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Il Reddito di cittadinanza va allargato, non ristretto

Servirebbero risorse per tre milioni di potenziali beneficiari in più rispetto agli attuali. È quanto emerge da un’indagine dell’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche (Inapp). intervista al presidente dell’Istituto, Sebastiano Fadda.

«Il 45,8% dei percettori del Reddito di cittadinanza sono “lavoratori poveri” e c’è una domanda potenziale di altri 3 milioni di famiglie». Inizia così la nota con la quale l’Inapp, Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche, ha presentato lo scorso 23 febbraio i risultati dell’indagine sul Reddito di cittadinanza su un campione di oltre 45 mila individui dai 18 ai 74 anni.

Reddito di cittadinanza, i numeri
Oltre 814 mila cittadini, in rappresentanza di altrettante famiglie, hanno cominciato a percepire il Reddito di cittadinanza già da prima dell’emergenza Covid-19, pari al 45% dei percettori. Poco più di 1 milione di famiglie (il 55%), invece, ha iniziato a percepire il RdC durante la crisi sanitaria. Complessivamente la platea di percettori di RdC al momento della rilevazione dell’Inapp è di circa 1,8 milioni di famiglie. A questi beneficiari si aggiungono circa 1,6 milioni di famiglie che intendono fare richiesta della misura di sostegno a breve e 1,4 milioni di nuclei la cui domanda non è stata accolta. «La domanda evasa e potenziale di sostegno è dunque assai rilevante» è il commento di Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, che abbiamo intervistato per MicroMega.

Professor Fadda, cosa raccontano questi dati?
In primo luogo che la quantità di persone in condizioni di disagio per quanto riguarda il livello di povertà è spaventosamente elevato: se ai 1,8 milioni di beneficiari aggiungiamo 1,4 milioni di persone che hanno visto rifiutata la domanda – anche per imprecisioni o errori nella compilazione o per ritardi nella presentazione – e a questi aggiungiamo 1,6 milioni intenzionati a farne richiesta arriviamo a un totale di ulteriori tre milioni di potenziali beneficiari.

Inoltre, è importante sottolineare come il 77% dei fruitori consideri il reddito come un fattore essenziale per la propria sopravvivenza.
Certo. Aggiungiamo un terzo elemento: la percentuale di persone che usufruiscono del reddito e che lavorano; sono quasi la metà dei beneficiari, il che significa che tanti, troppi cittadini sono working poor, schiacciati tra basse retribuzioni e condizioni di precarietà.

Il problema, quindi, è il mercato del lavoro.
Diciamo così: se in Italia esistesse un mercato del lavoro dignitoso in termini di reddito e stabilità, quella metà degli attuali beneficiari del reddito di cittadinanza che lavora non ne avrebbe più bisogno.

C’è qualcosa in particolare che vi ha sorpreso?
Oltre al dato sui soggetti che pur lavorando hanno bisogno del reddito di cittadinanza, c’è un dato finora non sufficientemente considerato: gli effetti sul piano del benessere psicologico e fisico dei fruitori del reddito. Un gran numero di persone, intorno al 64% degli intervistati, dichiara di avere più fiducia nelle istituzioni, e oltre il 50% dichiara un miglioramento nella salute fisica e mentale, nel rapporto con gli altri, nelle relazioni sociali e persino nella fiducia verso classe politica.

E, invece, la maggiore criticità?
Se possiamo considerare questo strumento decisamente efficace nella riduzione del disagio dovuto alla povertà, lo stesso non possiamo dire riguardo agli altri compiti che sono stati attribuiti a questa misura. Mi riferisco alla funzione di inserimento o reinserimento dei beneficiari nel mercato del lavoro, le cosiddette politiche attive.  Del 40% che è stato contattato dai Centri per l’impiego, a sua volta soltanto il 40% ha sottoscritto il Patto per il lavoro[i], e di questi ultimi soltanto la metà ha ricevuto una proposta di lavoro che, inoltre, è stata rifiutata da più della metà.

La responsabilità del fallimento di questa “seconda funzione” del Reddito di cittadinanza?
Premesso che le politiche attive hanno la funzione di ricoprire i posti vacanti, ma non possono certo creare nuovi posti di lavoro, dobbiamo constatare come le strutture preposte, e cioè i Centri per l’impiego, abbiano enormi deficienze tanto in termini di quantità di personale, quanto in termini di competenze e di chiarezza delle funzioni. A questo va aggiunta la mancata integrazione dello strumento del RdC nell’intero sistema degli ammortizzatori sociali, a sua volta da integrare nel quadro delle politiche di sviluppo e del sostegno al cambiamento strutturale e alla conseguente riallocazione del lavoro.

Cosa sarebbe accaduto in Italia se non ci fosse stato il reddito di cittadinanza a tamponare l’emergenza economica causata dalla pandemia?
Semplicemente una crescita ancora maggiore delle povertà, con due conseguenze: da un lato avremmo assistito a un aumento delle tensioni sociali, a un peggioramento delle condizioni psicologiche degli individui e a un allontanamento anche permanente degli “occupabili” dal mercato del lavoro; dall’altro avremmo avuto una maggiore diminuzione della domanda a livello aggregato e quindi un’ulteriore riduzione del livello di attività economica. Si sarebbe verificata una spirale al ribasso ancora più intensa di quella generata dal lockdown o dalle misure di prevenzione del contagio. Il Reddito di cittadinanza ha anche frenato la caduta economica.

Questo articolo è stato pubblicato su MicroMega il 15 marzo 2022

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