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L’Italia diversa, multietnica e cosmopolita che trionfa a Tokyo

L’Italia olimpica che dopo l’exploit calcistica europea ci ha regalato un’estate magica non corrisponde ai canoni dell’arianesimo nazionalista e neppure a quelli del separatismo nordista. I nostri campioni sono meticci, oriundi, colorati, meridionali. E irriverenti. Campioni che ti spiazzano come Massimo che infrange un tabù nazional-vaticano e si fa islamico per amore di Fatima, prima di scavalcare tutti gli altri concorrenti nei ventimila metri di marcia. Una ragazza, Lucilla, che arriva a violare i “diktat morali” dell’eterosessualità con spudorati coming out invece del pudicamente ipocrita silenzio, e scaglia la freccia nel cuore della sua amata Sanne presentata urbi et orbi in diretta tv. Il civitanovese Gianmarco, uno dei pochi italiani purosangue, di quelli che piacciono ai fascioleghisti di casa nostra, un indigeno non “negro” né “sangue misto” né “terrone”, dice però che superare l’asta del salto in alto per lui è come scavalcare il muro del razzismo; e non contento arriva a rinunciare alla disfida finale con il suo amico-avversario qatariota Barshim per condividere con lui l’oro, alla faccia di una cultura dominante homo homini lupus in cui la competitività assoluta è un totem. Solidarietà, condivisione, gioco di squadra. L’Italia che ci piace.

Filippo è sardo-meneghino, Marcell è un italiano meticcio di El Paso, Eseosa è nato in Italia ma nero come un nigeriano che ha dovuto aspettare la maggiore età per avere la cittadinanza e infine Lorenzo, ragazzo di Oristano. Un quartetto d’oro che ha fatto rosicare il telecronista inglese: “Oh, nooo, ancora l’Italia”, un altro smacco dopo la ferita di Wembley. God save the queen. Dicono gli statisti che il 40% degli atleti azzurri sbarcati a Tokyo non è fatto di “purosangue” e ci colorano d’arcobaleno. E su 10 medaglie d’oro, 6 vengono dal Mezzogiorno, addirittura 4 dalla Puglia.

Ogni medaglia racconta una storia. Come quella del riscatto sociale incarnato da Irma da Torre Annunciata detta la Butterfly, che prende a pugni fragilità e pregiudizi sessisti e strappa la prima medaglia olimpica italiana nella boxe femminile. Non è un capitolo del libro cuore, è una liberazione.

Questa di Tokyo è un’Italia più normale, mista, multietnica, attraente di quella che ci raccontano normalmente l’Istat, la cronaca e una politica prigioniera di luoghi comuni. Quante opportunità ci offrirebbe invece, e non solo nello sport, una politica di porte e frontiere aperte. Siamo già un paese meticcio, anche se ci rifiutiamo di prenderne atto e continuiamo a vedere un nemico, un pericolo in chi non è identico a noi, vedendo in chi bussa alla nostra casa un problema e non un’opportunità. La politica dello sport italiano non è meno miserabile, è dominata dal danaro e dal mercato. Però, sia pure per non uscire dal campo con la medaglia di legno, è costretta a prendere atto che è ormai obbligatorio liberarsi da pregiudizi sul colore della pelle e sulle origini territoriali e dalla fedeltà agli stereotipi ammuffiti di un’italianità che non c’è più. E per fortuna. E così è capitato che al lottatore cubano Abraham venisse concessa la cittadinanza italiana il 12 dicembre del 2019 per meriti speciali dal Consiglio dei ministri, appena in tempo perché potesse consegnarci la trentanovesima medaglia olimpica. Jorginho, invece, è diventato italiano jure sanguinis nel 2012 grazie a un suo trisavolo proveniente dall’altopiano di Asiago. E’ lui il grande centrocampista che ha contribuito a farci vincere gli europei di calcio.

Quando anche a un raccoglitore di pomodori in Campania e a un operaio metalmeccanico a Reggio Emilia e a un bambino bresciano di genitori senegalesi, sarà altrettanto semplice diventare italiani, potremo finalmente commuoverci all’inno di Mameli.

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