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L’Appennino ci parla di noi

Che cos’è un confine? Una convenzione per separarsi da mondi che avvertiamo ostili o un sipario per allontanare mondi che potrebbero rivelarsi la spia più autentica e meno desiderata di un incontro con se stessi? Inclino a credere che un confine sia mescolanza di entrambe le cose.

Arrivo così in Italia dopo essermi lasciato ossessionare dal tema, tanto da farne il punto dirimente per scansionare le mie tappe, i miei obiettivi di giornata. Un confine diventa alla svelta il pretesto per parlare d’altro ed è questo stimolo che me ne farà incontrare molti: confini materiali più o meno decaduti, confini mentali, confini temporali.

E sono già sui monti Sibillini, attraversati dal confine tra l’Umbria e le Marche. Sul versante marchigiano i modi di fare e di parlare, un po’ burberi e non filtrati, di chi abita questo altrimenti dolcissimo territorio, mi sembrano farsi immagine vivente di ciò che Guido Piovene scrisse sul rapporto del più nobile figlio delle Marche, Giacomo Leopardi, con la sua famiglia: “Salvo il culto tributato all’uomo di genio, si direbbe che nel contrasto l’ambiente familiare abbia prevalso, il conte Monaldo su Giacomo; la famiglia Leopardi ha ripreso il suo corso alla scomparsa di quel figlio geniale e restio, così diverso dal suo sangue, ed insieme così conforme”.

Così diverso dal suo sangue, e insieme così conforme è anche lo storico Caffè nella piazza del popolo del capoluogo di provincia Ascoli Piceno, che attraverso le modanature floreali bicolori del fronte del bar, conservate dal 1907, proprio mentre annuncia di distrarsi da un atavico immobilismo, con la sua presenza conferma la rivalsa di ciò che è conforme e sa piegarsi su ciò che si ribella e non si adegua, sussurra il diritto di un’Italia di provincia su ogni sua insulsa messa in discussione. E il Caffè liberty di piazza del popolo, che oltre cent’anni fa dovette portare un ruggito cosmopolita nella ristretta società ascolana, oggi, immutato nel tempo, segna la supremazia della misura, del passo regolare, sulle scosse telluriche. Di Monaldo su Giacomo. Anche perché quando un terremoto ti ha portato via tutto, aiuta di più la capacità di rimboccarsi le maniche in silenzio, piuttosto che abbandonarsi al sentimento della natura matrigna, come succede in alcune Operette morali di Giacomo. E i Sibillini marchigiani sono crinali e giogaie troppo ben pettinate per attendersi da loro che, con le vene ancora aperte dal terremoto del 2016, possano lasciarsi andare a chissà quali sentimenti di burrasca. Tra le loro valli serpeggia l’unica e più antica legge dell’Appennino, quella di far durare il respiro.

Sibillini mi sembrano un enorme gatto, che finge di restare distratto alla carezza del viandante, ma in cuor suo ne gode ed evita di farne chiacchiere. Dai piedi del monte Vettore, la sentinella più alta della catena montuosa, raggiungo l’orrido in cui galleggiano i due specchi d’acqua del lago di Pilato, posti sopra i 1.900 metri di quota. Mi avvicino al lago dall’alto. A macchie, sul prato, si distingue una fitta vegetazione di stelle alpine, nella variante appenninica. La guida, che benedico di aver prenotato, in un tratto in cui si scende con mani e piedi mi dice che ogni anno lì qualche sprovveduto ci rimane secco. Non proprio lì, ma tredici metri più in basso. Un piede va in fallo e, senza scampo, il corpo precipita a peso morto sulla pietraia. Avevo letto di leggende misteriche legate alle memorie medievali del lago, ma con questa breve notizia prendo atto che c’è ancora chi ci rimette le penne, magari dopo aver scelto da Decathlon il suo  vestito tecnico in coordinato per l’aldilà. I due specchi d’acqua, dall’alto, sembrano gli occhi limpidi del monte, sembrano volersi abbracciare senza riuscirci. Ci vive un gamberetto non attestato in altri punti del pianeta, le cui uova pare possano resistere fino a tre anni prima di schiudersi. Li ho visti neri a riva, i gamberetti. Diventano rosa poco prima di morire, dopo circa tre settimane di vita. All’apice della maturità.

Il biotopo del lago di Pilato mi scarica addosso una marcata sensazione del confine tra civilizzazione e natura, tra aggressione e resistenza e, malgrado tutto, riesco ad acclimatarmi al rigoroso divieto di balneazione. L’acqua chiara e fredda invita a slacciarsi dalla canicola di montagna, stemperata appena da un po’ di vento. Ma tengo duro e solo con le mani e le braccia assaggio l’habitat del chirocefalo del Marchesoni, quest’animale che ogni estate rinnova il rito di rinascere dopo che le sue uova hanno resistito alla massacrante escursione termica invernale. Nella parte finale del percorso, quando siamo in giro da almeno cinque ore, la mia guida si ferma davanti a una segnalazione in legno e mi chiede quante ne avevo viste finora. Effettivamente è la prima: mi spiega che siamo appena entrati in Umbria, regione che ha speso qualche soldo per la segnaletica per gli escursionisti, ma solo a beneficio di mete site nel proprio territorio. Le Marche non hanno provveduto a fare lo stesso e l’Umbria, con i suoi soldi, non ti dice dove arrivi se oltrepassi il crinale del confine con le Marche. Nell’eco di queste misere beghe assaporo il peggior astio che nel Medioevo aveva animato furfanti e impostori pronti ad assalire i viandanti tra queste montagne. E tutto sommato è un miracolo che, su questa sottile linea di confine, il giocattolo della natura sia ancora lì, a disposizione di chi va a cercarselo con il dovuto rispetto. Pagando una guida che ti vende conoscenze che la comunità è restia a socializzare.

Da un confine all’altro, in una passeggiata meno impegnativa, sono sul Monte dei Signori, dove furono posati due degli oltre seicento massicci cippi confinari in pietra sistemati negli anni Quaranta dell‘Ottocento a delimitare un confine che dopo pochi anni sarebbe decaduto: quello tra lo Stato della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie. Uno dei due cippi è stato abbattuto e ne resta solo il basamento. Un altro è ancora ritto, stabile, ignaro forse di svolgere una funzione uscita fuori corso da oltre centocinquanta anni. Su questa vecchia linea dei confini statali, lì dove tra il Tirreno e l’Adriatico questi cippi di travertino – recanti l’incisione delle chiavi pontificie verso Nord e del giglio borbonico verso Sud – ancora svettano silenziosi dal suolo, si può ascoltare il respiro antico dei dorsi appenninici, la loro capacità di assorbire e stratificare storie antiche all’interno della propria storia, la più primigenia e invulnerabile proprio perché capace di farsi forte di tutte le altre. E cos’è oggi Castel Manfrino, rudere divorato dal bosco, se non la prova vivente di un Appennino che mai perderà la memoria di sé? Re Manfredi, che Dante nel terzo canto del Purgatorio stilizza con lo sfavillante endecasillabo‚ biondo era e bello e di gentile aspetto, costruì qui la fortezza che doveva preservare le mire universalistiche che erano state di Federico dagli assalti degli Ascolani fedeli al Papa. Dov’è oggi Castel Manfrino? Apparentemente nel nulla, ma il suo rudere, quasi mille anni dopo, parla di un confine di cui l’uomo ha rinunciato a cancellare la traccia e che la natura ha scelto di conservare nel suo generoso abbraccio.

