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Il sogno di Leo

Leo fin da ragazzo, ancora adolescente, provava una torpida attrazione per i vicoli stretti della sua città di mare. Le domeniche mattina andava in villa comunale col giovane padre, ancora magro dal naso adunco per la fame patita nella guerra finita da poco.

La villa comunale, dall’aspetto coloniale, era un luogo di giochi, di passeggi, di scoperte, di incontri, di spettacoli, di riposo dalla fatica. La brezza marina, le fronde degli alberi e le fontane zampillanti emanavano una sensazione di benessere e di protezione dal caldo agostano.

Scorrazzando sui pattini, osservava le donne passare con gonne scampanate e posava sguardi fugaci su quelle caviglie sottili. Poi, la mano in quella del padre, risaliva per le scale assolate dei vicoli dai muri scrostati.

Le belle signore stavano sedute davanti alla porta del “basso” svogliate dal caldo, lo sguardo indolente e attraente, chissà cosa celavano quelle stanze in penombra, appena coperte da tende accostate.

La notte Leo sognava di trovarsi da solo nei vicoli, e girando vedeva le donne chiamarlo con sorrisi beffardi: “entra Leo, vieni a vedere”, erano signorine, donne di tutte le età grasse e magre, vestite appena, le gambe dischiuse.

Nel sogno scostava le tende e gli compariva un letto disfatto, una fioca luce rossastra, uno specchio con la sua immagine riflessa e il braccio di una donna nuda che gli faceva segno: “bello giovane, ricciuto fanciullo vieni vien’accà”

Leo esitava voleva andare ma anche fuggire, la tentazione dell’ignoto, il raptus dell’amore misterioso e proibito. Il sogno finiva in una grande piazza, dove si ritrovava solo e sudato, un sogno mai terminato.

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