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Dalle foreste tra Polonia e Bielorussia: i diritti dei migranti sono cancellati

Da quest’estate nel Nord-Est della Polonia la situazione è allucinante: migliaia di persone tentano di attraversare il confine ma le autorità spiano i telefoni, anche quelli dei giornalisti, impiegando poco a intercettarle e respingerle verso Minsk. L’accesso alla protezione è negato e nessuna istituzione interviene, tanto meno l’Ue. Il sostegno alle persone arriva da Ong e società civile.

L’ultimo respingimento è avvenuto di notte. Senza nemmeno chiamare il medico, i militari polacchi hanno caricato il gruppo di cinque afghani e l’hanno riportato oltre la linea di confine con la Bielorussia. Siamo a Szczyt Gówniak, Polonia Nord-orientale. La foresta si estende per centinaia di chilometri ed è proprio lì che si nascondono le persone in transito, quelle che provano a varcare i confini dell’Europa, ma vengono ributtate indietro con violenza. In mezzo al gelo, senza cibo né acqua, i migranti restano bloccati in un limbo e spesso muoiono in mezzo alla vegetazione. Nessuno se ne occupa, nemmeno il governo polacco, che addirittura nega quei decessi, oppure li attribuisce ai bielorussi.

Appena mi sono avvicinata al confine, sul mio telefono è arrivato un sms da parte delle autorità polacche: “The Polish border is sealed. BLR authorities told you lies. Go back to Minsk! Don’t take any pills from Belarusian soldiers”. Il confine polacco è sigillato. Le autorità del BLR ti hanno detto bugie. Torna a Minsk! Non prendere pillole dai soldati bielorussi, diceva il messaggio. Il mio collega fotoreporter mi spiega che è parte della propaganda del presidente Andrzej Duda. In pratica sostengono che i migranti muoiano nella foresta non per congelamento o stenti, ma perché i soldati bielorussi gli darebbero pillole di anfetamine e veleno. “I morti che il governo ha comunicato ufficialmente sono una decina, ma è una bugia, sono molti di più”, spiega una volontaria della Ocalenie Foundacja. La Ong di Varsavia sta gestendo la crisi umanitaria nella zona di confine ormai da agosto e corre da un punto all’altro della vasta area per portare soccorso. Cibi proteici, acqua, bevande bollenti, scarpe intere e calde, giubbotti asciutti. Quasi tutti i migranti che in pochi giorni ho intercettato nella foresta erano lì da dieci, quindici, venti giorni e sono stati respinti almeno cinque o sei volte.

“Non c’è molto margine per queste persone -racconta un giovane volontario della Ong- le possibilità che la polizia militare li porti nelle strutture di accoglienza sono minime”. Di solito tra il momento in cui vengono soccorsi dalla Ocalenie Foundacjia e il momento in cui vengono respinti non passa neanche un’ora. A mandare la segnalazione della posizione esatta in cui i migranti si trovano sono gli stessi soldati bielorussi. Lo racconta la responsabile del team di soccorso con cui siamo stati nella foresta. “Ci arrivano i messaggi da numeri con prefisso bielorusso con le coordinate nel luogo in cui si trovano -spiega-. Cinque volte su dieci la posizione è precisa, le altre volte non del tutto. Probabilmente perché i soldati hanno lasciato i migranti in un posto e loro si sono mossi velocemente”.

A portare i migranti al confine con la Polonia sarebbero i militari di Aljaksandr Lukašėnka che hanno l’ordine di ammassare su quel fronte quante più anime possibile. Non importa quanto freddo possa fare, quanti minori possano esserci, persone malate, senza viveri. L’obiettivo è creare l’emergenza e fare pressione all’Unione europea. “Perché i soldati indicano la posizione dei migranti, per scrupolo di coscienza?”, chiedo. Le risposte che ricevo sono essenzialmente due, entrambe valide. La Bielorussia vuole creare al governo Duda il massimo del problema e “scaricargli” sulle spalle la responsabilità della vita di migliaia di persone, metterlo in cattiva luce, anche con l’Ue. “Loro creano il problema e la Polonia lo deve risolvere”, spiegano i responsabili della Ocalenie Foundacja. L’altro motivo è di carattere economico. I migranti sono un business per i bielorussi. Dopo che Lukašėnka ha permesso l’arrivo di voli da Turchia, Egitto e Siria, i militari si fanno pagare per organizzare il loro trasporto fino alla frontiera polacca, la porta dell’Europa, dicono. I migranti che sfuggono dall’orrore credono che di lì a poco saranno in un luogo sicuro, mentre invece diventano pedine su una becera scacchiera internazionale. Vengono usati come mezzi di scambio per ricattare e ottenere qualcosa. Non ci sono buoni e cattivi in questo racconto. Chiamare la Ong polacca, dunque, è parte dell’accordo che i bielorussi hanno con i profughi, quel che accade dopo è tutto nelle loro mani. O nelle loro suole di scarpe, logore, distrutte, inzuppate.

Ogni tanto capita che i migranti riescano a oltrepassare la foresta e si nascondano tra legnaie e fienili e se non vengono presi dalla polizia, aspettano gli “smugglers”, i contrabbandieri. Generalmente sono polacchi che sfidano la sorte e, in cambio di soldi, provano a portare i migranti verso Varsavia o verso il confine con la Germania. L’ultimo gruppo di siriani che ho rintracciato nella foresta insieme alla Ong aveva bisogno di cibo e acqua e di calzettoni asciutti. Non ha voluto spostarsi da luogo in cui i quattro ragazzi erano accampati. “Probabilmente hanno appuntamento con qualcuno che li porterà via”, dicono i soccorritori. Non possono insistere a portarli fuori dalla foresta, anche perché il rischio di essere intercettati dai militari è altissimo. Dal primo settembre la Polonia ha istituito lo Stato d’emergenza in un’area di tre chilometri dal confine bielorusso e in quella zona vige un clima di guerra. Ci sono checkpoint della polizia ovunque, fermano tutti, aprono il portabagagli, anche perché cercano gli “smugglers”. E poi i militari controllano le comunicazioni. Hanno intercettato anche il mio telefono, fin dal momento in cui mi è stato inviato l’sms di propaganda.

La situazione è allucinante. Diritti civili e diritti umani sono quotidianamente calpestati e nessuna istituzione interviene, tanto meno l’Unione europea. L’unico sostegno ai migranti arriva da Ong e società civile. Sono i polacchi che si oppongono alle scelte del governo a creare una “Resistenza” a queste politiche crudeli. “Ci potranno intercettare, fermare per 48 ore, ma noi non staremo a guardare senza fare niente”, dice Anita, una donna che ha aperto casa sua a un gruppo di migranti. Gli ha permesso di andare in bagno e di scaldarsi un po’. “Come me ci sono tante persone, ma è una rete clandestina, soprattutto in certi luoghi del confine”, spiega ancora Anita. Lo stesso racconta Kasia. Abbiamo deciso che serviva un segnale, qualcosa che facesse capire immediatamente ai migranti in difficoltà che quella è una casa sicura. E allora abbiamo iniziato a mettere delle lanterne verdi alle finestre”. Il simbolo dell’accoglienza polacca è questo. E la voce è passata di bocca in bocca, così che anche i migranti nella foresta sanno che il verde è il colore della speranza, la speranza di non morire assiderati.

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 2 novembre 2021

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