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L’innocenza di Laura e la disperata vitalità degli artisti: incontro con Elena Bucci

Elena Bucci, ovvero le Belle bandiere, ovvero il Teatro di Leo, trent’anni di carriera alle spalle portati benissimo, l’ho vista pochi mesi or sono all’Arena del Sole nella strepitosa Armata Brancaleone di Roberto Latini in panni maschili, è il mio secondo ritratto di una eroina delle scene dopo Amadori, guarda caso proveniente dalla stessa matrice gloriosa della pedagogia deberardiniana.

L’occasione c’è tutta, visto che Bucci inaugurerà una settimana intensissima dal punto di vista teatrale, espositivo e convegnistico, tutta dedicata a quel profeta in patria per eccellenza che è stato Pier Paolo Pasolini. In verità il mese di marzo apre per Bologna una complessa progettualità di ampio respiro destinata ad allungarsi fino all’estate, tutta dedicata a personalità geniali del luogo che hanno saputo imporsi a partire dalle date topiche di nascita e morte, su scala nazionale e simbolica, travalicando con modalità espressive diverse gli steccati del pregiudizio, quali appunto Pasolini e Lucio Dalla: una bella gara di slalom nelle agende davvero, tra occasioni ufficiali , pellegrinaggi in luoghi fortemente biografici ed evocativi, occasioni di confronto accademiche e meno, elaborazioni nuovissime dal già noto o viceversa rievocazioni del rimosso, date o meno per scontate.

Insomma si tratta di un insieme di eventi che, al di là dell’intento celebrativo, o in virtù di questo e senza voler fare bilanci esaustivi, amiamo definire come autentiche sfide.

E l’eterno enigma dei cari agli dei che se ne vanno repentinamente o prima del tempo, consegnandoci alle nostre responsabilità comunitarie, continua ad essere cogente.

Gli appuntamenti hanno come fulcro Arena del Sole e Dams Lab, che si affaccia su una piazzetta cinematografara dedicata all’eretico Pierpaolo, si aprono con Bucci interprete di Bimba 22, una sorta di recital rêverie dedicato a Betti e al suo poeta d’elezione, per chiudersi dal 4 al 6 di marzo, sempre in Arena con l’ultimo attesissimo e documentatissimo lavoro di Ascanio Celestini, dal titolo significativo: Museo Pasolini, passando, sempre per stare sul tema visionarietà, per il lavoro di Gabriele Portoghese, super premiato Tiresia- Blue Motion, in ditta con Fabio Condemi per questo Il Tempo in cui attendo la grazia, in scena al Teatro Soffitta, Dams Lab dall’uno al tre di marzo.

Raggiungo Bucci telefonicamente in una giornata difficile per diversi aspetti, entusiasmante per altri: nel giorno più buio per gli animi di buona volontà, quale può essere un’invasione e una guerra che si dispiega, nel giorno faticosissimo della messa a punto di una prima ravennate di questo Ottocento, spettacolo che Belle bandiere producono con il Teatro bresciano. Eppure, in tutto questo c’è un valore molto concreto di rilancio e di resistenza che Elena sa perfettamente trasmettermi, anche se in qualche modo la obbligo a prenderla da lontano.

Se mi chiedi come mi considero, devo ammettere che, in quanto donna, come usa dire, non è semplice rispondere, così esordisce Elena alle prese con tecnici e luci da montare sul palco. Intendo dire che la lezione di Leo che io e tutto un gruppo di allora giovanissimi interpreti ricevemmo, fu quella di una grande libertà. Leo stimolava, cosi come del resto Antonio Neiwiller e Perla Peragallo, tutte figure purtroppo prematuramente scomparse, un approccio rigoroso e multidisciplinare al fatto scenico.

