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Il governo cerniera in Cile. Paura, speranza e il rischio di procedere senza un cambiamento

Grazie al trionfo di Gabriel Boric, candidato del patto Apruebo Dignidad, non dobbiamo più stare col fiato sospeso. L’avanzata del neofascismo filo-Pinochet, xenofobo e ultraconservatore di Josè Antonio Kast, è stata frenata alle urne – per ora. Dopo i risultati del primo turno – i quali indicavano che Kast avrebbe potuto vincere per 100mila voti, se non oltre, aggregando ancora più votanti – la campagna elettorale di Boric si è profusa nel lavoro sul territorio e nelle reti sociali. Le attività porta a porta e la propaganda antifascista fondata sul ricorso a manifesti, locandine e meme, è riuscita a convincere più di 1.270.000 persone, che si erano astenute dal voto al primo turno, a sottolineare la loro preferenza per Apruebo Dignidad o, piuttosto, il dissenso con Kast e la sua piattaforma neofascista contraria al pluralismo e ai diritti umani. La paura di ciò che un governo diretto da un apologeta di Pinochet avrebbe potuto comportare in termini di arretramenti e persecuzioni delle minoranze, si propagò come il fuoco nella prateria, nell’ambito degli schieramenti delle ‘dissidenze sessuali’, delle femministe e degli attivisti di sinistra. Questi nuovi elettori non sono autenticamente sostenitori della coalizione che ha vinto, però i loro voti sono stati determinati dalla paura del fascismo, voti dati con riluttanza all’insegna del male minore. A vincere le elezioni è stata la paura del ritorno al potere del Pinochetismo duro.

Mentre le campagne centrate sulla paura del fascismo riempivano tutti gli spazi informali, la campagna ufficiale ha sfiorato solo tangenzialmente la minaccia letale che avrebbe significato avere un leader di ultradestra al potere, puntando invece sulla speranza di un futuro migliore, rappresentato dall’immagine del nuovo leader sulla cima di un albero a braccia aperte di fronte al mondo. Questa doppia strategia, di dichiarare formalmente la speranza e di instillare informalmente la paura, è stata non solo terribilmente efficace rispetto alla quantità di astensionisti che è ruscita a portare alle urne – cioè la grande maggioranza dei settori popolari – ma anche sufficientemente plastica da consentire al nuovo Presidente di continuare con la sua politica del dialogo, che vuole “tendere dei ponti“ con l’avversario di ultradestra per raggiungere “armonia” e “coesione sociale”. Così Così, mentre la paura ha innalzato Boric a rappresentante di una presunta alleanza antifascista, che incorpora i partiti che hanno amministrato il modello neoliberale negli ultimi 30 anni, la speranza riposta nel suo governo in relazione alle trasformazioni strutturali e i miglioramenti materiali immediati, è in contrasto con la stabilità precaria ed il procedere “responsabile” e a “piccoli passi” che proclama.

Le emozioni sono parte integrante della politica. Le decisioni che vengono prese riguardo alla vita in comune non si fondano solamente su criteri tecnici di efficienza, ma sono anzitutto le decisioni etico-politiche legate a emozioni basilari come la paura e la speranza. Ogni nuova decisione politica richiede un accordo fra principi e realtà e pertanto un interrogarsi sull’inevitabile divario fra teoria e prassi, il che riattiva queste emozioni esistenziali all’interno del dibattito politico. Per il filosofo della democrazia radicale Baruch Spinoza, la speranza è il piacere legato all’idea di qualcosa nel futuro il cui esito è incerto. La speranza quindi contiene in sé stessa una quota di paura. Quando speriamo, proviamo piacere nell’immaginare che la cosa desiderata sia a portata di mano e, allo stesso tempo, temiamo la possibilità di vedere il desiderio frustrato. La differenza principale è che mentre la speranza è positiva e produttiva, dato che quando si elimina l’incertezza del futuro si genera fiducia nell’azione, la paura è negativa e paralizzante poiché porta a disperazione e passività anziché all’attualizzazione del nostro potere; maggiore è la paura che una persona ha, minore è il potere che essa possiede.

