Skip to content

Draghi e la pace sociale sono le “loro necessità”

Il 23 settembre scorso, a Roma, si è tenuta l’assemblea nazionale di Confindustria, cui ha partecipato il Presidente del Consiglio Mario Draghi, definito “l’uomo della necessità” proprio in questa occasione dal presidente stesso dell’organizzazione rappresentativa delle imprese Carlo Bonomi. Da qui, prende spunto l’analisi che segue di Cristina Quintavalla.

Nei toni tra il blu e il grigio, rivestito e reso presentabile da grandi sartorie e griffes, l’esercito confindustriale marcia unito e fa quadrato attorno al governo Draghi. «Noi imprese non esitiamo a dire che ci riconosciamo nell’esperienza e nell’operato del governo guidato dal presidente Draghi e che ci auguriamo continui a lungo nella sua attuale esperienza».  Ancor più delle molte analisi fatte per smascherare gli interessi di classe che “l’uomo della necessità” ha sempre rappresentato, la lunga reiterata standing ovation tributata al presidente del Consiglio ne ha riconosciuto i meriti maturati in campo nel suo lungo servizio di “salvatore” dei grandi interessi economico-finanziari e ora più specificamente della patria confindustriale.

E naturalmente allunga la mano, per intercettare i molti miliardi che fluiranno dal governo. Lo sollecita a fare presto, anzi incalza: «Subito!». Il branco confindustriale pensa che tutto gli sia dovuto, soprattutto il danaro pubblico, come è d’altronde nella sua storia. Pretende di disporre della maggior parte delle risorse del PNRR, pur sapendo che questi fondi di provenienza europei dovranno essere restituiti, direttamente (in quanto debito pubblico) per la parte presa a prestito, o indirettamente (contribuendo al bilancio dell’Unione Europea) per la parte a sovvenzione, attingendo in entrambi i casi alle tasse pagate dai contribuenti italiani. Insomma quel debito che peserà sugli Stati e dunque sui contribuenti a reddito tracciabile, fisso o precario che sia, finirà per espressa volontà del governo, almeno per 200 miliardi, nelle tasche delle imprese, senza che a esse sia posto alcun limite, vincolo, condizione.

Draghi, l’eletto, ricambia l’abbraccio. Ribadisce ancora una volta che «… il governo da parte sua non ha intenzione di aumentare le tasse. In questo momento i soldi si danno e non si prendono». Insomma, niente patrimoniali, niente redistribuzione delle ricchezze, nemmeno cauta, niente maggiore progressività del carico fiscale. Gli investimenti pubblici sono finalizzati a sostenere il mercato e la logica del profitto. Niente di nuovo rispetto alle trentennali ricette liberiste che ci hanno propinato. Draghi l’aveva già detto a chiare lettere nel suo articolo sul Financial Times del marzo 2020. «Le perdite del settore privato […] devono essere assorbite, in toto o in parte, dai bilanci pubblici. I livelli più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata dalla cancellazione del debito privato».

Tale conversione sulla via di Roma gli aprì le porte del paradiso. Il fatto che la mission dello Stato fosse quella di assorbire nei suoi bilanci le perdite del settore privato, che le istituzioni pubbliche fossero ridotte al ruolo di facilitatrici degli interessi privati, che dovessero servire per trasferire la ricchezza pubblica ai privati, santificò Draghi. Che ha costituito un governo che piace talmente ai 1700 industriali riuniti all’EUR da sollecitare Bonomi a vantare una affinità elettiva con Draghi, rivelatasi nella potenza della comune visione, nemmeno concordata in precedenza: «Abbiamo la stessa posizione». Insomma: hanno detto le stesse cose, senza nemmeno essersi accordati prima.

Certo, a Confindustria tutto questo ancora non basta: occorre fare subito le riforme strutturali (“preoccupazione” per il cronoprogramma per le riforme legate al PNNR che “rischia di slittare” e dunque far dissolvere le risorse ), quella del fisco (troppo pochi 3 miliardi per la riforma del fisco), della concorrenza, del lavoro (“il blocco dei licenziamenti è stato una sciocchezza”), degli ammortizzatori sociali (“il nuovo ammortizzatore universale dev’essere di tipo assicurativo, allora tutti i nuovi soggetti beneficiari lo devono pagare in proporzione all’utilizzo”; “ non possiamo accettare di restare a far da bancomat come accade già con la CIG,”), della previdenza;  interventi per sostenere le imprese,  taglio del cuneo fiscale, cancellazione dell’Irap, del  reddito di cittadinanza.

