Skip to content

Lo stereotipo che uccide

I dati del report annuale della rete D.i.Re sulla violenza verso le donne fotografano un fenomeno lontano dal diminuire e tutto interno alla cultura patriarcale

Con la giornata contro la violenza sulle donne del 25 novembre si intensficiano le iniziative e l’interesse da parte dei media verso il tema della violenza contro le donne, ma il fenomeno è lontano dal diminuire. È quanto emerge con chiarezza nell’ultimo report della rete nazionale D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, che fotografa la situazione attuale attraverso i dati forniti dalla quasi totalità dei 109 centri antiviolenza che la rete conta su tutto il territorio nazionale. La ricerca, relativa al 2020, l’anno della pandemia e del lockdown, che ha costretto le donne a una coabitazione costante con i maltrattanti, rivela che i centri hanno seguito 20.015 donne, con una richiesta di aiuto praticamente raddoppiata, e in cui l’unica flessione si è registrata nelle 13.390 donne nuove che hanno chiamato, solo in conseguenza della difficoltà a relazionarsi per prima volta con il supporto a distanza, che i centri hanno dovuto attivare durante il confinamento imposto dall’emergenza pandemica.  

Permangono praticamente invariati invece i dati relativi all’identità delle donne che si rivolgono ai centri, di cui oltre la metà ha tra i 30 e 49 anni, di nazionalità italiana nel 68% dei casi, e un 1/3 è a reddito zero, e il profilo dell’autore della violenza, tra i 30 e i 59 anni, con un reddito fisso nel 47% dei casi e di nazionalità italiana nel 77%, dato che indica quanto sia lontano dalla realtà lo stereotipo che vorrebbe collocare la violenza in seno a culture diverse dalla nostra. Nessuna sorpresa per quello che riguarda la relazione del maltrattante con la donna, che è quasi sempre il partner, l’ex o a limite un familiare (circa l’82%), e solo il 15% presenta una qualche forma di dipendenza da sostanze stupefacenti. A conferma che la violenza maschile sulle donne è consolidata nel tempo e assume diverse forme è il grafico che rivela come il 77,3% dei motivi per cui le donne si rivolgono agli sportelli dei Centri sia rappresentato dalla violenza psicologica, mentre quella fisica ha un’incidenza del 60,3% e quella economica del 33,4%. Violenza sessuale e stalking sono in percentuale più basse, intorno al 15%, «ma molto spesso sono agite in contemporanea e quindi vanno viste in quest’ottica», come ha spiegato Paola Sdao, che insieme a Sigrid Pisanu cura la rilevazione statistica annuale di D.i.Re.

Emerge il dato sintomatico per cui solo il 27% delle donne accolte nei centri avvia una procedura giudiziaria verso il maltrattante. «Questo potrebbe stupirci ma non deve, per due ragioni principali», ha commentato ancora Sdao durante la Conferenza Stampa di presentazione del report: «in parte questo accade perché il percorso dei nostri centri antiviolenza punta piuttosto all’autodeterminazione e alla consapevolezza di chi vi si rivolge, ma soprattutto a causa della vittimizzazione secondaria che avviene nelle aule dei nostri tribunali, che porta le donne a doversi sottoporre di nuovo alla violenza già subita in sede domestica». «Si impongono, anche attraverso i servizi sociali, forme di mediazione familiare vietate dalla convenzione di Istanbul, perché naturalmente espongono la donna a un contatto col maltrattante e a contrattare le condizioni della separazione con uomini di cui hanno paura, costrette a mediare rispetto a un conflitto che non c’è mai stato, mentre c’è stata violenza, che è qualcosa di ben diverso», ha spiegato Nadia Somma, referente del neonato Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria, citando lo studio portato a termine la scorsa estate su questo argomento dalle avvocate della Rete D.i.Re e sollevando la problematica legata alla legge 54 del 2006, che ha introdotto il concetto di bigenitorialità. Quest’ultimo infatti, fondato in caso di una relazione pacifica, «se imposto a prescindere dalla condizione, come se l’autore di violenza cessasse di essere prevaricante, può portare a definire la donna come ostativa in quanto non si dimostra amichevole nei confronti dell’uomo, e all’accusa di essere una madre alienante, fino a casi in cui i bambini vengono affidati al violento mentre alla madre viene impedito il contatto con i figli anche per anni», ha spiegato. 

