo ricorda Slavoj Žižek, “stands for nothing”, si batte per il niente che nemmeno la sua ipocrisia sa nascondere. Fingendo di non sapere che la “lumpen-borghesia” che è emersa nelle ex-repubbliche sovietiche – in Russia come in Ucraina – controlla i capitali grazie alle privatizzazioni dei beni statali, ottenuti perlopiù da ex-gerarchi del partito dopo il crollo e grazie alla terapia-shock del passaggio all’economia di mercato. Da noi voluta e sulla quale anche noi abbiamo lucrato (ma il mercato non è “morale”, no?).

In tutti questi anni abbiamo fatto lauti affari con quelli, da una parte e dall’altra del lungo confine russo-ucraino sulle pianure sarmatiche. Ci abbiamo comprato non solo gas e petrolio, ma grani e fertilizzanti. L’Ucraina è un paese che dopo lo smembramento dell’Urss ha perso un quarto della popolazione, con un reddito medio che è un quarto di quello UE, popolato secondo linee di demarcazione storiche: nelle province (oblast) orientali, a maggioranza russa e russofona, in quelle occidentali con grosse minoranze polacche o rumene. E sono le province ad est dove tre anni fa, alle elezioni, aveva vinto il candidato pro-russo, il cui partito è il secondo in parlamento (nella oblast di Donetzk, peraltro, non si vota dal 2014, ufficialmente perché territorio in conflitto). Le province più industrializzate e ricche, più delle vaste piane agricole del nord-est e del centro.

Dal 2014, quella politica che è andata sotto il nome di “ucrainizzazione” – rendendo la lingua ucraina obbligatoria e avendo l’intento di “de-russificare il paese” – ha comportato più di uno strappo. E la guerra nel Donetsk era in corso da allora e aveva già provocato più di 13 mila vittime (ufficiali). Una guerra nella quale l’esercito di Kiev si era valso dell’appoggio di miliziani vari, dai più additati come “neonazisti”, e nella quale, certo, i filo-russi si erano sempre fatti aiutare da Mosca. Una guerra guerreggiata che ci ha lasciato totalmente indifferenti, facendoci appena storcere il naso se il governo ucraino parlava di ingresso nella UE o nella NATO.

Certo, c’è un trascorso nella storia di questo paese che non a caso prende il nome “u-krajna” – terre di confine – dal suo passato di terra condivisa e vittima, dai cattolici polacco-lituani agli ortodossi russi, dove anche la lingua ha dovuto difendersi (anche Nabokov, come molti in Russia, la consideravano diminutivamente un “dialetto”, ma essa è tanto diversa dal russo come lo spagnolo dall’italiano). Dove l’identità nazionale è tornata a significare tanto in questi ultimi trent’anni, soprattutto in rapporto alla grande consorella. In cui passato recente e lontano si accavallano, e sono le cose di cui ci è stato detto, in queste settimane, come la carestia e le stragi dell’Homolodor, o come la cessione della Crimea da parte di Kruscev. La storia “buona” di un paese “cosmopolita” (persino multi-etnico) – ma lo è anche la Russia, e ancor di più – non cancella, però, non tanto il fatto di avere anch’essa un buco nero nel suo passato, ancorché breve, della grande Ucraina “ricreata” dai nazisti (un buco come quello dei Croati), ma di non aver mai fatto i conti con l’antisemitismo e con lo stesso nazismo che più di una nostalgia ha lasciato (si veda il bel resoconto di Masha Gessen su New Yorker dell’11 aprile sulla storia del memoriale dell’olocausto di Kyiv).

Purtuttavia, se oggi dovessimo, “a bocce ferme”, decidere se l’Ucraina avrebbe i requisiti per entrare nell’Unione Europea, dovremmo avere più di un appunto da fare a Zelensky e a tutto l’impianto politico-istituzionale e finanche culturale del Paese. Ed è questa ipocrisia che appare stridente, perché ci siamo subito accodati dietro all’idea che l’aggressione di Putin sarebbe stata una buona occasione per dare finalmente una “lezione” all’autocrate russo. Perché noi difendiamo la democrazia, la pace e il progresso, mentre loro sono l’emblema dell’autocrazia oligarchica, della mancanza di libertà e dell’imperialismo d’altri tempi. In questa logica, quindi, l’Ucraina aggredita automaticamente si qualifica per poter accedere all’Unione, e non importa se molto di ciò che la caratterizza ne è ben donde. Del resto, abbiamo un Paese membro della NATO guidato da un “dittatore” – parole di Mario Draghi – che si permette di fare incursioni nel Kurdistan iracheno senza che noi solleviamo ciglio. Ma, certo, quello che fa ora Putin è inaccettabile. Come se fosse accettabile quello che fanno i molti autocrati sparsi per il mondo.

