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In marcia per i diritti, con rabbia e dolore

Roma. La Trans Freedom March 2021 sfila ricordando le 375 persone trans e non binarie uccise in 12 mesi a livello globale. I loro nomi scandiscono la manifestazione. Dure critiche alla classe politica italiana che ha affossato il ddl Zan. Il deputato Pd: «Ad aprile torna in aula»

Rabbia e dolore. Dolore e rabbia. Con questo groviglio di emozioni ha sfilato ieri a Roma la Trans Freedom March 2021. In strada corpi e rivendicazioni non conformi alla norma binaria che vorrebbe ridurre il mondo al due, fiocco rosa o fiocco celeste, cancellando chi attraversa le categorie, chi le ricombina lungo nuove traiettorie.

Il dolore è per le 375 vittime di violenza transfobica che l’osservatorio TgEu ha contato nel mondo tra l’ottobre 2020 e il settembre scorso, 4.042 da quando nel 2018 ha iniziato il monitoraggio. Gretel Ceballos Ramírez, 35 anni, Messico. Paolla Bueno, 17 anni, Brasile. Sangeenth, 59 anni, India. Skylar Heath, 20 anni, Stati Uniti. Adrieli, età sconosciuta, Italia. I nomi di chi non c’è più sono letti dal camion mentre il corteo marcia nelle strade buie della capitale e stridono con l’allegria dei colori che ragazze, ragazzi e persone non binarie portano su capelli, mascherine e bandiere. Arcobaleno quella lgbtqi+. Celeste, rosa e bianca quella trans.

La rabbia è verso una classe politica che il 27 ottobre scorso ha accolto con applausi e risate la bocciatura del ddl Zan al Senato. Nessuno crede che il provvedimento possa risolvere un problema di violenza strutturale, ma sarebbe un importante passo per iniziare a scardinarla. «Il pregiudizio accompagna le nostre vite. Ogni volta c’è uno sguardo, una battuta che ti fa ricordare che per loro sei diversa. In coda al supermercato, camminando per strada vedi le persone che si scostano. Come se avessimo qualcosa. Ma che abbiamo di diverso?», dice Regina Satariano, del consultorio transgenere di Torre del Lago Puccini (Lucca).

I politici che hanno deluso tante aspettative non sono benvenuti in questa manifestazione. Può parlare solo chi ha mantenuto fede agli impegni e si è battuto per la legge. Dal camion interviene la senatrice Pd Monica Cirinnà, che nel 2016 ha firmato la legge sulle unioni civili. «L’identità di genere esiste, hanno provato a oscurarvi ma prima o poi lo Stato dovrà riconoscere la vostra tutela in tutte le norme». Dopo di lei prende il microfono la senatrice M5S Alessandra Maiorino: «Affossare una legge di civiltà è stata una pagina nerissima della politica. Non lo dimenticheremo mai».

In basso, nel corteo, c’è Alessandro Zan (Pd). È quasi una rockstar e le domande sono interrotte da un gruppo di giovanissime che chiedono un selfie. «L’Italia è il paese europeo dove si uccidono più persone trans – dice – La lotta continuerà dentro e fuori il parlamento. Ad aprile il ddl sarà riabilitato alla discussione e utilizzeremo tutto lo spazio di questa legislatura per portarlo a casa».

Sentire comune tra chi manifesta è che non basta il diritto penale per mettere fine alla violenza maschile. Serve cambiare la società, a partire dalla formazione. È il punto del ddl richiamato più spesso. «Una giornata contro l’omotransfobia non è sufficiente, servono percorsi formativi con i quali gli studenti possano costruire un futuro che rispetti e tuteli ogni soggettività», afferma Fede, del collettivo Prisma.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 21 settembre 2021

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