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Le accuse contro Bolsonaro

Alla fine dell’agosto scorso parlando a un raduno di evangelici – le mefitiche e poderose sette pentecostali, i crociati dell’estrema destra sguinzagliati per il mondo e specialmente in Brasile – il presidente Jair Bolsonaro disse di vedere per sé e il suo futuro, soprattutto quello a breve termine dell’ottobre 2022 quando sono fissate le prossime elezioni presidenziali, solo tre alternative: “essere arrestato, essere ammazzato, la vittoria”. Della possibilità di essere sconfitto nelle urne, no, mai. Se per caso il conteggio dei voti lo vedesse soccombere è già pronto a gridare alla “frode” e alla “farsa” scatenando la truppe crociate. Come ha fatto il 6 agosto scorso negli Stati Uniti Donald Trump, l’altro cavernicolo a cui si ispira. Solo che “il Trump tropicale” ha dietro di sé – almeno finora – le forze armate con cui ha riempito il suo governo.

Intanto ha già liquidato come “una farsa” le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta del senato che dopo sei mesi ha chiuso i lavori e mercoledì scorso ha presentato il suo rapporto di 1200 pagine contente nove accuse pesantissime, fra cui “crimini contro l’umanità” , a carico del presidente.

Anche se è difficile, al momento, che la richiesta di impeachment abbia effetti pratici visto che Bolsonaro si è comprato il sostegno di una maggioranza parlamentare e del Procuratore generale, il suo impatto simbolico e politico può essere pesante.

Bolsonaro non fa nulla per dissimulare le minacce golpiste. Anzi. Più è in difficoltà (alla Camera giacciono bloccate dai suoi alleati 137 richieste di impeachment, dal genocidio per la gestione della pandemia che ha fatto più di 600mila morti, alle malversazioni milionarie sui vaccini e agli oscuri maneggi dei tre figli), più cala nei sondaggi (il 61% considera la sua gestione “cattiva” o “pessima”, un record assoluto), più infierisce la crisi economica che ha portato il Brasile da nona a dodicesima economia mondiale (la crisi peggiore dopo quella devastante partita dalle “tigri asiatiche” nel ’97-’98: 14.8 milioni di disoccupati, 15 milioni ricaduti nella povertà assoluta, inflazione galoppante al 10% l’anno ma al 20% sulla cesta basica alimentare, crisi idrica ed energetica), più lui alza il tiro.

Alla fine di settembre intervenendo all’assemblea generale dell’Onu ha detto di essere andato a New York “per mostrare un Brasile diverso da quello descritto dai media” , un Brasile che ora “ha un presidente che crede in Dio, rispetta la costituzione, i valori e la famiglia”. Normale, anzi ovvio.

Ma finita la kermesse al Palazzo di vetro resta il fior da fiore delle sue esternazioni recenti: “Solo Dio mi smuoverà dal potere”; “Sono felice di vedere tutto il Brasile unirsi per una nuova indipendenza contro la dittatura comunista delle autorità giudiziarie”; “La costituzione brasiliana è comunista”; “Uscite per strada e prendete le armi per difenderci dalla frode”; “Un popolo armato non sarà mai schiavizzato”; “Il Brasile era sull’orlo del socialismo” poi è arrivato lui; “I brasiliani devono smettere di piagnucolare per una ‘gripezinha’ “, una piccola influenza, e di farla tanto lunga coi vaccini che possono trasformare gli uomini “in coccodrilli”; “Vattene Alexandre de Morais”, giudice dell’ STF, Supremo Tribunale Federale, la Corte costituzionale , che lo aveva appena messo sotto accusa, “smetti di fare la canaglia e di opprimere il popolo brasiliano”; “E’ necessario un contro-golpe” per rispondere al golpismo del Congresso e dell’STF; “Se non si cambia il sistema elettorale dell’urna elettronica” in vigore in via esclusiva dal 2000, ripristinando quello con le schede cartacee appena bocciato dal Congresso, “ci sarà il caos” e sul Brasile tornerà ad aleggiare il fantasma del comunismo, di Cuba, del Venezuela…; “E’ un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata così efficiente come quella americana che sterminò gli indiani”; quegli stessi indios che lui ha privato dei finanziamenti pubblici e dei diritti sulle terre ancestrali e che ora “vogliono rubare l’Amazzonia” e impedire di aprirla allo sviluppo economico; noi che “abbiamo ridotto del 32% la deforestazione nell’agosto di quest’anno (2021) rispetto all’agosto dell’anno passato” (ma il fact-checking della BBC ribatte che nei primi due anni dell’amministrazione Bolsonaro la deforestazione amazzonica è aumentata del 56%); e infine attenzione: “Nel 2022 non ci saranno elezioni se non saranno libere e democratiche” . Basta?

