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La libertà femminile è un’occasione anche per gli uomini

Maschile Plurale. La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?

Intorno al 25 novembre i media si riempiono di notizie, servizi, interventi che riguardano lo scandalo sempre più insopportabile della violenza agita contro le donne. Rimbalzano i numeri sui femminicidi, le persecuzioni sotto casa, le botte, la violenza psicologica e economica. La furia omicida che si abbatte anche sui figli. La cronaca alimenta questo museo di orrori perpetrati per lo più da mariti, compagni, padri, fratelli, amici di famiglia, e da qualche sconosciuto per la strada…

E poi i buoni propositi delle istituzioni, della politica: si parla di finanziamenti, di sempre nuove norme contro chi agisce la violenza, e per la tutela delle vittime. (Meno si chiarisce perché il «piano nazionale antiviolenza» è stato un anno bloccato tra un governo e l’altro, o perché i finanziamenti delle Regioni impieghino tanto tempo per arrivare – se arrivano – a chi della violenza si occupa quotidianamente).

Ma il punto è un altro. La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?

La giornata del 25 novembre può essere un termometro della consapevolezza maschile? In parte, ma solo in parte, credo di sì. E quest’anno si annunciano iniziative forse più numerose che in passato. In alcune città gruppi maschili metteranno nei fiumi, laghi, in mare, barchette che ricordano le donne uccise. Un gesto per non dimenticare e per «cambiare rotta». Si moltiplicheranno cortei e flash mob con maschi che indossano scarpe rosse. Colorata assunzione di responsabilità, voglia di esserci, di cambiare?

Con altri amici della rete di Maschile plurale ho firmato un testo che registra la crescita in Italia di «gruppi che promuovono pratiche di liberazione maschile contro stereotipi e sessismo», ne disegna una prima «mappa» da integrare in progress, e rilancia il desiderio di «Prendere parola, adesso». Unendo le differenze dei punti di vista, delle esperienze, alla capacità di rafforzare il messaggio, di andare oltre la solidarietà – pur apprezzabile – dichiarata una volta all’anno.

«La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, afferma il testo (integrale sul sito di Maschile plurale) ci riguarda non solo perché siamo noi maschi a esercitare queste aggressioni – e tutti in qualche modo siamo attraversati dalla cultura patriarcale che produce la violenza – ma perché mettere in discussione questa cultura sarebbe un grande vantaggio per noi stessi e le nostre vite».

È questa – credo – la scommessa fondamentale. La emancipazione e la libertà delle donne conquistate dalla rivolta femminile e femminista dell’ultimo mezzo secolo – a cui si è aggiunta la critica all’ordine patriarcale del mondo glbtqia+ – hanno messo e continuino a mettere in discussione privilegi, vantaggi, «dividendi patriarcali», come li ha chiamati R.W. Connell. Ne risentiamo tutti, anche i maschi più indietro nella scala sociale. Una «crisi» e un disagio che restano spesso muti, o invece si traducono proprio nella riaffermazione violenta di un potere che comincia a vacillare. In famiglia, nella società, nella politica. Chi non condivide questa reazione brutale sì, dovrebbe alzare la voce, riflettere su di sé, sulle proprie relazioni con l’altro sesso, le altre identità sessuali e di genere, e – forse ancor di più – sulle complicità, le gerarchie, i pregiudizi e i conflitti che definiscono le relazioni tra uomini.

L’esperienza di Maschile plurale, aperta da circa un trentennio, mi dice che provare a mettere in parola questo disagio può farci bene. E che è venuto il tempo di condividere di più e meglio questa ricerca con le donne che fossero interessate a farlo. Con le persone che si ribellano ai codici normativi patriarcali. Da qui la proposta di costruire insieme un incontro pubblico annuale sul nodo delle relazioni tra i sessi. Riscoprendone, in un mondo tanto cambiato, tutte le dimensioni di ricchezza vitale. Un luogo quindi di scambio, discussione, ricerca e creatività permanente.

Spezzare le catene che pretendiamo di imporre alle donne, e a chi ci appare troppo «diverso» secondo imperativi simbolici che non reggono più – direi riadattando un famoso slogan – aprirebbe un mondo di sentimenti migliori prima di tutto a noi stessi.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 25 novembre 2021

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