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Per non tornare all’età della pietra e della fionda servono diplomazia e cooperazione

Il 24 febbraio 2022 il presidente russo Vladimir Putin, un despota che non dispiaceva alla destra italiana, ha ordinato l’invasione militare dell’Ucraina seminando morte e distruzione in uno Stato sovrano ai confini orientali dell’Unione Europea. L’azione sconsiderata e inaccettabile ha indignato giustamente il mondo intero e indotto Governi e cittadini a promuovere iniziative umanitarie solidali con il popolo ucraino e con i profughi provenienti dal Paese assalito.
In Occidente purtroppo l’aggressione russa ha risvegliato anche le pulsioni distruttive che albergano negli esseri umani e che vanno tenute sotto controllo se non si vuole regredire irreparabilmente nel cammino della civiltà. Putin a nostro parere non va contrastato con esibizioni muscolari ma indotto al cessate il fuoco da intermediazioni autorevoli, prime fra tutte quelle dell’Onu e del Consiglio d’Europa, in grado di prospettare soluzioni che garantiscano la sovranità territoriale dell’Ucraina nel rispetto delle minoranze presenti e tengano conto delle esigenze di sicurezza di ambo le parti.

Al contrario c’è chi auspica o minaccia ritorsioni implacabili, al punto da non escludere atti che porterebbero inesorabilmente a una terza guerra mondiale, prospettiva agghiacciante visto che molte delle potenze interessate agli equilibri nell’area dispongono dell’arma atomica. Sono nove gli Stati che detengono testate nucleari, 15.000 in totale. Mille e ottocento di queste, possedute da Usa e Russia, vengono mantenute in stato di massima allerta, pronte al lancio. Secondo gli esperti, solo un trentesimo dello stock esistente – 500 ordigni – può estinguere l’intero genere umano e portare la rovina sulla terra. Altroché obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030! C’è da chiedersi poi che scopo abbiano i 14.500 dispositivi residui, visto che dopo il lancio dei primi non ci sarebbe più nessuno a usarli.
Augurarsi che abbia sempre i nervi saldi chi ha in mano le sorti del mondo, non basta. Lo sa bene l’Onu che dal 2014 ha fissato il 26 settembre di ogni anno come Giornata mondiale per la Totale Eliminazione delle armi nucleari con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità internazionale sui costi economici e sociali del mantenimento di questi ordigni, oltre che sulla loro intrinseca natura di minaccia alla pace.

Nuove perplessità sorgono in relazione alla decisione recente di accrescere ulteriormente le spese militari. La Germania va verso il raddoppio del budget, passando dai 53 miliardi di euro dello scorso anno ai 100 miliardi attuali.

L’Italia che nel 2021 aveva stanziato 25 miliardi delibera di aggiungerne altri 13. È stridente la dissonanza con le Carte costituzionali di entrambi i Paesi che assieme al Giappone hanno sancito il rifiuto della guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali. Non è credibile l’obiezione che non si tratta di spese per l’offesa, bensì per la difesa, in sostanza per la sicurezza dei cittadini. Il pericolo per questi ultimi aumenta in quanto l’escalation militare non può non contagiare anche gli “avversari” che dal loro punto di vista si sentono minacciati.

In base ai dati del SIPRI, Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, dal 2011 al 2020 la spesa militare mondiale è aumentata del 9,3% – nell’ultimo anno citato si è avuto un + 2.6% – raggiungendo la quota di duemila miliardi di dollari. Per i produttori e i mercanti di armi la guerra è un business. In Italia la “Leonardo Spa” di Roma, una delle aziende europee leader nel settore delle forniture belliche, ha registrato nel 2019 un fatturato di 15,4 miliardi di dollari. Va aggiunto poi che buona parte dell’export militare autorizzato, sia da parte dei Governi dell’Ovest che dell’Est, confluisce nei Paesi africani e asiatici dove alimenta sanguinosi conflitti che negli ultimi vent’anni hanno causato oltre 400.000 vittime. Non si vede come tale vendita di armi possa essere giustificata con l’argomento di dover tutelare la sicurezza delle nazioni produttrici.

