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La guerra globale in Europa. Possiamo ancora fermarla

Lo scontro bellico più volte minacciato è quindi in atto. Quando, non molte ore fa, eravamo ancora sull’orlo del baratro di una nuova guerra ad alta intensità entro i confini geografici del continente europeo, ci ha raggiunto l’esternazione dell’uomo delle sentenze epocali e (solo per lui) definitive. Si parla di Francis Fukuyama che in una intervista di un’intera pagina su la Repubblica del 22 febbraio, dopo avere con disinvoltura riconosciuto che la storia non è finita perché Putin vorrebbe “estendere la zona di influenza sull’Europa orientale, tornando a controllare i Paesi entrati nella Nato dopo il 1991”, afferma perentoriamente: “Ho passato molto tempo in Ucraina negli ultimi sette anni, poiché abbiamo programmi per addestrare i giovani. Ogni volta ripeto che lo faccio perché Kiev è il fronte della lotta globale per la democrazia”. Un fronte alquanto inquinato e traballante visto il pessimo stato di salute delle istituzioni ucraine, la corruzione e il malaffare che ne corrodono le fondamenta, la presenza di consistenti forze fasciste e neonaziste capaci di interpretare e indirizzare nel modo più violento le diffuse pulsioni nazionalistiche. Ma è così che l’autore de La fine della storia e l’ultimo uomo intende riassumere la missione salvifica degli Usa e per estensione dell’Occidente.

Vista così, e Fukuyama è uomo ascoltato dalla amministrazione Biden, la crisi ucraina non lascerebbe davvero speranze. Saremmo di fronte a uno scontro di portata storica, oltre che globale, che sempre più rapidamente sposta in avanti, cioè verso est, la linea del fronte. Il patto Nord Atlantico al suo sorgere nel 1949 comprendeva 12 paesi. In seguito a otto allargamenti si è giunti a 30, con un’intensificazione delle adesioni negli ultimi 20 anni, a partire da quel fatidico 1999, quando venne demolita la Jugoslavia.

Infatti i nuovi ammessi sono tutti paesi del disciolto Patto di Varsavia e della smembrata Repubblica federale jugoslava. La successione rende chiaro il processo e le intenzioni dei suoi promotori: nel 1999 entrano a far parte della Nato Polonia, Repubblica ceca e Ungheria, cinque anni dopo, nel 2014, è la volta di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania Slovacchia e Slovenia; cui si aggiungono nel 2009 l’Albania e la Croazia; nel 2017, il Montenegro e nel 2020 la Macedonia del Nord. Così l’attuale segretario della Nato, Jens Stoltenberg, alla recente Conferenza di Monaco sulla sicurezza tenutasi il 18 febbraio, ovviamente senza la Russia, ha potuto con grande enfasi vantarsi che “l’allargamento della Nato negli ultimi decenni è stato un grande successo e ha anche aperto la strada a un ulteriore allargamento della Ue”. Il che, per la verità, non sempre è avvenuto come dimostra il caso della Turchia, membro Nato, ma finora fuori dalla Ue.

Esattamente il contrario di quanto George Kennan, figura di spicco negli anni della Guerra fredda, propugnatore della politica del containment nei confronti dell’Urss, scrisse nel 1997 nella veste di storico, secondo il quale invece – come ci ha ricordato Alberto Negri in suo recente articolo su il manifesto – “l’allargamento della Nato è il più grave errore della politica americana dalla fine della guerra fredda […] questa decisione susciterà tendenze nazionalistiche e militariste anti-occidentali […] spingendo la politica estera russa in direzione contraria a quella che vogliamo”. Ma ciò non ha impedito a Stoltenberg di annunciare con giubilo che “questo è il settimo anno consecutivo di aumento della spesa della difesa degli alleati europei, accresciuta di 270 miliardi di dollari dal 2014”, anche se gli americani non si accontentano e vorrebbero di più. Vale la pena di notare che il settennato che parte dal 2014 è richiamato sia dal segretario della Nato che da Fukuyama nella sua intervista del 22 febbraio.

Eh già, il 2014: l’anno nel quale le manifestazioni di piazza Maidan a Kiev si trasformarono in una mattanza; l’anno in cui venne firmato il patto noto come Minsk 1, seguito l’anno successivo dal Minsk 2, che avrebbero dovuto garantire il cessate il fuoco e la reintegrazione dei territori di Donetsk e Lugansk tramite elezioni, un loro status speciale e un’amnistia per i partecipanti alla rivolta armata, patti che le autorità ucraine non hanno mai voluto e che le consistenti forze fasciste interne all’Ucraina hanno sempre considerato alla stregua di un tradimento; l’anno in cui la Russia annesse la Crimea; come è sempre a partire dal 2014 che è cresciuta esponenzialmente la dipendenza europea dalle forniture di gas russo, passando dal 30% all’attuale 47%. L’Italia è nella media europea di questi valori, il che spiega assai bene come l’attivismo del Governo italiano in questa contingenza, peraltro non travolgente, sia ben più legato ad assicurarsi la continuità delle forniture di gas che non a salvaguardare la pace.

Non c’è da stupirsi dunque se la dirigenza russa si senta accerchiata e senza spazio per indietreggiamenti. Non è una novità, ci spiegano gli studiosi della storia, della cultura e della mentalità russe. È vero, ed è una ragione in più perché le loro ragioni – come per tutti non assolute – venissero almeno comprese e prese in considerazione. Come ci ricorda l’ambasciatore Giuseppe Cassini in un articolo sull’ultimo numero della rivista Alternative per il Socialismo di imminente uscita, i russi si ricordano bene che negli anni Novanta il loro paese ritirò tutti gli ordigni nucleari posizionati in Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan mentre gli Usa non hanno ritirato i loro, a cominciare da quelli posizionati nel nostro Friuli. Così come non hanno dimenticato le rassicurazioni ricevute, seppure verbalmente, sul fatto che lo scioglimento del Patto di Varsavia non avrebbe comportato l’estensione della Nato fino ai loro confini, con l’unica eccezione della Germania dell’Est. “Che ci fanno gli Stati uniti in Ucraina alle porte del nostro Paese? Dovrebbero capire che non abbiamo più spazio per arretrare” ha esclamato Putin a dicembre.

Non hanno voluto capirlo. E allora Putin ha deciso di avanzare. Ma non è affatto la scelta migliore. Il riconoscimento, con la teatralità della diretta televisiva, dell’indipendenza di Lugansk e Donetsk, con le conseguenze che sono maturate in queste ore sul terreno militare, ammutolisce, per il momento, ogni sforzo sul terreno del dialogo e della diplomazia. “Un grave errore”, lo ha giustamente definito Tommaso Di Francesco su il manifesto. Il confronto, spostatosi interamente sul piano muscolare-militare, è in queste ore in continuo movimento ed è difficile perfino inseguire tutti i passi e le mosse. Ma la sua direzione è purtroppo chiara ed è tragica. Putin ha motivato questa scelta con un lungo discorso alla nazione di cinquanta minuti. In altre occasioni è stato assai più lapidario ed efficace, come quando disse: “Chiunque non rimpianga il decesso dell’Unione Sovietica non ha cuore, chiunque voglia resuscitarla non ha cervello”. Per farlo ha dovuto reinterpretare la storia a proprio uso e consumo.

Definire l’Ucraina un prodotto artificiale, chiamando in causa le responsabilità di Lenin, non ha senso da qualunque punto di vista. Non è forse necessario, ma comunque sempre utile, spingersi fino alla nascita del Rus’ di Kiev tra il X e l’XI secolo, quando nacque il mito fondativo della “terra russa”, un fattore decisivo nella formazione dello Stato moscovita due secoli più tardi. La “terra russa”, tutta la “terra russa”, è l’esito di un processo storico, quello appunto della “raccolta delle terre russe”, come ha recentemente ricordato Adriano Roccucci, profondo conoscitore della storia di quel paese. Un territorio è parte della “terra russa” non tanto perché abitato da una popolazione di una determinata etnia, ma perché attraverso un secolare processo di espansione quel territorio è stato conquistato dai russi. La Russia non è andata in cerca di colonie, ma dell’allargamento del suo territorio.

Quando nel 1924, entrò in vigore la Costituzione, l’Urss comprendeva quattro repubbliche: la Repubblica socialista federale sovietica russa (Rsfsr), la Repubblica socialista sovietica ucraina, la Repubblica socialista sovietica bielorussa e la Repubblica federale socialista transcaucasica. Non vi era alcun bisogno di inventarsi l’Ucraina, che c’era già da tempo, poiché la Rsfsr aveva una popolazione pari ai due terzi di quella di tutta l’Urss e una superficie pari al 95 per cento di tutta l’Unione. Se formalmente il principio dell’uguaglianza era rispettato, nella pratica era inevitabile che l’Urss apparisse e in effetti funzionasse più come l’estensione della Rsfsr che non come una unione di diverse repubbliche.

Ma a Putin la ricostruzione storica falsata sulle origini dell’Ucraina, come la battuta sulla decomunistizzazione che lui farebbe davvero e non a metà, serve per tracciare un percorso sostanzialmente unitario della storia russa, entro la quale la rivoluzione bolscevica e l’esperienza sovietica sono al massimo una lunga parentesi all’interno del cammino multisecolare della “Russia, la nostra sacra potenza” come dicono le prime parole dell’inno della attuale Federazione Russa. E Putin è l’uomo che ha portato il suo paese fuori dai turbolenti periodi del crollo del socialismo reale restituendogli solidità e dignità che tutto il mondo deve rispettare.

Solo che non è la guerra che le può garantire. Solo chi è vivo può riconoscere l’altro, dunque anche le sue motivazioni, le sue necessità, i suoi meriti. Una volta stabilite in sede analitica quali sono e come sono distribuite – come sempre in modo diseguale – le responsabilità che hanno portato ad una certa situazione, bisogna fare il passo successivo e cercare di comprendere le ragioni di ognuno e su questa base avviare una soluzione possibile che precluda l’avvento della guerra o ne blocchi l’inizio e lo svolgersi. E ancora possibile nella crisi ucraina. Non si deve solo sperarlo ma agire in questa direzione. Non può essere solo il Papa a ricordarlo. Il movimento pacifista internazionale che ha, come tutti i movimenti, un andamento carsico, può e deve tornare a essere un protagonista determinante. Non si tratta di fare appelli generici alla pace, ma di indicare una strada, premendo sui vari governi perché la perseguano. L’Unione europea non può oscillare tra l’appalto della politica estera a Macron da un lato e l’adagiarsi sul più trito filoatlantismo dall’altro. Nel 1975, in piena guerra fredda, si svolse con successo il vertice di Helsinki, ove l’Atto finale venne sottoscritto dai 35 Paesi dell’emisfero nord per garantire sicurezza e cooperazione, un decalogo per una coesistenza pacifica in piena guerra fredda: integrità territoriale, inviolabilità dei confini post-bellici, non ingerenza negli affari interni, né ricorso alla forza, autodeterminazione dei popoli, rispetto dei diritti umani.

Ora bisogna prima di tutto fermare la macchina bellica in atto. Ma non saranno solo le sanzioni economiche alla Russia decise in sede Ue a riuscirci. L’Italia deve giocare un ruolo di pace in tutti gli organismi internazionali dei quali fa parte. È necessario, e forse ancora possibile, pensare a una soluzione in qualche modo simile a quella di Helsinki, che cioè ponga l’Ucraina in una condizione di neutralità, fuori dalla Nato e libera da ogni sudditanza verso la Russia, garantendo alle zone prevalentemente popolate da russi una effettiva autonomia. Già prima del precipitare della situazione nelle ultime ore, era ben discutibile che, in base allo stesso statuto della Nato, l’Ucraina fosse in grado di rispondere alle caratteristiche richieste dall’articolo 10 che prevede l’ingresso di Stati europei solo se in grado “di contribuire alla sicurezza della regione”. Ma come si sa gli articoli dei Trattati vengono interpretati in base agli argomenti della forza più che a quelli del diritto. Contano di più le riflessioni di un sociologo come Volodymyr Ishchenko secondo il quale molti ucraini pensano che entrare nella Alleanza atlantica comporta una minaccia maggiore per la sovranità del paese, incrementando le tensioni con la Russia ed esponendolo ai rischi di venire trascinati nelle guerre statunitensi, infinite quanto perdenti. In una recente intervista a Jacobinil sociologo di Kiev ricorda che “secondo i sondaggi condotti nel corso di questi trent’anni dall’indipendenza sovietica, lavoro salari e prezzi sono sempre stati al primo posto, mentre identità, lingua, relazioni geopolitiche, Ue, Russia, Nato sono sempre stati in fondo alla lista delle priorità ucraine”. Ovvero, si potrebbe dire con un balzo di tigre nel passato, pane, pace, lavoro, le stesse parole d’ordine della rivoluzione bolscevica di più di cento anni fa.

Questo articolo è stato pubblicato su CRS il 24 febbraio 2021

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