Dai Sibillini scendo un pezzo più a sud, ma senza lasciare la dorsale appenninica. Sono a San Pietro Infine, che dal latino si tradurrebbe San Pietro sul confine. La vecchia San Pietro, durante la seconda guerra mondiale, e precisamente nei mesi successivi all’armistizio, si ritrovò tra il fuoco degli Alleati che, prima della battaglia di Cassino, dovettero sfondare da sud a Monte Lungo per prendere l’arteria strategica della Casilina, e dei Tedeschi, impegnati con lucida follia a non recedere di un passo. La vecchia San Pietro, un nugolo di case in pietra annerite dal fuoco incrociato delle granate, è una Pompei creata non dalla natura, ma dall’uomo che lì aveva deciso di combattere tutta la sua insana partita. A Mignano, presso Monte Lungo, all’ingresso del sacrario dei caduti italiani, si gonfiano nel caldo vento estivo due enormi bandiere italiane. Tutt’intorno è solo un assordante frinire di cicale. Amo queste bandiere, perché davanti a loro torcono il naso e voltano la schiena tutti i fascisti d’Italia. Non è un caso che il sacrario di Mignano, nonostante occasionali passerelle delle massime istituzioni, sia conosciuto solo a livello locale: le bandiere all’ingresso ricordano che a Monte Lungo, nell’ottobre 1943, per la prima volta gli Alleati, superando le resistenze diffuse negli ambienti monarchici e di larga parte dello stesso esercito italiano, ammisero alle operazioni contro i tedeschi reparti di fanteria italiana sbandata dall’armistizio e con la divisa decorata del semplice tricolore. A Monte Lungo, che ci ricorda quale confine materiale e mentale, in quel momento decisivo della guerra, valicarono molti soldati dell’Italia migliore, per la prima volta il tricolore fu mondato della vergogna di chi, ancora per quasi due anni, avrebbe continuato a portarlo al petto per farsi riconoscere devoto cane da guardia di un padrone impazzito.

Il sacrario di Mignano segna un confine che non esiste, ma neanche si dilegua, né mai lo farà, finché il tricolore che ne orna l’ingresso, il più pulito e degno dei tricolori, verrà – sottotraccia – considerato un piccolo, irrilevante diversivo, una minuscola storia di provincia. Da Mignano il passo è breve fino a Sessa Aurunca, dove finì la guerra regolare di mio nonno. È un afoso pomeriggio domenicale, faccio qualche foto ai miei ragazzi sulle scalette di pietra davanti al portone del civico 2 di piazza Duomo, dove all’alba del 23 settembre 1943 mio nonno, soldato in licenza reduce dall’Africa settentrionale, con la frode venne fatto prigioniero da reparti tedeschi, lupi felici di saltare sulla pecora non per fame, ma solo perché il suo pastore si era dato alla fuga. Mi sono sempre chiesto cosa ne sarebbe stato di lui se avesse fatto salva la libertà. Forse l’avrebbe scambiata con la vita due mesi più tardi, incenerendosi contro un muro a secco di San Pietro Infine. E invece non la fece salva, la sua libertà, rese il suo fucile, rinunciò a mettersi al petto il tricolore dei cani da guardia di un padrone impazzito e nell’immediato si fece lunghi giorni chiuso in un carro merci, a scivolare nei bisogni suoi e di chi viaggiava con lui. Poi tornò, ma dopo venti mesi di schiavitù non puoi tornare uguale. Ma puoi raccontare una storia. Che parla di quello che non ti saresti mai sognato di diventare. Se riesci a raccontarla, quella storia. Perché anche qui bisogna riuscire a superare una linea di confine. E il gioco è molto complesso.

Le creste del nostro Appennino, così verdi e così varie, sanno darti sollievo quando ti offrono acqua pura e fresca che zampilla da una pietra ricoperta di muschio, sanno spiazzarti quando, superata una cresta, la valle che si dischiude ti accoglie con folate di vento che non avresti mai messo in conto, sanno rimpicciolirti quando su un percorso di pietraia nera la canicola si irradia e moltiplica ovunque e resti solo a riflettere sul dosaggio dei tuoi prossimi, piccoli passi. L’Appennino è come noi, insieme fragile e forte, e il suo endemico spopolamento è forse la prova più eclatante del nostro sfuggire alla fertile linea di confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere, tra la memoria di ciò che siamo stati e l’amoroso talento di farne una stella polare per orientarci.

Questo articolo è stato pubblicato su Napoli Monitor il 5 settembre 2021

Immagine di copertina di Cassandra Cianca

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