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Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Così siamo in guerra. Non è la prima volta dalla Liberazione dal nazifascismo. Eppure, la Costituzione dice chiaramente che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Nel momento in cui si decide di inviare armi a un paese belligerante è ovvio che si entra a far parte dei paesi belligeranti. E poi, chi lo decide? Il presidente del consiglio. Ma non dovrebbe essere il Parlamento a decidere un atto tanto grave e impegnativo? Ricordo in passato i dibattiti appassionati sulla scelta di partecipare a un conflitto fuori dal territorio nazionale, ricordo il dramma di Pietro Ingrao, per esempio, e il suo no in nome dell’articolo 11 della Carta. Al suo funerale c’erano due bandiere, quella del Pci e quella della pace. Erano i tempi di Cocciolone. Ricordo, una decina d’anni dopo, l’ossimoro della guerra umanitaria quando D’Alema diceva e faceva cose ben diverse e peggiori – sostenuto da tutti tranne da Rifondazione comunista, mentre il Pdci di Rizzo era nel governo di guerra contro la Jugoslavia ma per non farsi mancar niente andava con la bandiera della pace a manifestare sul ponte di Belgrado – dalle cose ragionevoli che dice oggi sul conflitto in Ucraina. Già, allora le bombe erano intelligenti. E poi altre guerre, con l’ok del Parlamento. Nella politica italiana oltre alla mobilitazione civile di massa c’era un qualche barlume di sinistra politica che resisteva al pensiero unico americano, oggi si stenta a rintracciarlo. Sarà la pandemia che ci ha anestetizzato tutti quanti, sarà il vento presidenzialista, sarà che quasi nessuno più mette in discussione l’ombrellone della Nato, fatto sta che oggi basta un premier – lo chiamano così – a decidere l’invio di armi per alimentare guerra, morti e distruzioni. Il segretario del principale erede del Pci (e della Dc) calza l’elmetto e stimola Draghi a fare di più, lancia appelli alla guerra contro la Russia del nuovo zar Putin. Renzi non trova di meglio che prendersela con l’Anpi, colpevole di accompagnare alla critica alla politica guerrafondaia di Putin l’analisi delle cause che hanno determinato la decisione criminale di invadere, o tentare di invadere, l’Ucraina.

Ho nostalgia di giganti come Gino Strada, o come Stefano Rodotà. Ma pensando alla mancata autonomia politica ed energetica dell’Italia, ho nostalgia persino di Enrico Mattei. Oggi è tutto più complicato e melmoso. Eppure, dovremmo esserci abituati, noi che abbiamo una cultura di sinistra, a opporci alla guerra senza poterci e volerci schierare con una parte in conflitto: così è stato quando sotto le bombe Usa e Nato finivano disgraziati popoli guidati ora da Milosevic, ora da Saddam, ora di Gheddafi, ora da Assad, ora dai talebani. Dittatori, certo, ma dittatori nemici o non più amici, criminali di guerra come tanti altri con cui però commerciamo amabilmente dalle parti di Ankara o di Tel Aviv. O del Cairo. E’ che la guerra non è mai una soluzione, ed facile farla esplodere ma difficilissimo farla terminare. Le bombe uccidono la povera gente, uccidono i bambini che a Kiev e a Mosca, nel Donbass e a Roma piangono e ridono allo stesso modo, le bombe costringono interi popoli alla fuga. Per aiutare gli ucraini oggi, come ieri altri popoli bombardati e in fuga, o bombardati mentre fuggono come i kosovari nel treno abbattuto dalle nostre armi intelligenti, servono politica, mediazione, diplomazia. Servono bende, ospedali, medicine, cibo, accoglienza. Non altre armi.

Né con Putin né con la Nato. Né né. Provando ad andare oltre gli Ossi di seppia di Montale – “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Dovremmo riprendere la parola, sempre, quando la follia imperiale bombarda un popolo fratello ma anche quando le bombe cadono sugli ucraini colpevoli di parlare russo come avviene da otto anni nel Donbass. Quella parola che ci siamo risparmiati troppo a lungo quando la follia della Nato dilagava conquistando nazione dopo nazione nell’est Europa in dissoluzione e accerchiando il nemico di sempre che nel frattempo non era più l’Urss ma la Russia. Mentre la Nato è sempre la Nato, solo molto più estesa. Chi ha vissuto l’esperienza del manifesto come me, ha come sua data fondativa il ’68 e come luogo di nascita Praga con l’opposizione ai carri armati sovietici – nel ’56 eravamo troppo piccoli per capire quel che accadeva a Budapest ma non abbastanza per non rimanerne sconvolti. Non stavamo con il socialismo reale, figuriamoci con Putin e perciò è normale per me, oggi, dire no ai carri armati a Kiev.

Né né, ma anche sia sia. Sia con il popolo ucraino in fuga dalle bombe, sia con chi eroicamente manifesta a Mosca e San Pietroburgo contro la guerra di Putin. La democrazia non si esporta, sta ai popoli liberarsi dalle tirannie e dai nazionalismi. Vorremmo vederne di più di piazze piene di bandiere della pace, in tutto il mondo. Siamo in Europa e con l’Europa, ma vorremmo un’Europa libera dagli incubi atlantisti, un’Europa capace di frapporsi alle doppie follie, di svolgere un ruolo di mediazione, di spegnere il fuoco non di alimentarlo. Invece la Germania post-Merkel per la prima volta dopo il ’45 decide di investire 100 miliardi in armamenti e la Svezia e la Finlandia vogliono abbandonare la scelta saggia della neutralità per inforcare il fucile. L’Italia è in pessima compagnia e come in Italia, sprazzi di sinistra e di lucidità sono merce rara in tutt’Europa.

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