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Colossi finanziari e transizioni “ecologiche” di facciata

Il principale gestore dei risparmi europeo ha presentato il suo piano per il clima e la sostenibilità ambientale al 2025. Non sono chiari i criteri con cui selezionerà o meno partner finanziari e, soprattutto, le soglie annunciate permetterebbero di non rinunciare al 75% delle aziende fossili. La denuncia della Ong che si batte per una reale transizione della finanza.

A inizio dicembre Valérie Baudson, amministratrice delegata di Amundi, principale gestore dei risparmi europeo e tra i primi dieci al mondo, ha presentato il piano d’azione aziendale “ESG plan 2025” per il clima e la sostenibilità ambientale. Un piano da bocciare secondo Reclaim Finance, organizzazione impegnata nella creazione di un sistema finanziario che sia di reale supporto alla transizione ecologica.

La multinazionale finanziaria francese ha dichiarato di voler incentrare la propria strategia sul concetto di “esgonomia”, neologismo utilizzato per indicare una “nuova economia”, basata non solo su obiettivi finanziari ma anche sociali, ambientali e di governance (criteri Esg). Una relazione tra fattori, questa, che Paolo Proli, responsabile della distribuzione retail di Amundi in Italia, in una recente intervista ha definito “intrinseca”. 

Tra i punti principali della conferenza, Baudson ha detto che, a partire dal 2022, il gruppo non investirà sulle aziende “che conducono la propria attività sfruttando per più del 30% gli idrocarburi non convenzionali e la produzione di gas” e che prenderà accordi con 1.000 nuove compagnie per definire strategie innovative che possano aiutare le società a ridurre le emissioni di CO₂ e a spostare parte del proprio impegno sulla risoluzione della crisi climatica in corso.

Secondo Reclaim Finance, però, Amundi sarebbe in realtà ben lontana dal raggiungimento degli obiettivi proposti e dalle promesse di “net zero”, cioè le zero emissioni di CO₂ entro il 2050. Nel piano d’azione presentato mancherebbe del resto un riferimento chiaro alle metriche che sono state prese in considerazione per includere o escludere partner finanziari e, soprattutto, le soglie annunciate nel programma permetterebbero comunque al gruppo di non rinunciare a circa il 75% delle principali compagnie fossili.

Eppure i grandi investitori, principali azionisti della maggior parte delle società oil&gas, sono in una posizione strategica per accelerare la transizione ecologica e per limitare l’aumento delle temperature a 1,5 °C entro i prossimi anni, come raccomandato dall’accordo di Parigi. 

Per riuscire è molto importante che gli asset manager escludano il proprio supporto alle compagnie che prevedono piani di espansione nei settori della produzione e utilizzo del carbone e degli idrocarburi e che sanzionino oppure smettano di investire in quelle che non adottano accorgimenti in linea con gli accordi internazionali sul clima. Nel report “Slow burn: the asset managers betting against the planet”, pubblicato proprio da Reclaim Finance ad aprile 2021, gli attivisti riportano che solo due compagnie (Aviva Investors e Aberdeen SI), rispetto alle 29 analizzate, avrebbero cominciato a individuare soluzioni concrete e che la maggior parte degli asset manager, Amundi, inclusa, sarebbero ancora molto distanti dall’ottenimento dei risultati auspicati (e propagandati).

“Amundi attualmente mantiene 12 miliardi di dollari in investimenti che riguardano aziende coinvolte nella ricerca di risorse naturali nell’Artico -ha affermato Lucie Pinson, direttrice generale di Reclaim Finance-. Il supporto incondizionato ad aziende come Gazprom e Total Energies, note per portare avanti politiche poco ‘green’ e non interessate ai cambiamenti climatici, condurrà difficilmente alla disponibilità di fondi più sostenibili”. Non solo: nel piano d’azione non si fa cenno agli investimenti a gestione passiva della compagnia anche se la fusione con Lyxor, società di risparmio gestito di proprietà di Société Générale, cominciata a giugno 2021, ha posizionato Amundi tra i giganti del mercato ETF (exchange-traded fund) europeo.

Dal rapporto annuale più recente, pubblicato a settembre 2020 dalla compagnia, spunta un fondo ETF che avrebbe come obiettivo principale la sostenibilità e gli accordi sul clima. Si chiama “Amundi MSCI World Climate Paris Aligned PAB” e mostra una lunga lista dei titoli e delle imprese che la Fondazione Finanza Etica ha analizzato approfonditamente nel quarto rapporto 2021 (“La finanza etica e sostenibile in Europa”). Tra le aziende spicca Bae Systems, specializzata nella produzione di armi, e TC Energy, una delle più grandi società energetiche del Nord America, proprietaria di gasdotti e oleodotti.

Non solo. Della lista fanno parte fondi ETF all’interno dei quali sono elencate grandi imprese petrolifere come la spagnola Repsol e le statunitensi Conoco Philips, Occidental Petroleum e EOG Resources. “A nostro parere è discutibile avere titoli di società petrolifere in un fondo che si definisca, anche parzialmente, ‘sostenibile’”, si legge nel rapporto della Fondazione Finanza Etica.

Nella comunicazione aziendale Amundi fa spesso riferimento all’acronimo Esg (come detto, enviromental, social and governance), alla volontà di essere sostenibile nelle proprie scelte e impegnata negli obiettivi prefissati per il prossimo triennio, ma “la sua credibilità come ‘azienda leader negli investimenti responsabili’ rischia di essere minata dalla vaghezza di piani d’azione come quello presentato qualche giorno fa”, ha concluso Lara Cuvelier, sustainable investments campaigner di Reclaim Finance. 

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 16 dicembre 2021

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