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La strage che fece ridere i fascisti veneti

Immagino che molti cittadini che stanno seguendo le cronache del processo sui mandanti della strage del 2 agosto 1980, iniziato lo scorso 16 aprile, non avevano mai sentito alcuni nomi e circostanze riportate in questi giorni sulle pagine dei quotidiani. Non possiamo biasimarli, anche se in buona parte si tratta di nomi e circostanze emersi 40 anni fa. Può essere pertanto utile ricapitolare alcuni aspetti che gli ‘addetti ai lavori’ conoscono o dovrebbero conoscere bene. Le udienze del processo sui mandanti di quella strage, in cui è imputato anche il killer emiliano Paolo Bellini, si tengono ogni mercoledì e venerdì. Questa settimana hanno testimoniato, tra gli altri, il magistrato Giovanni Tamburino e alcuni esponenti del Sisde. Tra gli imputati in questo processo, come è noto, c’era anche l’ex generale dei carabinieri Quintino Spella, deceduto lo scorso gennaio, che nel 1980 era capo centro del Sisde di Padova. Era accusato di un depistaggio commesso nel 2019: aveva negato di aver ricevuto da Tamburino, nel luglio 1980, le dichiarazioni di un detenuto del carcere di Padova su un paio di attentati imminenti, progettati negli ambienti neofascisti. A tal proposito riprendo – per comodità di tutti e con un pizzico di nostalgia personale – alcuni passaggi del libro “Schegge contro la democrazia” scritto 11 anni fa insieme all’amica Antonella Beccaria. Pubblicato alla vigilia del 30° anniversario della strage, il libro incrociava gli atti giudiziari degli anni 80/90 con quelli del processo di Brescia (allora in corso) sulla strage di Piazza della Loggia, compiuta da neofascisti di Ordine Nuovo il 28 maggio 1974. Ecco alcuni passaggi del capitolo che dedicammo alle notizie preventive dell’attentato alla stazione di Bologna.

«Il 6 agosto 1980 il giudice di sorveglianza di Padova Tamburino riferiva al Procuratore della Repubblica di Bologna che il 10 luglio 1980 un detenuto della casa circondariale di Padova, Luigi Presilio Vettore, gli aveva informalmente dichiarato d’esser stato contattato da esponenti di un’organizzazione di estrema destra, che gli avevano proposto di partecipare a un attentato ai danni del giudice Giancarlo Stiz di Treviso. L’attentato in questione, da compiersi nell’immediato futuro con un’Alfetta truccata da autovettura dei carabinieri (il gruppo disponeva anche di divise dell’Arma), sarebbe stato preceduto – secondo quanto Vettore aveva appreso – da un altro attentato a opera della medesima organizzazione, di eccezionale gravità, tanto che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”. Immediatamente interrogato dai magistrati bolognesi, Vettore disse che il suo ruolo fino al 1969 era sempre stato quello di ispezionare preventivamente i luoghi ove si sarebbero tenute la manifestazioni del Msi con probabile esito violento, in modo da potere organizzare la fuga e garantire la sicurezza dei relatori. Tra questi, personalmente difeso da Vettore in varie occasioni, in passato vi era stato Franco Freda il quale, proprio perché aveva fiducia in lui, lo contattò circa tre mesi prima che iniziassero gli attentati del 1969. Si incontrarono al bar centrale di via Zaparella a Padova e Freda gli propose di collaborare con lui e con i suoi amici, gli disse che il Msi non c’entrava e che Vettore avrebbe potuto continuare a frequentare la federazione; anzi sarebbe stato preferibile che non avesse palesato all’esterno la sua collaborazione. Freda disse: “So che sei un tipo coraggioso, con me puoi fare dei soldi. Sono sicuro che se ti do delle bombe e ti dico di metterle in uno scompartimento di un treno tu lo fai”. Vettore rispose: “Tu stai dando i numeri”. A quel punto Freda si allontanò per cinque minuti avvicinandosi a Giovanni Ventura che era poco distante. I due parlottarono e poi si avvicinarono entrambi a Vettore offrendogli 25 milioni [di Lire] per la sua collaborazione, ricevendone però un netto rifiuto che indusse Freda a rivolgergli una precisa minaccia nel caso non avesse tenuto la bocca chiusa: “Nel caso dovesse succedere qualcosa e venissero da te a chiedere, stai attento non a te ma ai tuoi tre figli”. (…) Durante gli anni seguenti varie volte [Vettore] ricevette da queste persone aiuti economici dell’ordine di diversi milioni. Continua Vettore: “Alcuni anni fa a una riunione al Pino Verde di Camposanpiero captai frammenti di quanto si diceva per cui capii che la riunione era stata indetta allo scopo di incentivare le attività violente in quanto la linea morbida della segreteria non era accettata. Dopo due o tre mesi iniziarono gli attentati al Campidoglio, al Consiglio Superiore della Magistratura e alla Farnesina. So che nella stessa organizzazione vi sono il Romani [Giangastone], che opera a livello locale e il Rauti [Pino] che opera su Roma. Agli inizi dell’estate 1980 si costituì in carcere certo Rinani, da me conosciuto come estremista di destra. Egli mi disse che era sempre rimasto in contatto con l’ambiente dell’estrema destra padovana e in particolare con la cellula veneta già facente capo a Freda e Ventura e di cui è attualmente principale esponente a Padova Fachini Massimiliano. Commentando poi il fatto che era stato fissato il processo d’appello per la strage di Catanzaro mi disse che tuttavia Stiz non avrebbe avuto il piacere di conoscere l’esito del processo, e alla mia domanda di spiegarmi perché, disse che stavano preparando un attentato nei confronti del suddetto magistrato”. Rinani poi si lamentò per il fatto che non gli veniva concessa la libertà provvisoria e per il modo in cui si erano messe le cose per il suo processo e, furente per la situazione in cui si trovava, e, dopo aver pronunciato diverse bestemmie gli disse più o meno testualmente la seguente frase: “Potranno pure trattenermi in galera, ma vedrai che nella prima settimana di agosto succederà qualche cosa di grosso di cui parlerà l’opinione pubblica nazionale e mondiale ed allora ne rideremo insieme. Ricordo benissimo la frase ‘ne rideremo insieme’ poiché mi è rimasta impressa”.

