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Lavinia Turra, ovvero lo chic del freak

Quando si dice a Bologna, partire dall’ABC, non si intende certo voler insegnare niente a nessuno, anche se la Città del dottor Balanzone certo ha una sua tradizione di vocazione formativa, quanto ribadire che il brand cittadino si riqualifica costantemente anche e sempre con Arte e Cultura, nelle accezioni più ampie del termine.

Questi sono un pochino i fondamentali di cui si nutre la fede incrollabile nella Bellezza salvifica propria di una donna a sua volta solare, pragmatica e immaginifica insieme,quale Lavinia Turra. Definire la dolce e gentile Lavinia una stilista, come si sarebbe tentati di fare per fretta e banalizzazione, pare a chi scrive, fortemente riduttivo, perché vena artistica soggettiva, sconfinato amore per le altrui forme creative compongono un bouquet irripetibile di cura e mecenatismo che ci induce infatti a parlarne in quanto anima fondatrice e animatrice di uno spazio culturale fuori formato e coordinate canoniche.

Colpevole di latitanza, causa vicende pandemiche, da diverse situazioni che recentemente hanno ravvivato il panorama sociale e culturale cittadino, approfitto di una ghiotta occasione per recarmi alla sede attuale di spazio ABC, ovvero quel glorioso cinemino in Castiglione, praticamente ai bordi dei Giardini Margherita, che, ristrutturato come teatro, è oggi un posto realmente ibrido rispetto all’andamento medio di una rassegna di spettacoli dal vivo. Spesso infatti ci si sforza di dare una sorta di filo conduttore, non tanto dato dalla poetica, quanto dalla affinità e comunanza di interesse e interessi tra proponenti, ospitanti e forse spettatori, dati per scontati. Qui il filo conduttore è un po’ essere fuori dalla ritualità ed essere realmente disponibili al gioco del mettersi in gioco con un certo stile

Sono qui per vedere un lavoro molto particolare scaturito dalla collaborazione assidua, indefessa e apparentemente scanzonata durata oltre un anno, tra due geniacci dei nostri luoghi, quali Marco Cavicchioli, attore e regista e Guglielmo Pagnozzi, musicista e musicante d’avanguardia, si sarebbe detto qualche tempo fa, ovvero due che del mainstream non si curano da sempre, fedeli ad una linea, la loro, che si divertono a rettificare di continuo, un po’ a sorpresa, giusto per non farti mai capire dove sarà la prossima volta che li ritroverai e certo non necessariamente insieme, anzi.

Cosi, mentre tutti celebrano il centenario della nascita di Pasolini, ma non c’è da dubitare che quando saranno pronti lo faranno anche loro, alla maniera di due irregolari che rileggono un irregolare, ecco che celebrano invece un altro illustre centenario, quello relativo alla nascita di Jack Kerouac, del tutto passato sotto silenzio,travolti come siamo dai fischi di bombe assai ben profetizzate peraltro, da tutta la wave della cosiddetta Beat Generation. E che non vi azzardiate ad interpretare questo Beat come un battito ritmico perché l’istrionico Cavicchioli precisa subito in apertura di serata, trattarsi di un riferimento alla beatitudine della mistica zen. Se per il nostrano De Andre dal letame nascono i fiori, evidentemente dai sobborghi californiani regno dei dropouts più sballati e squattrinati della Storia occidentale, cosi assimilabili alle crew antimilitariste e disertive dei colleghi francesi come Boris Vian, nascono polifonie di versi e suoni appropriate alle terre di confine, che chiameremo of course, Mexico City blues. Un poema suddiviso in diversi cori, che nelle intenzioni dello scrittore on the road, doveva suonare come una rapsodia bop e naturalmente suona eccome, in senso jazzy nella suggestiva combo tra due forme di fisicità e concentrazione diverse e complementari quali quelle del consumato interprete -autore di scuola Leo De Berardinis e del musicista più generoso e duttile che c’è, nella scena musicale più difficile da definire e catalogare che abbiamo qui. La serata si snoda sorprendente in un contesto confortevole ed efficiente, ma altrettanto difficile da catalogare persino dal punto di vista ambientale, se guardiamo alle conformazioni architettoniche circostanti che ci richiamano ad un finto gotico romanico alla Rubbiani. Salutati e ringraziati gli artisti, per averci detto cosi tanto,seppure in maniera indiretta e storicizzata, di ciò che stiamo orribilmente vivendo e patendo ora, scavando nella trama di una epica recente e ancora misconosciuta, sento l’esigenza di due chiacchiere con Lavinia. Una artista vera nel settore fashion, che si prende l’accollo, come direbbe qualcuno, di seguire oltre alle sue collezioni, una comunità di creativi a vario titolo indipendenti da ratings di facile popolarità e consumo. Chiedo a Lavinia, di raccontarmi un po’ di questa storia resiliente e curiosa( e se ci suona, di nuovo, ancora una volta insolita, significa che non siamo poi cosi sprovincializzati come ci immaginiamo). “Devo dire, mi racconta lei, che la mia stessa vocazione ha seguito strade davvero contorte, essendo io partita come aspirante biologa dopo studi classici. Poi sono stati incontri felici con personalità molto particolari di una Bologna che non c’è più, come quello con Isotta Zerri, la signora dei cappelli, cosi ben documentata dal breve docu di Paolo Fiore Angelini,dedicato alle nostre storie parallele, ad indirizzarmi verso l’ambito sartoriale e creativo.