In questo panorama i centri antiviolenza delle Rete assumono un’importanza fondamentale come strumento per mettere in sicurezza le donne e i loro figli quando decidono di allontanarsi dall’uomo violento, non senza una grande dose di coraggio, perché è proprio in quel momento che iniziano le vere difficoltà. 

Dei 106 centri partecipanti all’indagine, che gestiscono 146 sportelli antiviolenza, oltre la metà offrono consulenza genitoriale e alle donne immigrate, gruppi di auto-aiuto e almeno una struttura di ospitalità, mentre quasi tutti dispongono di consulenza legale, psicologica e di orientamento lavorativo. Le case rifugio di cui la Rete dispone, 157 appartamenti, hanno ospitato nel 2020 quasi 500 donne e oltre 500 minori.

Nonostante il lavoro fondamentale che svolgono, i Centri antiviolenza però vivono costantemente grandi difficoltà finanziarie. Le loro attività sono portate avanti da circa 3.000 attiviste volontarie, di cui solo il 32% percepisce una retribuzione. Le risorse da fonti pubbliche provengono prevalentemente da regioni e comuni; il Dipartimento per le Pari Opportunità eroga finanziamenti per circa il 36% circa dei centri mentre manca quasi completamente l’Unione europea. I fondi pubblici sono ammontati lo scorso anno a circa 87.000 euro, mentre quelli privati, molto inferiori, a 14.300. Somme davvero troppo scarse per poter fronteggiare la mole di lavoro che un percorso di uscita dalla violenza domestica implica. 

«Diversi i nodi, le criticità che ravvediamo nel sistema italiano nel contrasto alla violenza», ha affermato la presidente di D.i.Re Antonella Veltri in apertura della conferenza stampa. «Siamo ancora in attesa del nuovo Piano nazionale antiviolenza, essendo il vecchio scaduto nel 2020 e dunque da quasi un anno. Un irreparabile ritardo che ha messo e mette in difficoltà tutte noi, non solo per la disponibilità e l’accesso ai fondi, ma soprattutto per l’impossibilità di programmazione e pianificazione degli interventi, che per i centri antiviolenza della rete D.i.Re vanno al di là dell’accoglienza alle donne». Veltri ha espresso anche le perplessità relative all’annunciato reddito di libertà, che prevede l’erogazione di 400 euro per la durata di 12 mesi alle donne vittime di violenza, facendo notare come la somma sia troppo bassa per sostenere le spese della casa e del mantenimento dei bambini e come dello stanziamento previsto dal Governo ne potrà usufruire solo una piccola parte. Per ovviare a tutto questo, D.i.Re ha lanciato una serie di azioni, come il sopracitato Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria, che ha lo scopo di sensibilizzare i soggetti deputati alla tutela dei diritti delle donne, come la magistratura, i servizi sociali, le forze dell’ordine, anche proponendo formazioni e interventi ad ampio raggio per incidere sul cambiamento culturale e la campagna Componi la libertà, supportata da Serena Dandini, che dal 21 al 28 novembre consentirà di sostenere le donne accolte dalle 84 organizzazioni che aderiscono alla rete attraverso una donazione al numero solidale 45591.

«Dietro ogni numero come ben sappiamo c’è una storia: la storia di quella donna e di tutte le donne che subiscono violenza – ha affermato ancora Veltri – Attraverso il nostro lavoro, basato sul rispetto e sul senso civico, e che quindi chiamiamo attivismo e non volontariato, abbiamo verificato anche quest’anno come il fenomeno della violenza sulle donne sia strutturale. D.i.Re aderisce alla manifestazione nazionale del 27 novembre e alla mobilitazione promossa da Non Una Di Meno, perché condividiamo l’urgenza e la necessità di tornare nelle piazze per affermare il diritto delle donne di vivere una vita fuori da ogni forma di sopraffazione, sopruso e violenza e chiediamo l’applicazione e il rispetto delle norme che il nostro paese ha varato, non ultima la convenzione di Istanbul». 

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia il 26 settembre 2021

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati