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Il tempo della diserzione

C’è un aggressore, l’esercito russo. Ci sono interessi dei grandi capitali in gioco, da entrambe le parti. Coloro che ora patiscono i deliri di alcuni e i subdoli calcoli economici di altri, sono i popoli di Russia e Ucraina (e, forse presto, quelli di altre geografie vicine o lontane). Da zapatisti quali siamo, non sosteniamo l’uno o l’altro Stato, ma piuttosto coloro che lottano per la vita contro il sistema. Durante l’invasione multinazionale dell’Iraq (quasi 19 anni fa) guidata dall’esercito americano, ci furono mobilitazioni in tutto il mondo contro quella guerra. Nessuno sano di mente allora pensava che opporsi all’invasione fosse mettersi dalla parte di Saddam Hussein. Ora è una situazione simile, anche se non la stessa. Né Zelensky né Putin. Fermate la guerra…”

[Sesta Commissione dell’EZLN, in Messico]

Sono ormai diverse settimane che si parla di guerra, che si fa la guerra, che si subisce la guerra. Probabilmente per il tipo di lavoro che ho scelto di fare (l’antropologo) vivo costantemente la percezione di essere in guerra, essendo in contatto con tante donne e uomini che non vivono o non sono nati nella “fortezza Europa” e che sono in guerra o scappano da guerre che durano da anni.

Detto ciò, nelle ultime settimane la guerra è più presente nelle nostre vite, i media parlano solo di questo; le immagini tragiche e i gesti di solidarietà ci travolgono, e quindi come tutte/i anche io mi percepisco di più dentro questo conflitto.

Sono consapevole che lo Stato genera la guerra e di fatto se ne nutre, ne elabora l’ideologia, costruisce l’immagine del nemico e ne diffonde la rappresentazione; ora questo vale per la Russia e per l’Ucraina. In entrambi i casi c’è una costruzione simbolica dell’altro come il nemico assoluto, l’incarnazione del male, del barbaro che attenta le vite dei bravi cittadini. Il problema principale è che chi decide di entrare in guerra spesso non si preoccupa dei suoi effetti su chi la guerra non l’ha scelta; penso agli invasi, ma anche agli invasori, ai soldati semplici costretti a combattere qualcosa che spesso non capiscono.

La soggettività è respinta da chi stabilisce il conflitto, Putin e Zelensky nelle loro dichiarazioni desoggettivizzano il conflitto, ragionano senza pensare alle emozioni dell’individuo, alle scelte e alle possibilità che possono legittimamente portare a scegliere di non combattere in nessun fronte, pensando di non essere di proprietà di uno Stato nazione, ma di far parte di un mondo al di là delle appartenenze nazionali. Come giustamente scritto da “Non una di meno” nel comunicato per lo sciopero contro la guerra e per il disarmo dell’otto marzo “bisogna opporsi all’uso della forza militare, diretta e indiretta, da parte dell’Ue per la risoluzione di questo conflitto, perché sappiamo che questi interventi non hanno mai portato pace, ma solo altre violenze e devastazioni: lo abbiamo visto in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Libia. Il riarmo dei Paesi dell’Unione Europea segna una nuova fase politica di fronte alla quale non possiamo rimanere in silenzio. Ci opponiamo all’aumento delle spese belliche che tolgono finanziamenti e risorse al welfare, all’istruzione, al sistema sanitario e a tutti quei settori che sono usciti distrutti da questi anni di pandemia. Siamo con tuttx quellx che non si riconoscono e si oppongono alle alleanze belliche. Ci opponiamo con forza alla logica di un’accoglienza diversificata per i profughi, che respinge o accetta in base al colore della pelle e alla nazionalità di provenienza”.

Chi vive in un paese dove si combatte militarmente sa che la guerra è un atto totale che investe completamente tutte e tutti. Ovunque esso sia e qualunque cosa faccia è nella guerra. Quando è in corso una guerra niente e nessuno può restarne fuori: natura, animali, uomini, beni, apparato economico e tecnologico, modelli ideologici, tutto si dispone a servizio della guerrai.

Il modesto contributo che voglio portare con questo mio scritto è un elogio alla diserzione, totale e intransigente contro tutte le guerre. Sono convinto che, ora più che mai, sia fondamentale rilanciare l’etica e la lotta antimilitarista, partendo proprio da una critica alle “nostre” servitù militari, senza dimenticarci che le truppe dell’esercito italiano sono dislocate in decine di Paesi nel mondo, che il territorio che ci circonda è costellato di basi Nato, Usa, europee, italiane: abbiamo radar sulla testa, sottomarini nei nostri mari, fabbriche di armamenti, esercitazioni nei nostri paesi.

L’industria bellica italiana fornisce le proprie armi distruttive agli eserciti e alle polizie di tutto il mondo, ma non solo: negli ultimi anni l’esercito è anche nelle strade, nei quartieri considerati marginali o pericolosi, più per costruire un’immagine falsata di sicurezza che con reali attività repressive. La militarizzazione della nostra società implica politiche autoritarie e antisociali che coinvolgono le istituzioni su vari livelli, politici, economici e sociali, basti pensare alle enormi spese militari che impoveriscono tutta la popolazione.

Chi subisce più di tutti il militarismo è la popolazione civile, non solo durante la guerra, ma anche in periodi di “pace”, perché l’impatto ambientale delle basi militari, delle esercitazioni e delle aree a esse adibiteii è devastante; si distruggono interi ecosistemi, producendo un continuo danneggiamento dell’ambiente che aumenta in modo esponenziale quando gli eserciti si mettono in marcia per fare la guerra. In questi giorni in Ucraina non stanno morendo solo animali umani, ma animali di tutte le specie, foreste e territori escono dilaniati dalle azioni belliche e le conseguenze si continueranno a pagare per anni, soprattutto per chi tornerà a vivere in quei territori, e questo vale per vinti e vincitori.

Non voglio volutamente approfondire la situazione geopolitica di quest’ultima guerra che non mi vede parteggiare per nessuno, se non per i disertori di entrambe le nazioni, ma ci terrei a sottolineare che se da una parte siamo davanti a una sorta di guerra di posizione e colonizzazione dei territori da parte della Russia, dall’altra c’è l’Ucraina in preda al caos politico che chiede aiuto a una organizzazione militare insostenibile come la Nato.

La Nato, è importante ricordarlo, ha raddoppiato in termini geopolitici la sua presenza nel mondo dalla fine della guerra fredda; in pochi anni ha occupato militarmente territori con basi e infrastrutture, non solo in molti paesi dell’Europa centrale e orientale, ma anche il Medio Oriente vede la sua presenza in modo sempre più ingombrante.

Altra cosa sulla quale vorrei riflettere che sembra colpire la maggior parte dei giornalisti di tutto il mondo come fosse una grande novità è l’utilizzo da parte della Russia della catastrofe ambientale come risorsa bellica, soprattutto facendoci tremare con l’occupazione delle centrali nucleari. Purtroppo questa è una pratica tristemente nota e utilizzata da tutti i guerrafondai, in primis dalla Nato che proprio per vincere “rapidamente” una guerra, nel 1999 attaccò le industrie chimiche di Pancevo in Serbia per creare un danno ambientale totale e definitivo al nemico.

Deve essere chiaro: non ci sono eserciti giusti, non ci sono guerre buonePer questo dovremmo essere tutte e tutti disertori, perché la storia ci ha insegnato che la guerra la fanno i capi di stato, le classi padronali, i generali e la combattano e la pagano i civili, l’ambiente e tutti gli animali che ci vivono.

Essere contro la guerra per me significa essere contro il militarismo, che sia quello russo, francese, yankee, italiano o cinese non fa differenza. Sono antimilitarista, contro la guerra e quindi contro tutte le istituzioni militari, nessuna esclusa.

Trovo essenziale ribadire con forza che è importante lottare contro l’esaltazione e la diffusione dello spirito militaristico della Nato, della Russia, dell’Ucraina e di qualsiasi nazione e che la scelta di armare l’Ucraina sia grave, utile soltanto a chi fa affari sulla morte delle persone vendendo armi.

Siamo in un mondo dove si sceglie di parteggiare senza essere realmente informati, dobbiamo batterci contro il militarismo, il che significa lottare non solo contro una guerra vicina geograficamente, ma contro la gerarchia, l’autorità e a ogni forma di dominio e discriminazione.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 21 marzo 2022

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