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Sant’Arcangelo, secondo movimento

Riguardo ad una agguerrita e innovativa presenza femminile al Festival che assume corporeità, movenze, cadenze, linee di pensiero e ricerca molteplici, ma fortemente orientate e sul pezzo rispetto ai problemi del momento, avevamo già discusso come forse saprete nella precedente puntata dedicata agli indirizzi di questa extended version del cinquantenario. Un cinquantenario che in qualche modo proprio le restrittive vicende pandemiche hanno reso deluxe, unico e profondo nei mille rivoli di questa nuova carsica e combattiva assertività che i linguaggi espressivi stanno mettendo in campo per sparigliare un po’ le carte di approcci alla realtà e narrazioni ormai tossiche. Problema che non riguarda solo il modo di stare in scena sopra o fuori da un palco, ma tutta la nostra comunicazione e relazione pubblica nello stare insieme. Pertanto mi sembra interessante riferirvi riguardo due sorprendenti lavori visti nell’ultimo week end del Festival certamente distanti tra loro, ma accomunati da una puntigliosa ricerca di senso e motivazione in accezione antropologica, divulgativa e pedagogica del fare teatro. Sto parlando infatti di: Io non sono nessuno, oggetto ibrido firmato dalla attrice-performer oggi anche autrice e regista Emilia Verginelli, poco disposta in verità a vedersi come artefice unica di questo esperimento poli biografico e di Metamorphoses, inserito a pieno titolo nella sezione Bestiari fantastici, ad opera anche qui di una multi autorialità, firmata Manuela Infante –Michael De Cock-KVS.

Per quanto riguarda il primo dei due lavori, possiamo rilevare che il titolo, ammiccante ad una furbizia omerica volta al nascondimento identitario, serve invece qui a descrivere senza definirla, una identità, plurima, proteiforme, in progress e no borders.

E soprattutto si tratta di un lavoro che apre ad un dibattito piuttosto vivo specie in tempi di elezioni locali, sulle nuove forme del rapporto Teatro-Società, teatro delle problematiche sociali.

Come essere a tutto tondo uomini e donne di teatro, senza tuttavia perdere di vista una misura autenticamente classica di questo fare, che ci suggerisce di stare nel vivo delle questioni della Polis? Può davvero il Teatro, questo scenario permanente-pervasivo, essere un modo oltreché di esprimere le vocazioni e il sentire degli artisti anche di dare spazio, voce, rappresentazione ad identità e culture altre, siano esse straniere, marginali, deboli, minoritarie per questione di genere, gerarchia sociale o semplicemente inguaribile propensione all’alterità, ad un essere queer interiore libertario e liberatorio?

Sono naturalmente domande complesse, forse anche difficili e che preferiscono risposte parziali, provvisorie, magari rivedibili e smentibili, perché più snelle e adatte ai mutamenti, come direbbe un’anima rock vera. Ed Emilia Verginelli, coraggiosa ragazza senza sfrontatezze, dotata di più vite alla stregua di agile felino, pronta a vivere di corsa e a cogliere l’ispirazione che il circostante propone, attraversa in modo particolarissimo il tema sociale più storicamente topico di tutti, come ben sa chi scrive per essersene occupata, ovvero il tema delle famiglie disfunzionali, dell’infanzia tradita e abbandonata, dell’istituzione che si fa carico di diventare famiglia con tutte le ambiguità e le sfumature dei vari casi. Un tema produttivo-riproduttivo che è spesso una sorta di osceno tragico sia di sistema che di formazione individuale e che è comunque nei basamenti del discorso di civiltà e di economia.

Qui l’oikos ambientale diventa famiglia per antonomasia ed è realmente un microcosmo perché non pretende di farsi vessillo di alternativa comunitaria, infatti i ruoli ci sono e sono tanti. Nel corso dell’azione essi vengono puntualmente enunciati perché probabilmente avrebbero anche una gerarchia in cui stare, le mille facce, del vasto mondo sociosanitario tra educatori laici e non, assistenti sociali, psicologi, tutori e quant’altro. La danza hip hop, grande linguaggio di riscatto periferico, diventa una sorta di claim per l’equilibristica impresa, nel senso dell’impegno ardimentoso che comporta, della casa famiglia di cui sono parte in maniera diversa e complementare, educatori, attivisti, fruitori: dunque Emilia, Mouradif, Michael.

Attraverso gli esercizi di equilibrio sulle mani, prende corpo una grande metafora di superamento dei limiti imposti e degli equilibri codificati, se non propriamente del loro abbattimento e il metodo di intendere la performance come atto comunitario ci riscatta quasi con severità da ogni tentazione esibizionistica. Nello stesso tempo, poiché il taglio di ricerca-inchiesta coinvolge punti di vista diversi in maniera diretta senza fornire rassicurazioni comprendiamo di essere lontani dalla consolazione e dall’edificazione. Qui non si fa teatro sociale rivolto ad una categoria circoscritta ed etichettata, qui si costruiscono relazioni e dunque ci si avventura nell’accidentato terreno della costruzione del sé, della biografia, a partire da quella dell’artefice Emilia. Poiché l’artista e persona Emilia sembrano costituiti da argento vivo mercuriale, ci appare sfidante fare due chiacchiere con lei, tenendo bene a mente che esiste in questo momento una importante scena romana di stampo alternativo in stretto contatto con le realtà emiliano romagnole, se è vero che Blue motion – Angelo Mai insieme a Santarcangelo Festival sono tra i coproduttori dello spettacolo che vede anche una collaborazione del Teatro di Roma (Teatro nazionale).

-Ci sono sicuramente due situazioni che mi definiscono, chiosa Verginelli, una biograficamente costituente, come il far parte di una famiglia allargata a trazione fortemente femminile, dato che ho ben 5 sorelle, siamo una sorta di tribù, l’altra di possedere un’indole estremamente curiosa che alimenta un pensiero esperienziale, scevro dunque da intellettualismi o dalla pretesa di fare teoria. Da ciò consegue l’essermi buttata sempre in tutto quello che ho fatto, l’essermi proposta alle situazioni eppoi riplasmata sempre in base a quanto esse potessero offrirmi, mantenendomi in bilico su un crinale difficile: da un lato il mio giocare da battitrice libera, perché sento che anche l’appartenenza a gruppi o clan ben definiti o a correnti di pensiero, poi potrebbe limitarmi e non farmi evolvere e dall’altro il mio pallino per le situazioni orizzontali e collettive. Anche per questo lavoro, devo dire che io non ho depositato nessun diritto in SIAE, anche se ho fatto un lavoro di montaggio di scritture e che lo considero realmente collettivo. Sono andata via di casa presto e ho studiato in America, dove ho imparato letteralmente a correre impegnandomi a livello agonistico: una cosa che mi ha fatto bene e mi ha resa più self confident.

Cosi ho scritto a Emma Dante, per esempio e ho lavorato per un po’ di anni in questa sorta di factory comunitaria che è la sua compagnia, una esperienza fondante insieme a quella di fare raccolte di crowd funding, per esempio, quando ancora in pochi sapevano qui da noi che significasse, per portare il teatro all’istituto Don Guanella, per dire. Ho sempre avuto un po’ in sospetto la famiglia naturale e me ne sono create tante altre parallele sempre cercando di spostare e allargare i confini.

