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Epica: un festival teatrale lo-fi ad alto contenuto poetico

C’è chi il coraggio non riesce proprio a darselo e chi viceversa ne fa una cifra stilistica declinata in modo personalissimo. È questo secondo il caso della curatrice artistica Elena Digioia, fiera anzitutto di appartenere alla genia degli operatori-creatori culturali, figure  fondanti per la valorizzazione e interconnessione di tutto ciò che ancora non sappiamo esserci necessario conoscere o riscoprire.

L’audacia che si attribuisce alle programmazioni targate Agorà, spettacoli ed eventi di pianura est, ben prima che molti volessero riferirsi a questo lessico alto e civile e più in generale, già antecedentemente, ai grandi progetti di Digioia per Liberty associazione, sulla pregnante drammaturgia europea di intellettuali donne, non è quella del nuovismo ad ogni costo o della furia sperimentatrice iconoclasta. La consapevolezza che abbiamo tutti oggi davanti, come commentatori, operatori, artefici e spettatori, è che occorra “mettere le mani in pasta”, dunque accettare il rischio di sporcarsele e rimodellare, ricostruire, ricomporre ciò che una crisi epocale di riferimenti, valori,motivazioni, orientamenti sta producendo nei sistemi della convivenza, nei nervi scoperti della società, nelle reti di prossimità, ora a rischio di falle visibili e non.

Agorà, innanzi a questo scenario ha risposto con diverse scommesse ben ragionate prima durante e dopo la pandemia perché prima ancora che essere una stagione teatrale, sarebbe davvero improprio definirla cosi, specie ora che i tempi di vita attiva si sono rarefatti e dilatati in modo peculiare, dunque di fatto, sono molte, tutte le stagioni, è in realtà in primis un patto fiduciario tra molte comunità che hanno potuto riconoscersi come tali grazie al potere identitario del fatto culturale.

Nei fatti, sta procedendo la ripresa in presenza di questa stagione bella e continua, al netto dei dispetti climatici, che porta un forte segno femminile, non solo a partire dallo staff di Digioia, ma anche dal forte input di Gottardi, assessora alle politiche culturali dell’Unione Reno Galliera, nonché sindaca di Castelmaggiore, ripresa che propone anteprime, chicche sperimentali, eventi pensati ad hoc e intanto guarda a questa idea di Festival davvero inusuale per diversi aspetti.

Stiamo naturalmente parlando di Epica, un festival, in un certo senso positivo, non tale: non tale se per festival intendiamo un evento a parte, un po’ avulso dal contesto che funzioni come vetrina o super rassegna di cose mai viste che non potrebbero altrimenti passare da qui o lì, una kermesse bulimica e vorace nello stesso tempo che consegni alla fretta degli incastri gli incauti globe trotters degli eventi più o meno culturali. E che mescoli, nell’ansia di offrire la famosa panoramica, le esperienze e situazioni più disparate, di nuovo a caccia della prossima big next thing di cui chattare, magari destinata ad un rapido mediatico consumo.

Niente di tutto questo, in questa ennesima scommessa. “Quando ho avanzato la proposta di un festival, effettivamente, all’inizio” – chiosa Digioia – “ci sono state perplessità, perché proprio ora, mi dicevo io stessa e mi dicevano,  in un momento così difficile perché transitorio, preludio di tante cose in fieri,  forse è rischioso, poi proprio a partire da qui, dove festivals di un certo tipo non ci sono mai stati…. Ma in fondo neppure a Bologna, dove poi sconfineremo…perché alla fine, bisogna anche avere il coraggio di dire che questa è la nostra vasta e composita area metropolitana…E questo discorso, che sembra, forse è un azzardo, di partire per primi…nella stagione dei festivals, a ridosso di una insidiosa pandemia che non possiamo dare per sconfitta. Nello stesso tempo, tutte queste ragioni di dubbio proficuo, sono punti di forza, se intenderemo festival come festa, celebrazione del tornare a trovarci intorno al fatto teatrale. Se intenderemo Epica, non solo nel senso di una lotta romantica e titanica, ma, recuperando la radice epos, se penseremo ad un racconto, una narrazione che Agorà ormai snoda da anni in spazi e luoghi consacrati e no al genio teatrale, ma certamente, in territori che si fregiano di un’attenzione alla tutela ambientale e paesaggistica che è già epica culturale per suo conto. Territori che sono resi forti dalla risposta resiliente ad eventi potenzialmente catastrofici, come terremoti e pandemie. Territori dunque pronti per una proposta ulteriore, che preveda un passo in più, che chiami a raccolta un pubblico ormai fidelizzato e lo faccia incontrare con la vasta e variegata comunità teatrale itinerante tipica delle abituali kermesses insieme con quella di addetti ai lavori ed operatori di settore, che hanno bisogno soprattutto di linfa relazionale, in modalità non stressanti e competitive.  Infatti le riserve si sono sciolte subito e la risposta come sempre è stata compatta e coesa, perché evidentemente si dava corpo ad un bisogno profondo di prendersi tempo in più per stare ancora una volta insieme”.

