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La stagione di ERT comincia proprio dall’inizio: il progetto Lingua Madre a Bologna

Come ormai noto, qualche mese fa ERT, ovvero Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Nazionale, un polo composto da ben 5 teatri di diversa calibratura sul territorio regionale, ha rinnovato la sua Direzione nella persona di Valter Malosti, attore regista formatosi a suo tempo, tra gli altri, al magistero di Leo De Berardinis, da tempo di stanza a Torino con prestigiosi incarichi organizzativi e di ordine pedagogico.

L’ufficializzazione della sua nomina è avvenuta ad inizio estate, nel mezzo di una situazione complessa per via della gestione pandemica ed anche per l’intrecciarsi delle programmazioni con quelle di Bologna Estate. In verità il modello di Teatro diffuso per quanto concerne Arena del sole, anche aperto alla cittadinanza più vasta e in declinazioni molteplici su fasce orarie differenziate, era strada già tracciata in precedenza, in qualche modo mai interrotta neppure in lockdown, grazie alle trasmissioni di Lepida TV. Ricordiamo che praticamente Arena non ha mai chiuso veramente la stagione sia mantenendo aperto il Chiostro con eventi di approfondimento scientifico e letterario, serate di degustazione, il tutto nel pieno rispetto delle regole e che soprattutto non ha mai cessato di programmare nella particolare location di Piazza S. Francesco, tentando un incrocio virtuoso con il cosiddetto popolo giovanile della notte, almeno nel weekend ed offrendo una alternativa urbana di arena all’aperto a quanti costretti ad un afoso weekend petroniano.

Siamo ora ad un soffio dalla inaugurazione della stagione 2021-2022, che in parte vedrà sciogliersi o forse no, il nodo di alcuni teatri del circuito in via di ristrutturazione, in parte recupererà produzioni arretrate per via delle note cause di forza maggiore, in parte vedrà il segno impresso dalla nuova direzione, tramite alcune sue scelte o addirittura lavori targati Malosti. In una appassionata conferenza stampa abbiamo visto esprimersi l’artista–direttore con ogni mezzo necessario offerto dalle sue doti di interprete, in favore di un teatro che rintracci la sua funzione pubblica forte, elevando la qualità, innalzando l’asticella dei contenuti, ma nel contempo coinvolgendo pubblici diversificati, non necessariamente sofisticati e pubblici giovanili, da recuperare ad una dimensione di espressione corporea fortemente penalizzata nei tempi recenti. Abbiamo anche compreso che in questa seconda metà di stagione non vedremo ancora Vie Festival, grande vetrina di teatro internazionale, appuntamento tradizionalmente molto atteso: dovremo farcene una ragione e attendere il già prossimo 2022. Su tutte queste questioni, abbiamo ovviamente programmato di intervistare Valter Malosti per vostra completezza di informazione. Artisti potremmo dire cosmopoliti, tuttavia non mancheranno di certo, potremmo citare Marthaler e Blanco fra gli altri, ma si comincia subito in questa direzione con una autrice-regista-filmaker, quale Lola Arias, argentina di stanza attualmente a Berlino, che riesce finalmente, recando metaforicamente cosi la fiaccola della inaugurazione, a presentare dal 5 di ottobre, per quando saremo fuori dalla febbre elettorale del momento, il suo atteso lavoro Lingua Madre.

Lingua madre costituisce proprio un esempio di recupero, essendo una già appendice di una travagliata edizione di Atlas of transition, la meravigliosa rassegna meticcia e intersezionale curata dalla fervida dramaturg Piesandra Di Matteo, attualmente alla conduzione e per tre anni di Short teathre festival a Roma. Sfortunata edizione questa ultima, del nostro atlante globale delle differenze culturali e di genere per la coincidenza con le reiterate ondate pandemiche. Quanto a Lingua madre, non semplicemente uno spettacolo, bensì un lavoro di livello antropologico particolarmente complesso: sarebbe stato pronto per l’uscita pubblica lo scorso 20 dicembre. Si è dovuto stoppare il tutto, con grande rammarico e difficoltà e riattivare ora di nuovo una macchina sempre da oliare, visto che le prove intensissime proseguono fino al debutto. Per capire un po’ meglio di cosa stiamo trattando, la vostra inviata ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione in Arena, dove ci è stato ricordato dallo stesso Direttore che con il lavoro di Arias siamo interni al progetto Matria, suggestivo termine caro anche al poeta Mario Luzi, che in qualche modo designa una genealogia differente sia per le nostre sponde native che per tutti i corollari legali di appartenenza individuale, aggiunge la sottoscritta. Matria, ambiziosamente si propone di indagare immaginari della maternità contemporanea, attraversando teatro, cinema, letteratura e arte pubblica. In programma anche numerosi incontri volti sia ad indagare la poetica di Arias che a sviscerare una questione che appare sottratta alla naturalità vera o presunta che fosse ed appare piuttosto consegnata sempre di più ad immaginari di opposto segno ma pur sempre governati da indicazioni tecno scientifiche. Pertanto chi vi scrive ha anche assistito ad una densa conversazione tra Piersandra Di Matteo, curatrice dramaturg dello spettacolo insieme alla stessa regista, introdotta dal docente Gerardo Guccini, oltre ad aver fatto chiacchiere off the records con alcune interpreti-partecipanti dello spettacolo. Già perché la particolarità di questo lavoro, concepito dalla stessa autrice come una sorta di enciclopedia aggiornata sul materno, ha richiesto una lunghissima elaborazione, in tutto un processo durato almeno due anni, dalle caratteristiche quasi site specific dato che Arias ha condotto un gran numero di interviste, almeno una settantina, con cittadini bolognesi che avessero a che fare per vari motivi professionali o, ovviamente in quanto parti in causa, con la redifinizione di un archetipo, (o forse stereotipo?) che oggi non appare come destino femminile ineluttabile, ma sempre più come scelta slegata persino dalle appartenenze di genere canoniche. Cosi poi nello spettacolo che è la distillazione della messe di esperienze e informazioni raccolte, entrano come protagoniste persone non appartenenti al mondo dello spettacolo, coinvolte per la loro specificità insieme a qualche performer. Le azioni si avvalgono del contributo di una coreografa che non è riuscita a tornare a Bologna per l’occasione data la difficoltà di trovare voli dall’Argentina e anche di una insegnante di canto, poiché l’impasto sonoro, il melange musicale da Madonna allo Stabat Mater, sono elementi essenziali di quest’opera affresco.

Il teatro di Arias viene definito teatro documentario, ma in realtà come ben ha sottolineato la stessa autrice, ne siamo ben lontani, perché i suoi lavori non si presentano mai come collezione di testimonianze a mo di inchiesta, piuttosto sono costruiti come grandi reportages narrativi, minuziosamente scritti, tutt’altro che affidati ad una improvvisazione comunemente intesa. Questo anche per concedere un certo raffreddamento emotivo ai protagonisti, in qualche modo invitati a mettersi a nudo, ma sempre considerando la peculiarità dello spazio teatrale, spazio forse di verità, ma non di realtà propriamente detta. Si affiancano i dati alle storie e per questo disparati sono i linguaggi praticati nel corso dello spettacolo: anche il video entra prepotentemente in scena. Brani di trasmissioni televisive, spezzoni di films e documentari si affiancano ai corpi in scena. Lo spettacolo è come dicevamo accuratamente sceneggiato ma potrebbe anche cambiare in alcune parti di qui al 5 di ottobre perché le idee si discutono collettivamente e tutti i punti di vista sono accettati: da quello della non madre perché non ha mai sentito il desiderio di procreazione, a quello di chi considera di sconfiggere la morte riproducendosi, a quello di chi vive esperienze negative e difficili di maternità e abbandono, alle donne singles che sempre più desiderano diventare madri anche fuori tempo massimo, a chi ricorre alla maternità surrogata, a chi affronta una transizione di genere con tutti i delicati problemi che questo comporta.

