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Azioni di guerra nel Mediterraneo

Sea Watch ha documentato un violento attacco della cosiddetta guardia costiera libica in zona SAR maltese. “Non possiamo stare fermi ma dobbiamo continuare a schierarci”.

Il video ripreso dall’aereo di monitoraggio e ricognizione Moonbird della Ong Sea Watch con gli spari, lanci di bastoni e tentativi di speronamenti della guardia costiera libica nella zona sar maltese, contro un’imbarcazione con a bordo 63 persone, ha nuovamente messo in luce la battaglia che si svolge nel Mar Mediterraneo.

Dalla firma dell’accordo Italia-Libia sono passati ormai più di 4 anni e in questo lasso di tempo si sono verificati una serie continua di episodi in cui la sedicente guardia costiera ha messo a repentaglio la vita e causato la morte di centinaia di persone per omissione di soccorso.

A maggio del 2017, Jonas Buja, capitano della Iuventa, denunciò che la guardia costiera sparò ad un gommone provocando il panico tra le persone che si buttarono in acqua. Pochi giorni prima la stessa aveva sparato contro una motovedetta italiana scambiata per un barcone. Nell’agosto dello stesso anno i libici presero di mira la nave di ricerca e soccorso di Open Arms, sparando colpi in aria per intimidire l’equipaggio. Stesse intimidazioni subite all’Aquarius di Medici Senza Frontiere e dalla tedesca Mission Lifeline.

A novembre fu Sea Watch a denunciare altre minacce e la mancanza di collaborazione durante l’operazione di soccorso di 5 persone senza vita, tra cui un bambino piccolo. In quell’occasione, i libici malmenarono e a minacciarono le persone tratte in salvo sulla nave umanitaria.

Nel 2018 le motovedette della Guardia costiera libica spararono anche su due pescherecci italiani mettendo sotto sequestro l’intero equipaggio. Fu il preludio al sequestro più conosciuto, quello di settembre 2020, quando 18 membri degli equipaggi di quattro pescherecci della marineria di Mazara del Vallo si ritrovarono prigionieri in Libia per 108 giorni.

Solo pochi mesi fa, a inizio maggio, le mitragliatrici dei guardia coste libici avevano bloccato altri tre pescherecci italiani della flotta di Mazara del Vallo che si trovavano al largo della Tripolitania. I colpi d’arma da fuoco avevano colpito e ferito il comandante della Aliseo ad un braccio. Il sindaco di Mazara del Vallo disse che “la situazione è insostenibile“, chiedendo al governo di farsi sentire “perché prima o poi ci scappa il morto“.

A quanto pare Draghi né nella sua visita in Libia né nei successivi incontri a Roma, dove ha ricevuto nel giro di pochi mesi il Primo ministro del governo di unità nazionale, Abdelhamid Dabaiba, e il Presidente del consiglio dello Stato di Libia, Mohammed Yunis Ahmed Al-Menfi, si è fatto sentire; né tanto meno pare che a qualche leader europeo freghi alcunché di quanto succede nel Mediterraneo e di come le guardie/milizie libiche operino in quell’area. Se la reazione ad un presunto sconfinamento nei confronti di cittadini italiani con alle spalle un governo “forte” prevede l’uso delle mitragliatrici, è facile comprendere quante siano le violazioni che subiscono migranti che tutt’al più sono considerati parte di un sistema business oppure usati come ricatto a seconda delle convenienze geo-politiche del momento.

Nel Mediterraneo questa è appunto la prassi, mascherata in tante forme e modi e ampiamente digerita dall’opinione pubblica che tifa per i libici perché in fondo contribuiscono al lavoro sporco che consiste nel contenere in tutti i modi possibili gli approdi in Italia delle persone in fuga.
Del resto il governo di larghe intese non smette di ricordare quanto siano importanti i patti con questi criminali: da fine marzo a fine giugno 2021, come ricostruito da Duccio Facchini di Altreconomia, l’Italia ha speso altri 5,8 milioni di euro per rifornire di mezzi ed equipaggiamento le milizie incaricate di respingere le persone. Questa cifra segue un’altro costo pari a 6,9 milioni di euro sostenuto dal ministero dell’interno per il noleggio annuale di un drone di Leonardo Spa (ex Finmeccanica) per monitorare le rotte migratorie.

Quando viene dichiarata una guerra sono chiamati «effetti collaterali» perché i civili subiscono in prima persona le conseguenze devastanti dei bombardamenti e dei proiettili. Ma questi «effetti collaterali» non sono qualcosa di accidentale ed episodico, sono una strategia intrinseca per terrorizzare e annientare il nemico, sono parte integrante della macchina di morte.
Come nelle guerre, dove si mettono in conto le perdite civili, anche i governi europei da tempo hanno messo in conto che nel Mediterraneo il numero delle vittime può continuare a salire, e che tutti i mezzi per fermare chi scappa dalla Libia, sono leciti. In giugno la guardia costiera libica ha catturato e respinto illegalmente oltre 4.700 persone. Da inizio anno i pushbacks sono stati 15.325 e 715 i decessi per omissione di soccorso.

In questi anni, dopo qualche terribile naufragio, si è alzato dalle élite europee qualche ipocrita “mai più“, ma il giorno dopo tutto è ripreso come prima, anzi gli «effetti collaterali» si sono allargati anche verso quelle organizzazioni che intervengono per salvare le persone da morte certa o dalla cattura dei libici, e nonostante tutto provano a mettere un sassolino negli ingranaggi di guerra. Mentre nel Mediterraneo centrale si continua a morire, è di ieri la notizia di un nuovo pretestuoso fermo amministrativo delle autorità italiane per la nave GeoBarents di MSF[1].

La banalità del male si compie ogni giorno davanti ai nostri occhi: non possiamo stare fermi ma dobbiamo continuare a schierarci, a praticare forme di resistenza.


[1] Un approfondimento di Fulvio Vassallo Paleologo su questo nuovo fermo https://www.a-dif.org/2021/07/03/nuovo-fermo-amministrativo-contro-una-ong-mentre-nel-mediterraneo-centrale-si-continua-a-morire-ed-i-libici-attaccano-i-naufraghi/

Questo articolo è stato pubblicato su Globalproject.it il 5 luglio 2021

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