Festa mobile dunque sì, ma connotata dal respiro profondo, regolare, ritmico, dell’esperienza immersiva, quella in cui l’abbandono si accompagna ad una capacità accresciuta di pensiero ed elaborazione.

“C’è tutto l’opposto dell’ansia del fare ad ogni costo e del riprendere tutto come prima in questa nostra avventura. Credo abbiamo tutti voglia di incontrarci, di rivederci, lì dove troviamo terreni comuni e di affinità, ma abbiamo bisogno di ripensarci, di prendere tempo per curarci con parole balsamiche, di stupirci di nuovo con la bellezza, per un lungo attimo così distante dalle nostre vite.  Lentezza, ci serve, per capire cosa non è andato bene e cosa tuttora non va. In questo senso un festival che è una opportunità in dono a noi stessi e che vuole sedimentare e radicare, aggiungo io”.

La caratteristica infatti saliente di questo festival, oltre alla nota attenzione alla teatrabilità dei paesaggi e dei posti del cuore di ogni comunità, è quella che personalmente mi è molto cara, della trasmissione di esperienza tra generazioni, dell’innesto quasi arboreo dei linguaggi così come avveniva per i nostri antichi lari tutelari, del lasciare spazio sia alla crescita del nuovo, che al riproporsi e rapportarsi al nuovo del già sperimentato, acquisito, anteriore.  Tutto questo sembra scaturire con naturalezza dalle visioni di Digioia, avvezza a pensare la scena teatrale tutta come una sorta di ecosistema che si nutre di molte linfe in delicato equilibrio chimico. Quella chimica che accende ogni innamoramento e che fa scaturire la parola, da sempre elemento portante delle proposte di Agorà, parole che è bene ricordare in questa magnifica piazza espansa, non si sono mai spente neppure nei momenti di clausura più dura, raggiungendoci come soffio e poi come scoria, singhiozzo, reperto, dal nostro piccolo mondo sospeso fatto di relazioni virtuali, consegne e coprifuoco.

Adesso qui, tuttavia, con prudenza, accortezza si discuterà anche perché è importante avere voglia di confrontarsi e dibattere su tutto questo nostro raccontare. Un festival dunque sfaccettato e ricco di momenti e movimenti diversi che vede una inedita sinergia tra programmazioni di area metropolitana e cartellone di Bologna Estate, con particolare attenzione al tema lettura e parola detta, che è sempre stato nelle corde di Digioia, come del resto l’attenzione a quei presidi socioculturali complessi che sono le biblioteche, troppo spesso neglette nel novero degli spazi culturali. Le compagnie dunque saranno quindici e una trentina gli eventi tra Castel maggiore, Castello d’Argile, Pieve di cento e naturalmente Bologna.

Ci sono i teatri, ma anche tanti luoghi insoliti coinvolti come la rocca a Pieve di Cento, il giardino dell’ex cimitero ebraico e ci sono anche raffinati intrecci tra cinema e teatro che ci stupiranno sicuramente e contribuiranno a creare dimensioni diverse al nostro stare e guardare.