Non eravamo obbligati ad essere qualcosa in cui per primi noi non credessimo, ma, parallelamente venivamo incoraggiati ad essere artisti a tutto tondo, a pieno titolo, anche un po’ artigiani. Attori-autori, ma anche artifex. Io per me, ho capito presto, veramente poco più che ventenne, che mi veniva comunque naturale interessarmi a tutta la procedura, la filiera del lavoro teatrale, che tutt’ora considero un lavoro di squadra armonioso e rispettoso delle soggettività, estremamente creativo.

Ecco, se tu mi dici che oggi a Teatro vedi Politica, più che altrove, più che nei luoghi deputati, questo in parte, in un certo senso mi lusinga. Nel senso che oggi credo sia politica il riconoscimento delle Differenze, delle Diversità e la loro rappresentazione: questo a ben pensare, nella pratica teatrale avviene a monte, prima dei contenuti che tu metti in scena, proprio nella modalità del lavoro collettivo, delle competenze variegate che si mettono in gioco e dell’armonia che devi raggiungere per arrivare efficacemente al pubblico. Eppoi ecco si, il pubblico è sempre un componente della realizzazione, un sensore dell’artista sul mondo.

Io credo anche, pensando al complesso ruolo del femminile nella biografia e nelle opere di Pasolini, al di là del gossip sulle reciproche ambigue fascinazioni tra lui e le sue innumerevoli muse, a partire dalla figura materna, la verità, che a teatro può emergere benissimo, è una fluidità nei ruoli che oggi sta diventando patrimonio comune. Amore-odio, conflitto di genere, rispecchiamento, sono tutte facce di una medaglia. Laura Betti, altra bolognese transfuga, forse perché troppo trasgressiva per restare nel suo ambiente, certo assomiglia di più ad una chanteuse francese, orgogliosa e indipendente, più che risultare musa di qualcuno. Eppure certo noi la ricordiamo comunemente soprattutto per gli aspetti di dedizione amicale nei confronti del poeta e artista. Betti, che parlava diverse lingue ed era perfettamente conscia delle sue peculiarità pop e del fatto che altrove avrebbero potuto essere ben altrimenti apprezzate, alla fine seppe trovare una sua particolare tragica chiave attoriale, in cui oltre le maschere esagerate ed esagitate di sé stessa, in trasparenza, appariva la nuda e autentica persona. Solo i creativi veri sanno operare questo passaggio.

Di lei si è detto tutto: sfacciata, irriverente, sboccata, una certa attitudine ribelle che ricorda addirittura il punk, ma non aveva tuttavia mai dimenticato il dialetto bolognese, per dirne una ed infine scelse di lasciare a Bologna, città natale di entrambi, il fondo documentale pasoliniano.

Affronto questo spettacolo con timore reverenziale e non voglio anticipare più di tanto. Il titolo è Bimba 22. Del resto Pasolini stesso la definiva bimba per quel certo non so che di innocente e capriccioso che i suoi bronci, il suo turpiloquio, le sue sfuriate, sapevano assumere, in maniera sempre più consapevole nel tempo, per altro. Mi sono documentata tanto per preparare questo lavoro su testi e memorie dell’artista stessa e mi sono resa conto di quanto fosse avanti e consapevole dei giochi di ruolo che agiva sempre e comunque al di fuori degli steccati che oggi chiamiamo politically correct. Certo penso abbia pagato anche prezzi assai salati per essere cosi fuori dagli schemi.

Non riesco a dire più di tanto su di lei e il lavoro che sto facendo, visto che mi si presentano come enigma, tuttavia posso dire che la scena sarà estremamente scarna e sarà costituita da giochi di luci, ombre e penombre, trasparenze, cosi come piace a me. Ci sarà una piccola sorpresa en travesti, ma non voglio anticipare più di tanto. Mi congedo quindi da Elena dopo questa intensa conversazione, con la rafforzata convinzione che in un cruciale momento per l’umanità tutta, assestarsi sul fronte culturale e ritrovarsi in rito comunitario, magari a teatro, ovvero il luogo dove le angosce prendono corpo e vita e vengono combattute insieme nelle differenze, sia una pratica alta di resistenza ed un momento di grande politica.

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