Benché la paura disponga l’essere umano a cercare aiuto e a cooperare, affinché però un patto sociale produca libertà e non dominazione, occorre che sia la forza produttiva della speranza ciò che spinge gli individui ad associarsi. Seppur razionalmente possiamo preferire il male minore nel presente per giungere ad un futuro migliore o evitarne uno peggiore, solo la speranza ci porta a un’associazione politica di persone libere. La paura costringe gli individui a sottomettersi e costruisce una società basata sul dominio in cui il dolore (il suo ricordo o la sua minaccia) viene usato per imporre silenzio e ordine. La paura del male maggiore finisce per soffocare il dibattito e la capacità di giudizio critico, erodendo la libertà politica di dissentire. In questo senso, la strategia di mettere indirettamente in relazione la speranza e la paura finisce per strangolare la creatività e le energie necessarie per realizzare il progetto desiderato, soprattutto se vi è una discrepanza fra le aspirazioni del popolo e la volontà politica delle élite.

La paura di perdere una democrazia fragile ha portato il popolo ad abbassare la testa e a subire il consolidamento del modello neoliberista in democrazia. Oggi non è solo la paura del fascismo che rischia di neutralizzare le richieste popolari e di paralizzare l’azione, bensì è il potere politico che detiene la coalizione guidata dall’ultradestra, capace di sabotare il primo governo di transizione verso il nuovo ordine costituzionale. Dal momento che i partiti di destra sono riusciti ad accaparrarsi la metà dei seggi in entrambe le camere del Congresso, il governo di Boric dovrà negoziare con l’opposizione conservatrice – il che comporterà moderare consistentemente le sue proposte fino a sottrargli la lama che potrebbe tagliare la camicia di forza imposta dal modello attuale – o accontentarsi dell’inevitabile stallo legislativo. Poiché la nuova costituzione dovrebbe essere ratificata a settembre 2022, Boric si vedrà costretto ad applicarla per decreto oppure a ritardare la sua attuazione fino a quando sarà cambiata l’aritmetica del Congresso. Se sceglie la seconda via provocherà ira e frustrazione diffusa fra le classi lavoratrici. Lo scontento sociale prodotto dalla paralisi renderebbe più difficile la narrazione della speranza e accenderebbe ancora di più la retorica della paura.

Con un Presidente socialdemocratico concentrato sul dialogo e sulla negoziazione parlamentare, per il quale il Congresso non è diviso ma “bilanciato” – un’opportunità per trovare l’accordo – le prospettive di transizione ad un nuovo ordine sociopolitico sembrano cupe. Si vedrà presto se questo “governo cerniera” fra la democrazia neoliberista e il nuovo ordine appoggiato da un’alleanza “contraria al fascismo“ che ha unito i partiti della ex Concertaciòn con quelli di Apruebo Dignidad, sarà capace di riconfigurare le forze dello status quo e fissare un nuovo centro nel quale “trasformazioni responsabili” siano possibili. E anche se alcune riforme strutturali riusciranno ad essere fatte, persiste il pericolo che si ripeta lo schema secondo cui la democrazia avanza solo finché le élite governanti lo considerano possibile (cioè non molto). Dato il suo attaccamento al dialogo e alla negoziazione, è poco probabile che Boric sia disposto a governare per decreto, se persiste lo stallo legislativo. Per la paura di essere bollato come tiranno, saranno accantonate le riforme strutturali, rimettendo così la pentola a pressione sul fuoco, in attesa di nuova esplosione.

Perché la speranza sia capace di superare la paura e la paralisi del primo anno di governo, occorreranno meccanismi politici nuovi che indeboliscano il controllo delle forze reazionarie. Negli ultimi mesi la Convenciòn Constitucional ha sentito testimoni di organizzazioni popolari che esigono potere decisionale locale e procedimenti democratici diretti per decentralizzare il potere, proteggere l’ambiente e combattere la corruzione. Concedere alle cittadine ed ai cittadini il diritto di promulgare e abrogare leggi, cancellare progetti estrattivi e destituire rappresentanti, non solo renderebbe possibili le trasformazioni strutturali urgenti (come la revoca del sistema pensionistico) ma darebbe anche una tempistica più adeguata a esse, determinata non solo in base ai criteri della classe politica ma anche di quelli delle comunità. Il passaggio da un modello neoliberista a uno socialdemocratico richiede un lavoro legale e politico molto intenso, il quale, date le circostanze, dovrebbe essere portato avanti dal Presidente, su mandato delle comunità che abitano il territorio. Ritardare l’approvazione di riforme socioeconomiche trasformative, che di sicuro resteranno impantanate nel Congresso, non solo impedirebbe di avanzare al di fuori del decadente ordine neoliberista, ma metterebbe in pericolo la fragile stabilità fondativa, lasciando terreno fertile per una nuova offensiva del fascismo e della paura che questo produce.