Io ho fatto le mie esperienze a Milano come New York, cercando sempre una mia autonomia produttiva e organizzativa, sempre con l’idea di riportare il know how acquisito nella mia terra nativa.

È stato proprio in America che ho assorbito il concetto di factory, cosi pregnante per spiegare ciò che ho cercato di riprodurre qui. Ero letteralmente ammaliata dalla incredibile qualità fluida e metamorfica dei locali down town, posti in cui la mescolanza era la regola non scritta, ma ampiamente praticata. Niente sigle, niente etichette, ma un circolare continuo di informazioni e attitudini. Un gran incrociarsi di ingegni, ma anche classi sociali molto diverse e dunque, mi sono detta, potrebbe essere che lo spirito dei Pratellers qui a Bologna si possa incrociare con quello di un certo milieu bon ton? Con il tempo, questa mia ostinata convinzione si è incarnata in spazi diversi, sempre resi disponibili da amici artisti, antiquari, prima in via Farini, certo uno spazio molto centrale e iconico, ma connotato soprattutto dal gusto della contaminazione, poi in Alessandrini, in un luogo centrale in altro senso, perché cosi germinale, legato alla Bologna dei canali e dunque delle sue vocazioni più recondite.. tutte esperienze bellissime. Sono passati tanti nomi della scena soprattutto artistico-visiva e poetica dalle nostre parti. Eleganza sempre tanta nei gesti e nei contenuti, mai viceversa “tirarsela”, ma massima apertura e accessibilità per tutti, pubblico vario ed eventuale, artisti affermati da presentare e sconosciuti da proporre e lanciare. Nel tempo l’associazione ABC ha creato un suo nucleo compatto perché vario, che comprende oltre a me che lo presiedo, Gabriele Via, Valentino Corvino, Paolo Fiore Angelini,Gianni Marras e naturalmente il nostro, stilosissimo suo malgrado, Guglielmo Pagnozzi. Sembra incredibile, ma trovare o riattare uno spazio ancorché in crisi o dismesso, non è cosi facile, ma poi, concluse fisiologicamente le esperienze precedenti, ho avuta l’illuminazione di ripensare alla mia infanzia e dunque alla mia parrocchia di riferimento, perché bene o male tutti ne abbiamo una. Anche la Curia ha un sacco di immobili ed importante è avere tenacia, volontà trasformativa e intenti progettuali di servizio per la comunità. Cosi, presentando un progetto credibile e inclusivo addirittura a monsignor Zuppi sono riuscita a farmi ascoltare.

Abbiamo aperto qui nel 2019 e certo non siamo stati favoriti da quanto è accaduto subito dopo, ma devo dire, che mettendo insieme esperienze, competenze, frequentazioni e attitudini preesistenti ce la siamo poi cavata nei mesi estivi: già da tempi relativamente remoti e non sospetti, noi di ABC, portavamo nei luoghi del loisir, della ristorazione, recital performativi e poetici e nella bella stagione abbiamo attiva una collaborazione tra un ristorante trendy come Maro, i magici orti di via Orfeo, in cui spesso io metto in scena le mie collezioni en plein air e che, al chiar di luna possono ospitare delicati eventi d’arte non invasivi. Quindi noi non abbiamo una vera cesura di programmazioni tra inverno ed estate ed invece riaffermiamo la nostra cifra stilistica anche attraverso il momento conviviale in modo non banale e standardizzato, ma in cui anche la cucina si pone come Arte. Una cosa che sento come mission di Abc è la promozione di talenti femminili, giovani talenti femminili che si provano in esperienze particolarissime.

Se vedi,Marzo nella sua seconda parte, sempre sfasato rispetto all’ossequio delle celebrazioni codificate, ha tutta una sua parte di festival femminile. Femminista se vuoi, in modo non ideologico e soprattutto proponendo persino giovani soprano, dunque musica classica eppoi cabaret d’autore. Tutte cose certo non cosi scontate, popolari, ma non pop e non “gentiste”, perché molto fuori da un’idea stereotipa di cio che vogliono esprimere le ragazze d’oggi. Quindi l’invito è a rimanere sintonizzati sulle nostre programmazioni sicuramente qualitativamente alte, come il nostro board lascia immaginare, e a iscrivervi alla nostra associazione. Siamo sottoscrittori di quelli che furono i manifesti per la cultura di qualche tempo fa e dunque non stiamo snobisticamente lontani da tutti gli altri, semplicemente cerchiamo una autonomia che ci consenta di non venire ascritti d’ufficio a questa o quella tendenza e con l’ambizione di essere seminali per forme d’arte un po’ meno abituali per le giovani generazioni come quelle descritte.”Non so se precisamente si possa dire al momento che la Bellezza salverà il mondo, ma mi congedo da Lavinia con il conforto di sapere che tanti luoghi ormai cosi storici e connotati della città, dati per persi, rinascono oggi a nuova vita in nome di questa bellezza condivisa che ci rende un po meno soli rispetto alla violenza furente e cieca da cui siamo circondati.

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