Le identità, i borders, i paletti possono anche servire a fronte di un vuoto da colmare, ma vanno sempre spostati più avanti e ridefiniti. In ogni caso, io da anni porto anche avanti, cercando di evitare burocrazia e politichese, la realtà di Fivizzano 27, spazio di molteplici realtà creative. Tu pensa che il lockdown ci è servito per conoscerci, collegandoci, un po’ tutti quanti, che in realtà non avevamo avuto il tempo di farlo correntemente. Il contatto dal vivo è però altra cosa e infatti la mia vacanza ideale è da sempre girare per festival a vedere le cose degli altri e a fare quella incetta di confronti, di scambi, di pareri che trovo fondamentali per andare avanti. Però, nel giorno del mio compleanno, devo ammettere che sento iniziare una fase più introspettiva per me, sebbene non mi sia mai pensata nei termini di una carriera da perseguire e abbia tenuto insieme molte anime e molte sfaccettature differenti con una certa noncuranza.

Nel mio mondo, se non tutto, parecchie cose si tengono e cosi, io che sono piuttosto incurante della moda e dei vezzi di tendenza, mi sono tuttavia ritrovata a lavorare come modella per la maison Yamamoto e a lavorare anche spesso per il cinema o anche la televisione: situazioni in cui l’immagine è importante. Non mi sono tuttavia trovata bene anche in contesti creativi e importanti, perché il processo di elaborazione è molto più parcellizzato e gerarchico di quello teatrale. devo lavorare indubbiamente per vivere e mettere insieme tanti diversi incarichi e contratti, ma la cosa che mi viene naturale è fare il volontariato e anche questo è molto problematico, tanto problematico, che un po’ di quelle domande che echeggiano in Io non sono nessuno, sono proprio quelle che in parte rivolgono a me.

La gente è talmente abituata a vedere complotti ovunque e retro pensieri, che non riesce a capacitarsi del fatto che uno dedichi parecchio del suo tempo ad attività non monetizzate o monetizzabili: si ingenera subito una specie di diffidenza pregiudiziale. Certamente il fatto che uno provi piacere a lavorare in spirito di servizio, annoso problema sia del sociale che della cultura, ha in sé anche delle valenze narcisistiche, ma nulla toglie al valore di ciò che si fa e del per chi lo si fa. Devo dire che ora come ora avverto la spinta ad andare oltre le mie attività laboratoriali, dunque pratiche e collettive, ma vorrei avere più tempo per la scrittura teatrale e per lavorare anche parzialmente in solitudine. Questo non significa comunque che non mi piacciano i momenti di grande esposizione pubblica, come rassegne e festival. Per esempio, puoi proprio scrivere che ho trovata appagante l’esperienza del Premio scenario, perché al di là della finale, ho trovato interessante il confronto vero tra tanti tipi e generazioni di pubblico e tra artisti, addetti ai lavori, critici, operatori… non sempre succede e spesso sono mondi autoreferenziali che non parlano sempre la stessa lingua. Il mio pubblico ideale in questo momento vorrei fossero molto giovani, per capire cosa li entusiasma in quanto spettatori e appunto allo Scenario, mi è successo di dialogare con loro. Ci congediamo, ripromettendoci di incontrarci presto, magari a Roma per Short theater, dell’amica Piersandra Di Matteo. Purtroppo, mi è sfuggita la possibilità di un contatto diretto per quanto concerne il secondo dei due lavori di cui vi sto raccontando, ovvero il mesmerico Metamorphoses, a pieno titolo inserito come si diceva nei Bestiari, ma, tuttavia non proprio ascrivibile alla sezione Nuove alleanze di specie compagne, in quanto da leggersi come un contro manuale di storia degli archetipi, una sorprendente rilettura ai fondamenti di Cultura, arte e Pensiero occidentali, visti come spoliazione sistematica, tentativo di recinzione, delimitazione, disinnesco dell’enorme potere femminile.

Se nella canzone o nel cinema pop, abbiamo la ricorrenza del cliché che gli anglosassoni definiscono: boy meets girl, nel caso di questo spettacolo visuale e visionario, ma al contempo costruito su una partitura vocale e sonora di impressionante impatto e piena di senso profondo, il leitmotiv è invece quello della selva, che in questo caso non è affatto scura, come a dire che è sempre stato sotto gli occhi di tutti, nella luce del mezzogiorno, l’attacco reiterato alla fanciulla dormiente o dispersa, a guisa di preda di caccia.

L’altro noto adagio dell’uomo cacciatore, del resto fondamento in quanto figura retorica sia della seduzione che dell’epopea primordiale viene qui enunciato, spettacolarizzato, riprodotto e sbeffeggiato in diverse varianti che vanno dalle narrazioni dei diversi miti silvestri, a quelle di scenette di una normale conversazione polite da cascamorto, in cui l’alter ego maschile di una biondina ninfea e ignuda per convenzione a mezzo di una calzamaglia color carne, tenta approcci melliflui o diretti, ma ottiene solo rimpalli da una creatura che si pone come algida e sfuggente e che lo richiama costantemente alla sua titolarità di demiurgo creatore del femminino e dunque dell’arte visiva e rappresentativa.

La biondina che si presenta come bella statuina feticisticamente amata dal suo creatore è in realtà dotata della voce, cosi impossibile da possedere per qualunque predatore, quindi, in conseguenza, della parola e del canto poetico.

In una stupefacente metanoia valoriale che affascina e convince concentricamente attaccando i sensi dello spettatore, eccitati dal lavoro di light design e di suono che si compie in scena, il linguaggio, il logos, da sempre apparente appannaggio maschile diviene invece una lingua madre femminile che grida la verità della sopraffazione e cerca alleanze femminili. Esemplare in questo senso la vicenda di Diana che scatena i cani contro il guardone Atteone con conseguenze facilmente immaginabili per il poveretto e realmente ipnotico l’arrivo delle Baccanti riprodotto da un muro di suono che non lascia scampo. La storia della cultura occidentale, sembra dirci la geniale autrice-regista cilena Manuela Infante è costruita su una lunga catena di sopraffazioni e su una dialettica molto dolorosa tra principio maschile e femminile, in cui tutti gli elementi sono attori, le piante, le pietre, le acque, gli animali, non semplicemente scenario. L’umanità ha la parola, ma essa ora resiste come pura ostinazione e come un ossessivo e assordante balbettio finale, quando un senso non è più possibile darlo o la vergogna della violenza eccede ogni possibile narrazione. Questa metallica reiterata campionatura vocale ci rammenta un Castellucci, che del resto inizio la sua carriera reinterpretando il mito fondativo di Romolo e Remo, spogliato però della sua sacralità. Qui l’intento è di farci intuire come le mitologie ci parlino tanto di noi e dei nostri rapporti di potere. Manuela Infante condivide la fascinazione per Ovidio con Michael de Cock, che firma questo adattamento dalle meravigliose Metamorfosi. Ricordiamo che quest’ultimo è il direttore artistico di KVS, spazio teatrale di fama ricavato da un edificio storico di Bruxelles e tutta la macchina produttiva e realizzativa di questo sofisticato divertissement che ha tutta la potenza affabulante di un apologo senza averne l’aria, è un inno alle collaborazioni e sinergie europee, tra Paesi Bassi, Francia e resto del mondo. Un segno dei tempi senza dubbio e il pubblico ha mostrato di gradire la generosità e la concentrazione in scena, altissime sempre e senza cedimenti, per quasi due ore, dei tecnici e artisti performers, impegnati a ricreare una situazione spazio temporale fiabesca e dunque in qualche modo stereotipa e per certi versi barocca. Effetto ottenuto con gli strumenti di un esprit de geometrie minimale che raffredda e incendia contemporaneamente. Rivedremo questo lavoro in autunno inverno, magari nei nostri teatri al chiuso, forse meno parlanti, in questo caso dello spazio boschivo urbano di Imbosco? Vedremo quali sinergie internazionali sapranno portarci in ogni caso, anche alcune nuove direzioni artistiche. Ma restate sintonizzati, perché mai come quest’anno l’Estate si sta rivelando in tema di spettacolo dal vivo, la stagione dei nostri tempi supplementari e a noi piace raccontarvelo.

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