Arias ritiene che questo sia un pattern esportabile anche se certo pesano le differenze culturali tra paesi e continenti e più ancora quelle legislative, a partire dalle leggi che regolano o talvolta vietano il diritto alla interruzione di gravidanza che è il vero contraltare della esperienza procreativa. L’ Argentina da questo punto di vista è un paese emblematico perché spaccato a metà tra una gran parte di donne, giovani e intellettuali progressisti ed un’altra di popolazione estremamente arretrata e conservatrice. E comunque anche l’Argentina ha ottenuto da poco finalmente la sua legge sull’aborto. I lavori precedenti di Arias, che non si è mai sottratta a temi scabrosi e che aveva partecipato alla antecedente edizione di Vie con un lavoro sul Comunismo e i comunismi, suonavano come una sorta di atto di accusa o comunque di chiamata in causa della generazione antecedente implicata nella dittatura. Con questo Lingua Madre, avviene il passaggio dall’essere la generazione dei figli, a quella dei generanti. Il titolo dello spettacolo, dato l’approccio multiculturale e multilinguistico delle opere di Arias, ha un significato più ampio, rispetto a quello di lingua di appartenenza. Bensì assume una valenza estremamente più ricca, sfumata e insieme materiale alludendo alla fisicità della parola e della lingua che vengono dalla madre e dall’origine. E dopo una cavalcata vertiginosa che ci porta fino alle soglie del cyber femminismo, quello harawaiano allusivo ad utopie di maternità condivise e contaminazioni tra specie, si torna al tema della difficoltà e del dolore cui simbolicamente è in prima istanza legata l’idea di maternità. Ma una decina di giorni di programmazione dello spettacolo non sono appunto esaustive di una efficace proposizione della poetica della artista argentina. Cosi, domenica 3 ottobre alle 20 al cinema Lumiere, nell’ambito di Terra di tutti Festival verrà proiettato e da lei introdotto, il suo film del 2018, Theatre of war, storia dell’incontro-scontro tra tre veterani inglesi e tre argentini della guerra delle isole Falklands, un triste episodio della storia argentina, anch’esso legato alla famigerata dittatura e una ferita mai risanata nel paese: vennero infatti mandati al massacro giovanissimi soldati di leva affatto addestrati contro una potenza mondiale. Il films analizza incubi, sensi di colpa, irrisolti di 35 anni dopo. Del resto la poliedrica regista è avvezza a trattare con occhio attento, partecipe, ma non fazioso, realtà umane difficili mantenendosi liminare alle sensibilità in gioco. Matria , come dicevamo, non sarà solo Arias, ma anche incontri, conversazioni a tema. Tra scrittrici martedì 12, tra filosofe e studiose giovedì 14, con la prestigiosa partecipazione di Rosi Braidotti e l’ardito tema non potrà che essere: politiche gestionali e convergenza postumana, a sondare i nuovi scenari e immaginari aperti dalle tecnologie più avanzate. Non manca in tutto questo, la testimonianza di una concreta esperienza territoriale quale quella della scuola delle Donne del Pilastro presentata da Dom, la cupola del Pilastro e naturalmente, sono previsti altri spettacoli. Per esempio “Madre”, di e con Ermanna Montanari, di cui vi abbiamo già raccontato e che offre elementi di fascinazione linguistica peculiari e Lettera ad una Madre, che in verità è una lettura–elaborazione dal poema Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone, ad opera della grande Sonia Bergamasco. Le esperienze politiche più avanzate nel mondo ci parlano di autorevoli leaderships femminili e Bologna sembra portarsi avanti con i numerosi compiti in materia che spetta svolgere all’Italia con questa apertura di stagione all’insegna del genere. Il tutto viene illustrato e promosso presso la cittadinanza dalla installazione urbana nelle strade della nostra città di HER name is Revolution, un intervento di arte pubblica curato da cheap e ideato dalla giovanissima artista Rebecca Momoli, che si prova con i mezzi di fotografia, poesia e scultura, qui tradotti in manifesti che con spirito irriverente indagano il territorio del desiderio e del conflitto. Del resto, siamo convinti che i conflitti vadano esplicitati e gestiti.

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