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Il tramonto dell’occidente e il sonno della ragione critica

Il capitalismo predatorio unisce crisi ambientale al punto di «non ritorno», crisi pandemica tutt’altro che in diminuzione e l’acuirsi, globalizzato, delle disuguaglianze.

Ci sono congiunture storiche che segnano momenti di passaggio o rottura, anche solo per l’addensarsi di eventi dall’alta valenza simbolica. Questa torrida estate del 2021 pare essere una di quelle, mentre ogni sua sera assistiamo al rosso di un tramonto infuocato come non mai, dovunque ci troviamo sul nostro emisfero, mostrandoci de vivo, plastico ed oscuro ad un tempo, un altro tramonto, epocale, quello dell’Occidente. Non quello spengleriano, né quello sbeffeggiato da conservatori e liberali in faccia alla sinistra dopo ogni crisi economica («Volevate la fine dell’Occidente? Sorry, il tramonto è rimandato ad una prossima puntata»). È un tramonto che ci viene offerto a pezzi, eppure tutti nel palinsesto di queste settimane, quello dell’Occidente di origine europea e cristiano, da cui viene quella contrapposizione tra «uomo» e «natura», e del suo sistema economico capitalistico «liberale». Di fronte al quale il pensiero antagonistico, alternativo o semplicemente critico, pare spento.

Certo, se parlare di «tramonto dell’Occidente» può sembrare un’esagerazione retorica – il cui contenuto meriterebbe ben altro spazio e approfondimento – è però l’affermazione logica di un’evidenza. Che cosa unisce, infatti, la crisi ambientale, avvicinatasi al punto di «non ritorno», la crisi pandemica, che non accenna a diminuire, la crisi del capitalismo globalizzato, con la rottura delle catene globali e l’acuirsi delle disuguaglianze vieppiù estreme e, infine, la crisi dell’egemonia politico-militare del blocco occidentale? A ben vedere, infatti, tutte queste ammontano ad una crisi dell’Occidente, perché tutte originano dallo sviluppo e dall’affermarsi del capitalismo predatorio da esso originatosi.

La catena degli eventi di queste settimane non poteva essere più esemplare: dall’anniversario del G8 di Genova – quell’«avevamo ragione» degli alter-mondialisti che già allora avevano criticato la globalizzazione a vantaggio dell’«uno per cento» – alla morte di Gino Strada – l’uomo «contro ogni guerra perché ogni guerra è ingiusta», che aveva sempre stigmatizzato l’intervento in Afghanistan –; dall’uscita del rapporto dell’IPCC «non c’è più tempo» – all’inconcludente G20 sull’ambiente; dalla «quarta ondata» della pandemia, nonostante il vaccino, fino alla presa di Kabul da parte dei talebani. Una sequenza di istantanee impressionanti per tempismo e icasticità. Tutte aventi per «soggetto» questo nostro Occidente.

Per quanto Francis Fukuyama affermi che la debacle afghana non è la fine dell’«era americana», il ritiro delle truppe Usa e Nato, divenuto ritirata, disfatta, non può nascondere quanto quella costosissima guerra, durata vent’anni, sia stata «inutile». Un governo fantoccio si è dissolto, assieme al suo esercito, e migliaia di afghani che avevano creduto all’Occidente sono lasciati alla mercè dei talebani. Come aveva detto Gino Strada poco prima di morire, «se tutti quei soldi fossero stati spesi diversamente avremmo fatto di quel Paese una «Svizzera d’Asia».

Perché in questi vent’anni, lasciandoci tutti guidare dal «mercato», abbiamo creduto che il progresso portato dalla globalizzazione, supportato dal robusto intervento dei nostri eserciti per «esportare la democrazia», avrebbe portato tutti a seguirci, perché Dio – e i soldi – sono «dalla nostra parte». Ma la globalizzazione non ha fatto che continuare a perseguire il disegno coloniale di omogeneizzazione e assimilazione del capitalismo occidentale. L’imposizione del nostro «ordine» ha solo soverchiato nazioni, etnie, tradizioni, esportando conflitto; il capitalismo globalizzato ha generato società drammaticamente divise in classi, facendosi vieppiù predatorio nello sfruttamento delle risorse. Consumando terra, foreste, biodiversità, alimentando inquinamento e degrado, in una corsa folle verso l’annientamento terrestre.

Oggi assistiamo al tramonto di un «sistema», impostosi grazie all’affermazione del capitalismo, basato su uno sfruttamento che non conosce limiti e lo vediamo negli incendi che divorano foreste e prosciugano fiumi, nelle alluvioni «bibliche», nel propagarsi di virus «zoonotici» che proliferano negli eco-sistemi alterati cui non sappiamo fare fronte, se non rincorrendoli con vaccini che non fanno che arginarli. Il nostro «progresso» non è che questo pianeta devastato, ed è l’Occidente a portarne la responsabilità.

Di fronte a tutto ciò, un pensiero «critico» dovrebbe risvegliarsi dal suo sonno, per non essere succube dell’incubo. Non tanto la «sinistra», persasi dietro al sogno neo-liberista con tinte «welfariste», coltivando le sue «classi medie» nazionali, rinunciando ad ogni prospettiva di trasformazione, quanto la critica «radicale» – oltre il capitalismo predatorio, oltre l’ordine attuale del mondo e delle sue premesse, plagiato dall’Occidente nella sua affermazione. La tempesta che spirava dal paradiso, il «progresso», in cui si erano impigliate le ali dell’angelo della storia di Benjamin, che guardava indietro al cumulo di rovine che si ergeva verso il cielo, oggi è un incendio che proviene dall’inferno, e quelle ali bruciano. Ma le nostre classi dirigenti dormono il sonno della ragione, gli intellettuali, distratti, coltivano il proprio io «depresso», e nessuno pare in grado di guardare alla realtà, che ci soverchia. «Vai, vai, vai, disse l’uccello: l’umanità non sopporta troppa realtà» (T.S. Eliot, Burnt Norton, Quattro quartetti).

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 20 agosto 2021

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