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Crisi politica ed elezioni anticipate in Portogallo

Geringonça è una parola vagamente onomatopeica della lingua portoghese che sta a indicare qualcosa – un aggeggio o “un coso” – che a rigor di logica non dovrebbe funzionare e che invece per qualche misteriosa ragione funziona ma rischia di rompersi, fermarsi o andare in pezzi da un momento all’altro.

Nel gergo politico lusitano la geringonça è entrata con prepotenza sul finire del 2015, dopo le elezioni di ottobre, per designare l’improbabile e per certi versi improvvisa alleanza di governo fra i tre partiti di sinistra presenti in parlamento: il Partito socialista e il Partito comunista, la sinistra storica, e il Bloco de Esquerda, la nuova sinistra. Un’alleanza improbabile e per certi versi improvvisa (basti pensare a quanto si detestassero il socialista Mário Soares e il comunista Álvaro Cunhal dopo la Rivoluzione dei garofani o quanto l’iper-ortodosso Pcp detestasse i giovani gauchisti del Blocco di Sinistra) che servì a mettere fuorigioco il Partito socialdemocratico (la destra moderata) di Pedro Passos Coelho che aveva vinto le elezioni ma gli mancavano gli otto voti necessari per la maggioranza assoluta.

Quasi tutti credevano che quell’insolita alleanza, alimentata da António Costa, leader del Ps e abilissimo articolatore di negoziati, pur sancita da un programma di governo a tre messo per iscritto, sarebbe durata pochissimo . Una geringonça, appunto.

Invece questo strano “coso” ha funzionato e ha continuato a funzionare per più di sei anni, e due legislature dopo aver vinto le elezioni del 2019, facendo del Portogallo e del suo governo di sinistra (seguito poi dalla Spagna del governo Psoe-Podemos) un caso quasi unico in Europa. 

Adesso la geringonça si è fermata. Prima della scadenza naturale della legislatura, nel 2023, e dopo che il parlamento nell’ottobre scorso ha bocciato la legge di bilancio per il 2022 presentata dal premier Costa. A votare contro, come ampiamente anticipato, non solo la destra ma anche il Pcp e il Blocco.

Lo scioglimento della Camera e il voto anticipato non erano automatici, si sarebbe potuto andare avanti con un governo socialista di minoranza impegnato a cercare di volta in volta (a sinistra o a destra…) una maggioranza caso per caso e con una disponibilità finanziaria mensile di un dodicesimo della dotazione di bilancio dell’anno precedente. 

Un quadro troppo instabile di fronte a un passaggio estremamente complesso: una maggioranza politica rotta; una pandemia che con la variante Omicron in campo non dà ancora segno di cedimento (nonostante il Portogallo abbia affrontato il covid al meglio: un tasso di vaccinazione dell’86.5 per cento della popolazione, probabilmente il più alto di tutta la UE, e un tasso di rifiuto, l’1-2 per cento, fra i più bassi e i meno “politicizzati”); soprattutto il mare di soldi in arrivo da Bruxelles sotto la voce Prr, Plano de Recuperação e Resiliência, 16.6 miliardi di euro da qui al 2026 che nel giugno scorso Ursula von der Leyen è andata di persona a Lisbona a mettere metaforicamente nelle mani di Costa. “Un’opportunità d’oro per trasformare radicalmente l’economia portoghese”, una manna che fa gola a molti.

Quindi, una volta bocciata la legge di bilancio, il presidente della repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa (socialdemocratico, destra moderata) ha subito sciolto il parlamento e fissato il voto per il 30 gennaio.

La rottura della geringonça ha sorpreso molti che credevano che alla fine anche quest’anno, come l’anno scorso, il bilancio sarebbe passato pur fra le accuse incrociate dei tre partiti di maggioranza. Ma la rottura era nell’aria. Già dopo le elezioni legislative dell’ottobre 2019 la coalizione si era formalmente rotta e i due soci di minoranza non avevano sottoscritto il programma di governo redatto dai socialisti riservandosi di appoggiare o contrastare i singoli provvedimenti presentati da Costa. Che più volte, come nel caso della grande mobilitazione degli insegnanti, aveva scelto l’appoggio del Psd di Rui Rio, accusato a sua volta dai settori più duri del partito e dell’opposizione di essere troppo morbido con i socialisti.

Sia i comunisti di Jerónimo de Sousa sia il Blocco di Sinistra di Catarina Martins spingevano per contrastare la politica di austerità imposta dal 2011 dalla troika – Ue, Bce, Fmi – che stava stritolando (anche) il Portogallo e che era stata la ragion d’essere della inattesa coalizione del 2015 e del successo del governo di sinistra. Costa non era certo un radicale incendiario ma la sua “austerità light” in materia di salari, occupazione, fisco, sistema sanitario aveva lasciato il segno e convinto anche Bruxelles che quella era la strada giusta per evitare guai peggiori.

Il colpo di grazia, forse, alla stabilità dell’impronunciabile “coso” era arrivato nel settembre del ‘21, elezioni amministrative.

Astensione quasi del cinquanta per cento, inusuale per il Portogallo; recupero della destra moderata; ascesa della destra estrema; vittoria relativa ancora una volta dei socialisti ma pagata a caro prezzo – la perdita di Lisbona, passata ai socialdemocratici dopo 14 anni, e di altre città importanti come Coimbra e Funchal -; risultati non buoni né per i comunisti né per il Blocco.

Risultati che inevitabilmente accentuavano gli attriti interni al tripartito di governo. Fino ad arrivare alla rottura sul bilancio con relativo rimpallo delle responsabilità. “Era il bilancio più di sinistra di sempre”, diceva Costa. “Costa è ossessionato dalla ricerca della maggioranza assoluta” per poter governare da solo e imporre la propria volontà ai partner, replicava Catarina Martins. 

E adesso? I sondaggi danno i socialisti ancora una volta in testa (38-39 per cento) ma senza l’agognata maggioranza assoluta, seguiti dai socialdemocratici di Rui Rio, che spera nell’ “effetto Lisbona” e non esclude un “bloco central” per garantire la governabilità (e la condivisione dei fondi europei); la forte ascesa di Chega! (Basta!), il nuovo partito dell’ultrà di destra André Ventura che propone la castrazione chimica per i pedofili e la riesumazione dell’ergastolo abolito in Portogallo nel 1884 e, come i fascio-franchisti spagnoli di VOX, potrebbe diventare la terza forza in parlamento superando il Pcp e il Bloco de Esquerda.

Instabilità probabile alle porte.

Si vedrà presto. Chissà che quell’aggeggio dal nome improbabile non possa o non debba riprendere ad andare.

Questo articolo è stato pubblicato su Ytali il 21 gennaio 2022

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