La professoressa Camila Vergara è una teorica giuridica critica, storica e giornalista cilena che scrive sulla relazione tra disuguaglianza, corruzione e dominio. Attualmente è Marie Skłodowska-Curie Fellow presso l’Università di Cambridge e conduce ricerche sui diritti costituzionali della plebe. Ha pubblicato articoli accademici su corruzione e populismo in riviste peer-reviewed e ha contribuito con articoli di opinione sul neoliberismo e la rivolta popolare in Cile per Jacobin Magazine e Sidecar—New Left Review. Ha conseguito un dottorato di ricerca in teoria politica con specializzazione in diritto costituzionale presso la Columbia University e ha tenuto corsi di teoria politica presso la New York University, la Columbia University e l’Universidad Diego Portales. Attualmente insegna una classe ad accesso libero nella Escuela Popular Constituyente su Youtube per guidare i cileni durante il processo costituente in corso. Il suo ultimo libro si intitola Systemic Corruption. Constitutional Ideas for an Anti-oligarchic Republic (Princeton University Press, 2020).

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[VERSIONE ORIGINALE] Gobierno bisagra: miedo, esperanza y el peligro de avanzar sin transformació

El triunfo del candidato del pacto Apruebo Dignidad, Gabriel Boric, hizo que dejáramos de contener la respiración. El avance del neofascismo Pinochetista, xenófobo y ultraconservador de José Antonio Kast fue frenado en las urnas—por ahora. Luego de los resultados de la primera vuelta que indicaban que Kast podría ganar por 100 mil votos si no se incorporaba a más votantes, la campaña de Boric se volcó al trabajo en terreno y a las redes sociales. Los puerta a puerta y la propaganda anti-fascista basada en el afiche y el meme logró convencer a más de 1.270.000 personas que se abstuvieron de votar en primera vuelta a marcar su preferencia por Apruebo Dignidad —o, más bien, en contra de Kast y su plataforma neofascista contraria al pluralismo y los derechos humanos. El miedo a lo que un gobierno liderado por un apologista de Pinochet podría significar en término de retrocesos y persecuciones a las minorías se propagó como fuego en la pradera entre las disidencias sexuales, feministas y activistas de izquierda. Estos nuevos electores no son precisamente partisanos de la coalición victoriosa, sino que sus votos fueron movidos por el miedo al fascismo, votos marcados, a regañadientes, por el mal menor. Fue el miedo visceral al retorno del Pinochetismo duro al poder el que ganó la elección.

Mientras las campañas del miedo al fascismo llenaban todos los espacios informales, la campaña oficial solo abordó tangencialmente la amenaza existencial que significaría tener a un líder de ultra derecha en el poder, enfocándose en vez en la esperanza de un futuro mejor, simbolizada en la imagen del nuevo líder en la copa de un árbol con los brazos abiertos, de cara al mundo. Esta estrategia dual que declaró formalmente la esperanza e infundió informalmente el miedo no solo fue tremendamente efectiva en términos de la cantidad de abstencionistas que logró convocar a las urnas —la gran mayoría de sectores populares— sino que también lo suficientemente plástica para permitirle al nuevo Presidente continuar con su política del diálogo que busca “tender puentes” con el adversario de ultra derecha para logar “harmonía” y “cohesión social.” Es así como, mientras el miedo elevó a Boric como el representante de una alianza supuestamente anti-fascista que incorporó a los partidos que administraron el modelo neoliberal durante los últimos 30 años, la esperanza depositada en su gobierno, en cuanto a las transformaciones estructurales y mejoras materiales inmediatas, se contrapone con la esquiva estabilidad y el avance “responsable” y a “pasos cortos” que pregona.

Las emociones son parte integral de la política. Las decisiones que se toman sobre la vida en común no están basadas solo en criterios técnicos de eficiencia, sino que son principalmente decisiones ético-políticas que están conectadas a emociones fundacionales como el miedo y la esperanza. Cada nueva decisión política demanda una reconciliación entre principios y realidad y por ende un cuestionamiento de la inevitable brecha entre teoría y praxis, lo que reactiva estas emociones existenciales en el debate político. Para el filósofo de la democracia radical Baruch Spinoza, la esperanza es el placer que surge de la idea de algo en el futuro, cuyo desenlace es incierto. La esperanza por tanto conlleva en sí misma una cuota de miedo. La principal diferencia es que mientras la esperanza es positiva y productiva, porque cuando se elimina la incertidumbre del futuro se genera confianza para la acción, el miedo es negativo y paralizador porque conduce a la desesperación y la pasividad en vez de a la actualización de nuestro poder; cuanto más miedo tiene una persona, menos poder ésta posee.