Il fatto è che con questa guerra l’Europa è finita, o almeno una certa idea (o finzione) di Europa. Ed è finita una certa globalizzazione. È caduta la maschera dell’Europa come “qualcosa di più che non un mercato unico”, dove vige una unica “rule of law”, con i relativi diritti umani, politici e sociali. Una finzione: l’UE resta un mero mercato unico nato come compimento dello schieramento dei blocchi dopo la Seconda guerra mondiale, sotto l’ombrello militare e strategico della NATO, cioè americano. Che sarà pure apparsa come un vecchio arnese da mettere in soffitta, solo qualche mese fa, ma l’Europa senza NATO non esiste e ad essa si deve piegare. E dovrà pure giustificare i molti pesi e le molte misure che decide di adottare nell’accogliere tra i suoi membri questo o quello. Non sarebbe forse stata un’altra Europa quella che avesse spinto l’allargamento fino agli Urali? Con la coda tra le gambe ora l’Europa discuterà di “difesa comune”, militarizzando oltremodo la sua già debole Fortezza. Basta guardare al suo bilancio. Il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 dell’Unione europea prevede uno stanziamento senza precedenti a favore di sicurezza e difesa: 43,9 miliardi di euro, con un aumento del 123% rispetto al ciclo 2014-2020, come mette in luce il report “At what cost?” curato dal centro di ricerca internazionale Transnational Institute e Statewatch e pubblicato ad aprile. L’aumento più consistente riguarda il Fondo europeo per la difesa (Edf) che cresce del 1.256% rispetto ai cicli precedenti (quasi otto miliardi di euro), ma senza che per questo si chieda ai Paesi membri di spendere di meno, cui si aggiunge Il Fondo europeo per la pace (Epf) che aumenterà il suo budget del 119% (per un totale di 5,7 miliardi di euro). Tra l’altro, questo Fondo non fa parte del bilancio UE: questo significa che più del 31% della spesa complessiva verrà destinata a iniziative militari extra-bilancio “senza quasi alcun controllo democratico, di supervisione e di trasparenza”, come affermano gli estensori del report che bollano la “pace” nel titolo come “orwelliana”.

Così come è finita una certa globalizzazione. Ora ci sarà un reindirizzamento dei flussi, in entrata e in uscita dai Paesi, divisi in amici o nemici della Russia. Le catene delle forniture che ci riguardano, già messe a dura prova dal Covid-19, verranno ridisegnate. E ci vorrà tempo. Nulla di ciò, tuttavia, lascia presagire un “crollo” o neppure un “ripensamento” del capitalismo globale. Anzi, quel che più traspare è quanto la componente militare abbia un ruolo che avevamo finto di dimenticare: non solo il business delle armi, naturalmente, quanto l’evidente piegatura dell’economia globale di ciascuno ai diktat geopolitici e strategici. Perché parliamo tanto di embargo al gas e al petrolio russo – per punire Putin – ma non ci scandalizza andare in ossequio da Al Sisi per negoziare forniture con l’Egitto, perché il povero Giulio Regeni, lo sapevamo, è stato ucciso ma la politica è una cosa seria che non si può fermare di fronte a questo. La globalizzazione di chi e per chi, è il caso di dire, è arrivata al capolinea, il che però non ci autorizza a pensare che a scendere dovranno essere coloro che, con il suo tramite, hanno provocato i guasti di un mondo disuguale come non mai, quello scambio ineguale che ancora, oggi come mezzo secolo fa, regola i flussi commerciali tra i produttori di materie prime – Russia inclusa – e quelli di beni ad alto valore aggiunto.