Gli industriali convenuti si compiacciono delle assicurazioni fornite dal premier, che elogia le virtù dell’impresa, “per la vostra capacità di reagire e innovare”. Quale virtù è mai questa? In quel migliaio di imprenditori chiamati a stringersi attorno al patto per la ripresa, auspicato da Draghi e Bonomi, ci sono anche quelli che hanno svenduto in tutto o in parte i loro gruppi a multinazionali e fondi di investimento, che spesso si sono salvati in virtù del soccorso del capitale straniero, hanno delocalizzato, desertificato interi siti industriali, ridotto gli investimenti, dirottandoli in speculazioni finanziarie o attività collaterali più remunerative (ad esempio, la sanità privata, le costruzioni, i servizi), diminuito la produzione, usufruito di cospicui fondi pubblici.

E questo già nel decennio precedente alla diffusione della pandemia. Un’accurata inchiesta de Il Fatto Quotidiano del novembre 2019 riportava che, secondo il database compilato dall’ufficio Eurofound dell’Unione Europea, tra il 2002 a 2019 si sono succedute in Italia almeno 734 crisi aziendali di grandi dimensioni, che hanno lasciato sul campo 365mila lavoratori. E non si contano le crisi di aziende di piccole e medie dimensioni che non sono giunte ai tavoli del MISE.  Nel solo 2019 ammontavano a ben 41,6 miliardi (19,3 dei quali dannosi per l’ambiente) i finanziamenti pubblici alle imprese. Tra i gruppi che ne hanno beneficiato molti hanno delocalizzato. Eppure, nell’assemblea annuale di Confindustria, è andata in scena la sfacciata volontà di ribadire quali sono i rapporti di potere in questo paese, dove sta il potere, di quali sostegni disponga, cosa esiga.

Confindustria è ben consapevole, tanto da averlo scritto, che le sfide globali si giocano sul piano «delle piattaforme continentali in competizione tra loro per la leadership tecnologica del prossimo futuro» (Il coraggio del futuro, 2020, p. 134). Quello che Confindustria pretende è che il governo svolga la funzione di leva della concorrenza delle imprese. La mission della politica dovrebbe essere quella di «concentrarsi su strategie che promuovano la dinamica dei grandi mercati continentali», affinché le imprese italiane siano messe in grado di «partecipare da protagoniste alle catene del valore strategiche europee e globali». Eccolo il problema, in tutta la sua chiarezza.

Ma ancora non basta. Serve soprattutto la pace sociale. Arriva così quell’appello a “Maurizio, Luigi, Pierpaolo”, chiamati per nome, come amici di vecchia data, accolti benevolmente al tavolo dei padroni (dopotutto siamo in una democrazia!) perché pensino come loro ed operino nel loro interesse. Devono assicurare una partecipazione non conflittuale del modo del lavoro al suo sfruttamento, alla sua umiliazione, alla sua frammentazione. Devono sterilizzare il conflitto di classe. Senza nemmeno dissimularlo, la citazione rimanda al protocollo per la politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo del  governo Ciampi (l’altro uomo della necessità), uno storico accordo siglato nel 1993 tra sindacati e associazioni imprenditoriali, che pose fine ad anni di aspre lotte, sancendo il criterio della concertazione tra le parti sociali e fissando le regole della contrattazione sia a livello nazionale che territoriale. La posta in gioco era alta: il Trattato di Maastricht, i suoi parametri, le politiche d’austerità.

A 30 anni di distanza i processi a livello globale di concentrazione industriale, le ristrutturazioni delle catene del valore, con dismissioni, delocalizzazioni, fusioni, verticalizzazioni, presuppongono l’imposizione delle più odiose forme di subordinazione del lavoro, col loro carico infame di licenziabilità, frammentazione, precarizzazione, ricattabilità, dai tratti sempre più schiavili. Devono potersi compiere senza che la lotta di classe si riorganizzi, alzi la testa, ricomponga le lotte e le vertenze, curi le ferite, ritorni ad essere dopo 40 anni di sconfitta e arretramento − questa è la loro pace sociale! − un movimento di massa nel paese. Andrà a finire in questo modo?

La nuova marcia dei 40mila del 18 settembre 2021 a Firenze − lavoratorə, precariə, studentə, disoccupatə, partite Iva, pensionatə − 40 anni dopo la marcia dei 40mila a Torino del 1980, aizzati dalla Fiat contro migliaia di lavoratori in lotta, sembra aprire una nuova fase. Il largo consenso che si sta rafforzando ed estendendo attorno alle lotte dei lavoratori GKN, Alitalia, Texprint, Gianetti, Whirpool, logistica ecc. esprime l’insofferente ribellione di chi da troppi decenni ha visto e subito con forte senso di impotenza l’esibizione più sfacciata dell’ingiustizia e delle menzogne che ne ammantavano il volto per renderla accettabile.

Per quanto il potere sia diabolico e pratichi tutte le sottili vie per esercitare la sua presa sulla vita delle persone, possono l’appropriazione, l’espropriazione, lo sfruttamento, la svalutazione -classista, razziale, patriarcale-della vita, la distruzione del pianeta essere occultati o resi accettabili a lungo? Può la pace sociale reggere ancora a lungo?

#insorgiamo

Questo articolo è stato pubblicato su Voladora il 1 ottobre 2021

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati