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Quarantaquattro gatti

Loris Campetti

Qualcuno ricorderà un disegno di Vauro dei tempi andati, prima del vapore, direbbe Francesco De Gregori, quando si correva per rabbia o per amore. Erano tempi di caccia ai cattocomunisti, con i maître-à-penser terrorizzati dal cocktail tra diavolo e acquasanta. Nel disegno del nostro vignettista c’era un gatto con il pugno chiuso e la firma “gattocomunista”. Per carità, c’erano anche i gatti perbene, quelli che facevano divertire i bambini invece di mangiarseli, marciando “in fila per sei col resto di due”. Roba da prima, o al massimo da seconda repubblica quando le decisioni politiche si prendevano in Parlamento. Quando l’Italia ripudiava la guerra con poche eccezioni, al massimo qualche bombetta intelligente su Belgrado e sui treni di profughi in fuga dal Kosovo in fiamme.

Ma anche oggi che il Parlamento non deve sapere, discutere e votare sull’invio di armi a un paese in guerra perché c’è un Lui che pensa a tutto, i gatti giocano il loro ruolo in trincea. Soprattutto i mici russi che con salto felino si lanciano contro militari e civili ucraini. Sarà per questo che quei geni della Federazione internazionale felina (Fife) hanno comunicato urbi et orbi la loro decisione di bandire da tutti i concorsi internazionali i gatti russi? Macché, mica scemi: “Gli animali non hanno colpe”, precisano, il fatto è che gli allevatori russi vendono molto bene in Europa i loro gioielli a quattro zampe. Dunque, quei gatti vanno trattati come i tennisti, gli atleti, le ballerine, i tenori e le soprano, i musicisti colpevoli del reato peggiore: essere russi. Si decapitano le statue, si mettono all’indice i più straordinari compositori di tutti i tempi, perché escludere il feroce felino dalle sacrosante sanzioni seguite alla criminale invasione dell’Ucraina da parte di Putin? Se Zelensky dice che non solo Putin e il suo governo sono criminali di guerra ma anche l’intera popolazione russa, che senso ha risparmiare i gatti del Cremlino?

Per restare all’Italia, la caccia a tutto ciò che sa di russo non lascia a desiderare rispetto a quel che avviene nel mondo anglosassone. Dalle parti di San Benedetto del Tronto, a un viandante che entra in un ristorante può capitare di leggere nel menù un’offerta particolare: “insalata ucraina”. Quella russa è sotto sanzione. Ma che cos’ha di diverso quella ucraina. Niente, stessi ingredienti, però è ucraina e non è russa.

Se la situazione non fosse drammatica, se non fossimo sull’orlo di un’escalation della guerra con il rischio di esiti tragici, ci sarebbe da ridere. Invece è da queste piccole cose che si può capire l’aria che tira e l’indirizzo che stanno prendendo le democrazie occidentali. Allora tornano d’attualità le parole dei vecchi partigiani che pretesero l’articolo 11 nella Costituzione. Pretesero il ripudio della guerra perché l’avevano conosciuta in prima persona e sapevano anche che alla lunga la guerra rende chi combatte dalla parte giusta sempre più simile a chi sta dalla parte sbagliata della storia. Oggi la nostra propaganda – nostra come Italia, come Unione Europea, come Usa, Gran Bretagna e Nato – assomiglia sempre più a quella di Putin. Si sa, le prime vittime del conflitto armato sono i civili e la verità. E chi sta fuori dal coro – chi condanna l’invasione dell’Ucraina senza se e senza ma, però si trova male sotto l’ombrellone della Nato e dice che quelle bandiere hanno poco a che fare con il nostro 25 aprile, e che più armi portano più morti e alimentano odi e nazionalismi – allora quello lì è al servizio di Putin. Come i cinesi che non si schierano, come i gatti russi. Da Mao a miao, il nemico è ovunque. Ma la ragione, dov’è? Dove l’intelligenza, dove la cultura? Dove il buon senso?

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