Come ricorda Žižek, riprendendo Trevor Hancock, con la guerra in Ucraina siamo tornati al più classico degli scenari apocalittici che già parvero farci soccombere nel Medioevo. Il crollo del flusso di materie prime provocherà fame, cui si aggiungeranno le carestie amplificate dal cambiamento climatico – che abbiamo messo per un attimo in stand by, ridando spazio al consumo di combustibili fossili a go-go, la guerra lo impone, pena un radicale “cambiamento degli stili di vita” che non ci vogliamo permettere – oltre alle pandemie – ce n’è ancora una in corso, ma non fa più notizia – e, infine, alle guerre. Insomma, i quattro cavalieri dell’apocalisse sono tornati e noi indugiamo nella nostra “guerra per procura”.

Ciò che manca alla riflessione attuale non è tanto e solo un mea culpa sulle ipocrisie e sul fatto che per anni di ciò che accadeva di là dai Carpazi a noi è sempre importato poco, finché tutto era business-as-usual. È l’assenza di un qualunque ragionamento sulle prospettive, su come uscire da questa maledetta guerra prima che nuove cortine di ferro si siano erte a proteggere il mondo buono da quello cattivo e neppure dopo che si saranno erette.

L’Europa, nel dotarsi di una difesa comune, potrebbe chiedere agli Stati Uniti, e quindi alla NATO, di fare un passo indietro. Proponendosi come un interlocutrice seria a Putin, intimandolo, sì, di mettere giù le mani dall’Ucraina ma allo stesso tempo inducendo il leader ucraino a una diversa politica delle autonomie, in casa sua. Certo, l’Europa “non esiste” e come non sa fare nulla con un Orban non si azzarda certo a dire a un Zelensky di accettare la neutralità e smetterla con la ucrainizzazione del paese. Solo, però, con un Europa multi-laterale, che guarda ad Ovest come ad Est, potremo pensare a un mondo nuovo (ma questo, lo sappiamo, va messo tra parentesi, sotto la voce “utopie” per anime belle).

L’idea, poi, che solo mettendo in ginocchio Putin lo costringeremo a più miti consigli è quanto meno medievale, anche perché la storia anche recente ci ricorda che solo dopo Hiroshima e Nagasaki il Giappone si arrese. Eppure, tanto l’embargo quanto il rifornimento di armi sempre più sofisticate non faranno che acuire il conflitto. Che non sarà la chiusura dei rubinetti del gas a far smettere.

La distruzione del paese – e ancora di più, del bacino del Donetz – non renderà l’Ucraina più ricca, e se ci vorranno miliardi a risollevarla (che, certo, fanno gola agli aiuti europei e americani) avremo un paese ancor più diviso e ferito, in Europa, con milioni di profughi e una dolorosa spina nel fianco da suturare. E un mondo divorato dalla “guerra di civiltà” che nasconde la lunga agonia del predominio americano. Perché questa non sarà una guerra da cui emergerà l’improbabile Biden – novello Roosevelt –, con il piccolo Churchill di Kyiv al fianco, vincitore finalmente contro il nemico della guerra fredda già una volta aveva battuto. L’enfasi dei nostri media nel dipingere i russi come “nazisti” e le loro distruzioni e i loro massacri come “genocidi”, le immagini di Kharkiv o Mariupol a suggerire le somiglianze con la Seconda guerra mondiale non riusciranno a fare apparire questa come una guerra del bene contro il male. I russi, che oggi vengono abbindolati dai loro media, non sono molto diversi dagli americani che vennero addomesticati da G.W. Bush sulla guerra in Iraq, come ricorda Joseph Weisberg. E questa non finirà con un nuovo, riaffermato predominio americano sul mondo, che troppi late comer oggi bussano alla porta, e non si sono accodati affatto.

Ma tutti i nostri – dai politici ai commentatori – elmetto in testa, con una libidine guerresca che fa rabbrividire, additando il pacifista come filo-putiniano, pensano solo a vincerla, la guerra, che poi si vedrà. E cosa potrà vedersi? Forse il nulla, rovine. Nelle infinite steppe, potremo dire con Tacito “hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”. Oggi come duemila anni fa con i Germani.

Questo articolo è stato pubblicato su la fionda il 17 maggio 2022

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