Aunque el miedo dispone al ser humano a buscar ayuda y cooperar, para que un pacto social produzca libertad y no dominación tiene que ser la fuerza productiva de la esperanza lo que impulse a los individuos a asociarse. Aunque racionalmente podamos preferir un mal menor en el presente para llegar a un futuro mejor o evitar un futuro peor, solo la esperanza lleva a una asociación política de personas libres. El miedo obliga a los individuos a someterse y construye una sociedad basada en la dominación en la cual el dolor (o su recuerdo o amenaza) es usado para imponer silencio y orden. El miedo al mal mayor coarta la deliberación y el juicio crítico, erosionando la libertad política para disentir. En este sentido, la estrategia de entrelazar indirectamente la esperanza y el miedo termina por estrangular la creatividad y energía necesarias para logar el proyecto deseado, especialmente si existe una desconexión entre las aspiraciones del pueblo y la voluntad política de las elites.

El miedo a perder una democracia frágil llevó al pueblo a agachar la cabeza y permitir la consolidación del modelo neoliberal en democracia. Hoy no solo es el miedo al fascismo lo que amenaza con neutralizar las demandas populares y paralizar la acción, sino que el poder político que la coalición liderada por la ultra derecha tiene para sabotear el primero gobierno de transición hacia el nuevo orden constitucional. Dado que los partidos de derecha lograron capturar la mitad de los escaños en ambas cámaras del Congreso, el gobierno de Boric tendrá que negociar con la oposición conservadora —lo que implicará moderar sustantivamente sus propuestas hasta eliminarles el filo que cortaría la camisa de fuerza impuesta por el actual modelo— o contentarse con el inevitable estancamiento legislativo. Debido a que la nueva constitución está programada para ser ratificada en septiembre de 2022, Boric se verá obligado a comenzar a implementarla por decreto o retrasar su materialización hasta que cambie la aritmética del Congreso. Si elige la segunda opción, provocará ira y frustración generalizadas entre las clases trabajadoras. El descontento social desprendido de la parálisis haría más difícil la narrativa de la esperanza e inflamará aún más la retórica del miedo.

Con un Presidente socialdemócrata centrado en el diálogo y la negociación parlamentaria, para quien el Congreso no está dividido, sino que “equilibrado” —una oportunidad para encontrar acuerdo— las perspectivas de transición a un nuevo orden sociopolítico parecen sombrías. Está por verse si este “gobierno bisagra” entre la democracia neoliberal y el nuevo orden, apoyado por una alianza “en contra del fascismo” que juntó a los partidos de la ex Concertación con los de Apruebo Dignidad, podrá reconfigurar las fuerzas del statu quo y establecer un nuevo centro en el que sean posibles “transformaciones responsables”. Y aunque algunas reformas estructurales se logren, persiste el peligro de repetir el patrón en el que la democracia solo avanza en la medida en que las élites gobernantes lo consideran posible (es decir, no mucho). Dado su apego al diálogo y la negociación, es poco probable que Boric esté dispuesto a gobernar por decreto si persiste el bloqueo legislativo. Por miedo a ser tildado de tirano, las reformas estructurales se dejarán de lado, volviendo así la olla a presión sobre el quemador, a la espera de otra explosión.

Para que la esperanza sea capaz de superar al miedo y la parálisis en el primer año de gobierno, se necesitarán entonces nuevos mecanismos políticos para aflojar el control de las fuerzas reaccionarias. En los últimos meses, la Convención Constitucional ha escuchado testimonios de organizaciones populares que exigen poder de decisión local y procedimientos democráticos directos para descentralizar el poder, proteger el medio ambiente y combatir la corrupción. Otorgar a las y los ciudadanos el derecho de iniciar y derogar leyes, cancelar proyectos extractivistas y destituir a representantes, no solo permitiría transformaciones estructurales urgentes (como la derogación del sistema de pensiones), sino que también marcaría un ritmo más adecuado para ellas, determinado no sólo por el criterio de la clase política sino también por las comunidades. El paso de un modelo neoliberal a uno socialdemócrata requiere un intenso trabajo legal y político, el que debiera llevarse a cabo, dada las circunstancias, por el Presidente, mandatado por las comunidades que habitan el territorio. Retrasar la aprobación de reformas socioeconómicas transformadoras, que de seguro quedarán empantanadas en el Congreso, no solo no nos permitirá avanzar fuera del decadente orden neoliberal, sino que pondrá en peligro la frágil estabilidad fundacional, dejando el terreno fértil para una nueva arremetida del fascismo y su miedo.

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