Ora al centro dell’attenzione c’è giustamente l’Ucraina dove fin dal 2014 è in atto uno scontro armato, soprattutto nell’area del Donbass, che prima dell’attuale conflitto ha provocato oltre 14 mila morti e decine di migliaia di esodi. Ai contendenti sono state fornite grandi quantità di armi che hanno innalzato il livello della tensione senza che siano state prese in ambito internazionale misure adeguate a tutela della pace e degli equilibri tra le parti. L’invio di ulteriori aiuti militari all’Ucraina non servirà a contrastare un autocrate che dispone di circa seimila testate nucleari.

Se si considerano con lucidità i principali conflitti degli ultimi trent’anni – tralasciando quello nella ex Jugoslavia che l’Europa vuole dimenticare – balzano agli occhi con evidenza l’orrore e l’inutilità delle guerre. Basti pensare all’Afghanistan e all’Iraq, verso i quali gli Usa hanno indirizzato una violenta campagna militare dopo l’attacco rovinoso alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, condotto mediante aerei di linea usati come arma impropria da parte dei terroristi di Al Qaeda. Alla testa di una coalizione internazionale, gli Stati Uniti aprirono una stagione di interventi militari in una spirale di guerre devastanti e prolungate, l’una contro Saddam Hussein, l’altra contro i talebani afghani, ritenuti collusi con i terroristi arabi, o propensi al terrorismo. Le prove concrete di tale connivenza – dubbie, se non palesemente false, nel caso dell’Iraq – erano plausibili in merito all’Afghanistan, anche se l’ideatore dell’assalto alle Torri gemelle, Osama Bin Laden, era un saudita che fu rintracciato e ucciso in un villaggio pakistano.

Tali zone nevralgiche per gli equilibri geopolitici mediorientali sono diventate teatro di conflitti dettati da istintivo risentimento da “toro ferito” e spirito di rivalsa, senza precise cognizioni di causa e con esiti imprevisti. La disintegrazione dell’Iraq ha indotto lacerazioni profonde nel tessuto socio-politico e aperto la strada alle milizie dell’Isis che hanno occupato parte del territorio per instaurare lo stato islamico. La guerra è costata ai contribuenti dei paesi coinvolti 1.800 miliardi di dollari e ha provocato 150.000 vittime dirette, e altrettante indirette, oltre a più di tre milioni di profughi. In Afghanistan il conflitto ventennale, costato 2.300 miliardi di dollari, si è concluso senza liberare il Paese dagli estremisti islamici, com’era nei piani, e con il fardello di 240.000 morti e l’esodo di due milioni e 700.000 profughi. I militari americani incalzati dai talebani – mai domati – hanno conosciuto la scorsa estate una fuga ingloriosa senza aver costruito un’alternativa di governo credibile e autorevole, lasciando in loco tonnellate di armi.

La direzione intrapresa dai Governi e dai popoli del mondo dopo la fine del secondo conflitto mondiale – il più sanguinoso e devastante di tutti i tempi con oltre 50 milioni di morti, in maggioranza civili – è quella che fu indicata nel 1945 dall’Onu nascente: la via del confronto diplomatico e della cooperazione tra le diverse comunità del pianeta, unica scelta praticabile se non si vuole che l’uomo ritorni ad essere quello della “pietra e della fionda”, come preconizzava Salvatore Quasimodo. Una guerra non sana le ferite provocate da altre guerre ma ne aggiunge di nuove.
In conclusione ci auguriamo l’immediato “cessate il fuoco” in Ucraina accompagnato da trattative ad alto livello che offrano garanzie durevoli. Auspichiamo poi la nascita di un movimento di massa consapevole e determinato in grado di costruire autentiche alternative di concordia e distensione in Europa e nel mondo. Ci conforta un esempio di questi giorni, quello dei lavoratori dell’aeroporto di Pisa che si sono rifiutati di caricare un velivolo civile con casse di armi mascherate da “materiali umanitari”e destinate all’Ucraina attraverso una base Nato in Polonia. Gli stessi affermano di voler costruire ponti di pace piuttosto che organizzare voli di guerra.

Questo articolo è stato pubblicato su Chiamami Città il 27 marzo 2022

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