Tutto inizierà il 2 giugno a Villa Salina Amorini con un rito sonoro, come lei stessa li definisce, agito da Mariangela Gualtieri di Valdoca dal titolo emblematico Voce che apre, mentre all’interno della villa sarà visibile una mostra fotografica dedicata al progetto le Stagioni invisibili, tra danza e paesaggio, una delle cifre di riconoscibilità di stagione Agorà.  Il gesto del dire si esplicherà peraltro anche in Sala Borsa a Bologna ad opera di Roberto Latini, recentemente visto con commozione prodursi in una sorta di evocazione del poeta Garcia Lorca e qui impegnato con il poemetto Venere e Adone e una riflessione sulla immaterialità della rappresentazione. Il dire pubblico è anche la cifra dello scrittore, traduttore, affabulatore Paolo Nori che propone l’esperimento della lettura integrale nel cimitero di cui sopra, della morte di Ivan Illic da Tolstoj. Che ci sia voglia di sostenere il coraggio degli artisti di andare comunque avanti, nella tessitura di questa rassegna è evidente anche nella presentazione di questo primo studio sul testo Marta e Harvey da parte di Oscar de Summa e Marina Occhionero, come pure nel riproporre al giardino delle sculture A colpi d’ascia quel lavoro da Bernhard di Marco Sgrosso che andava recuperato da una sfortunata serata di pioggia.  Luogo più topico di un podere non potrebbe invece esserci per presentare una chicca come il bestiario di Teatrino del Giullare e Angela Malfitano, una riflessione sul rapporto tra noi e mondo animale che i tempi per tanti versi sembrano davvero richiedere. Possiamo poi dire un classico: toh, chi si rivede, se ci riferiamo alla compagnia Tiresia Banti che vede insieme due figure davvero epiche della scena teatrale di ricerca, cosi deprivata drammaticamente di maestri in questi due ultimi anni, quali Antonio Attisani, già realizzatore di memorabili edizioni del festival di Santarcangelo e Cesar Brie, magnifico esponente di quella scuola sudamericana che adopera stilemi popolari del teatro di figura per parlare grottescamente della nostra tragicità di umani: anche in questo caso il lavoro è un’anticipazione dal significativo titolo, Le conseguenze dell’amor teatrale.

Il nome di Tiresia, quanto mai evocativo, ci conduce dritti alla presenza al festival di Giorgina Pi, ovvero bue motion teatro da Roma, straordinaria figura di teatrante cineasta attivista femminista, maestra della decolonizzazione linguistica che pratica costantemente anche nel lavoro di traduzione e proposizione al pubblico di artisti anglofoni.

Nel caso di Kate Tempest, artista indefinibile tra scena musicale e poetica, al centro di un processo di transizione di genere che oggi la identifica come Kae, si è trattata di una felice folgorazione basata proprio sul potere della parola, che ha prodotto il bellissimo lavoro Tiresia, qui distillato in opera video, Hold your own, Tiresia, b side, che verrà presentato unitamente ad una sorta di installazione in cuffia, della durata, anche questa inafferrabile come la materia dei sogni cara a Latini, di un “abbraccio intimo” (e sfido chiunque a dire non ve ne sia bisogno, proprio adesso), dal titolo Nata vicino ai fantasmi, nata Tempesta. Video, cinema, dicevamo che fanno la loro parte in queste giornate che si suppongono e sperano dedicate anche ad un felice ritrovarsi tra compagni di viaggio e conseguentemente esploratori di linguaggi. Proprio per questo le sensibili antenne di Ateliersi saranno rappresentate da una produzione filmica dell’artista visuale e visionario Cosimo Terlizzi e la conclusione di questa prima tranche del festival, il 6 di giugno sarà affidata alla festosa proiezione del film che le Albe teatro hanno realizzato negli slums di Nairobi, ovvero Kybera, periferia dell’impero, alle prese con una illuminante pedagogia dantesca universale, consolatoria per il superamento della condanna biblica alla incomprensione, appunto, dei linguaggi.

A questo punto dobbiamo ancora dire che le tavole rotonde sul raccontare, cosa, come raccontare, sono affidate alla sapiente cura di Lorenzo Donati, di Altre velocità e che comprenderanno la presentazione di un libro di Laura Mariani dedicato appunto alla produzione filmica di Albe.

Fin qui, abbiamo parlato, della tranche del festival 2-6 di giugno, ma è doveroso dire che per il 15 e 16, nell’incantevole scenario di Arena orfeonica, è previsto il debutto dell’ultimo lavoro di Kepler 452, visto in anteprima a Castello d’Argile. Un lavoro di cui vi ho accennato, su cui ritornare, che offre molteplici chiavi di lettura e che, dobbiamo dirlo, rappresenta un momento significativo nell’evoluzione di Kepler. Un lavoro duro, tutt’altro che buonista, non consolatorio, ma che, a mio avviso, offre spunti interessantissimi sul nostro rapporto, non tanto e non solo con le modalità social di odierna interazione, ma anche con tutto il nostro patrimonio storico-culturale. Un lavoro giustamente che anche i super giovani dovrebbero vedere, imparando forse strumenti con cui metabolizzare per trascenderla la violenta volgaritò che ci circonda, ci assedia perché insita forse nei rapporti di forza, nella cupa fatalità dei tempi e non solo nelle tecnologie in se stesse. Detto questo, mi pare d’obbligo consigliare a tutti di collegarsi in ogni modo a Agorà per prenotare: le primizie, si sa, attirano tanto e le normative da rispettare sono altrettanto stringenti. Ma, come sempre, in casi come questi, ne vale la pena.

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