Il Brasile negli ultimi cinque anni ha subito due golpe, blandi ma golpe: un golpe istituzionale nel 2016 con l’assurdo impeachment e la rimozione della presidente Dilma Rousseff; un golpe giudiziario nel 2018 con il giudice Sergio Moro a pilotare la mega-inchiesta “auto-lavaggio” (corruzione e ruberie reali, per carità) contro il vero obiettivo: Lula da Silva per chiuderlo in carcere e impedirgli di presentarsi alle elezioni. E di vincerle come tutti i sondaggi indicavano. Spianando la strada verso la presidenza al carneade Jair Bolsonaro, un populista di estrema destra, fascistoide, apparentemente inoffensivo al limite del folclorico.

Ora, cinque anni dopo, specie finché alla Casa Bianca c’era Trump, in un paese spaccato e prostrato dalla crisi sanitaria e dalla crisi economica, con uno spaventoso tasso di violenza, nessuno vede più l’ex-capitano dell’esercito come un personaggio inoffensivo e folclorico bensì come un tipo estremamente pericoloso e pronto a tutto.

A cambiare lo scenario è stata l’irruzione di Lula dopo l’improvvisa decisione del Supremo Tribunale Federale, in marzo, di annullare processi e condanne restituendogli la libertà piena e, soprattutto, i diritti politici.

Il due volte presidente non ha ancora chiarito se si presenterà candidato nel voto del ’22 e dice che scioglierà la riserva ai primi dell’anno prossimo. Ma tutto lascia credere che sì, si presenterà per il suo terzo mandato. Primo perché i sondaggi lo danno in testa su tutti gli altri pre-candidati e in particolare – di una decina di punti – su Bolsonaro, con possibilità addirittura di vincere al primo turno. Poi perché la sinistra, o il campo progressista, o l’anti-bolsonarismo che dir si voglia, non ha altri candidati plausibili (e questo è rivelatore) oltre al vecchio leader metalmeccanico, 76 anni a ottobre.

Ma in Brasile l’anti-lulismo è quasi altrettanto forte del filo- lulismo. E l’establishment mediatico – che ora aborrisce Bolsonaro dopo avergli fatto ponti d’oro verso il palazzo di Planalto -, gli immancabili poteri forti, buona parte della classe media preferirebbe una formula riassumibile nella semplice frasetta “Nem Lula Nem Bolsonaro” e paventano già una polarizzazione sempre più forte da qui all’ottobre ’22.

La posizione di attesa di Lula, che si tiene in disparte dalle campagne di massa per l’impeachment di Bolsonaro – “Frente Brasil Popular”, “Pueblo sin Medo” per il momento sembrano aver poche probabilità di smuovere il Congresso – forse è dovuta alla scelta di puntare sul fattore tempo. Lula tira probabilmente a lasciare che Bolsonaro cuocia nel suo brodo convinto che da qui a un anno per lui la situazione diventerà sempre più insostenibile.

Ma Bolsonaro si lascerà cuocere a fuoco lento sulla graticola? Lula si mostra tranquillo. In una intervista apparsa sul quotidiano francese Liberation ai primi di ottobre dice che Bolsonaro “non è nella posizione di dare un golpe. Non è una persona civilizzata, Non gli piacciono i poveri, i nativi, i neri, le donne, le comunità LGBT, i sindacati e la democrazia. Sono sicuro che il popolo brasiliano si incaricherà di chiudere questa era di incertezza per restaurare la nostra pienezza democratica”.

Lula non sembra temere i colpi di coda: “Bolsonaro perderà e lascerà il potere come deve”.

L’auspicio è che sia così. Ma molto dipenderà dai militari che lo circondano: si rassegneranno a tornare in caserma? Per come è uscito di scena Trump è plausibile l’ipotesi che anche la fine di Bolsonaro non sarà indolore e che forse non “lascerà il potere come deve”.

Sarebbe un disastro non solo per il gigante dell’America Latina ma per l’intero sub-continente che è entrato in fibrillazione: in Perù, dove a due mesi dall’insediamento il presidente Pedro Castillo è già in crisi, in Cile, Venezuela, Argentina, dove si vota in novembre in elezioni che si presentano molto calde..

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