Nel corso del primo interrogatorio Vettore non volle firmare il verbale né essere posto a confronto con Rinani, a suo dire per non prendersi una coltellata nella schiena. E aggiunse: “Le persone che come Rinani appartengono alla organizzazione del Fachini sono indotte a giurare su una bandiera tricolore con sopra posta una croce uncinata con l’avvertimento che in caso di mancata fedeltà saranno uccisi i familiari in modo che l’infame soffra di più”.

Dopo l’informazione resa da Vettore Presilio nel carcere di Padova, che consentì l’avvio delle indagini, è Aldo Del Re a fornire, a processo quasi concluso, una notizia analoga: “Mi interesso di esportazioni internazionali, dal 1978 ho frequentato Roberto Rinani per motivi commerciali. Tra la decina di giovani del suo gruppo Maurizio Contin, Walter Destro, uno chiamato Attila, tale Gianluca Mazzuccato. Il capo era Fachini non solo a Padova ma anche in altre zone del Veneto (…). Del gruppo facevano parte giovani molto violenti. Essi hanno organizzato tutte le spedizioni punitive contro quelli di sinistra. Alcuni mesi prima della strage di Bologna mi trovavo insieme a Rinani e alla moglie quando egli disse ‘faremo una azione grossa a Bologna’ con dell’esplosivo, ma a scopo dimostrativo. La moglie si mise a gridare dicendo che ci sarebbero state delle donne e dei bambini, dimostrando con quelle parole di conoscere che la bomba sarebbe stata messa alla stazione. Una volta lo sentii parlare di un capitano che apparteneva a un settore particolare dei servizi segreti, qualcosa di molto di più dei servizi, che dava loro soldi e istruzioni”.

Singolare la circostanza che il gruppo di giovani del caffè Pedrocchi, di cui faceva parte Maurizio Contin, che insieme ad altri subiva il carisma di Rinani e Fachini, fosse frequentato dall’avvocato Niccolò Ghedini, futuro parlamentare nelle file prima di Forza Italia e poi del Partito delle Libertà, oltre che legale di Silvio Berlusconi».

Tornando all’oggi, una delle domande a cui il nuovo processo dovrà dare una risposta definitiva è: come mai le rivelazioni di Vettore Presilio e di altri non furono approfondite? Forse perché il capo di Spella, il generale Giulio Grassini, era iscritto alla P2 (tessera n° 515)?

La questione è importante perché i processi precedenti hanno dimostrato e sanzionato le responsabilità del Sismi (il servizio segreto militare di allora) ma non quelli del Sisde, sebbene anch’esso fosse in mano alla P2. È altresì noto che fu proprio Licio Gelli a indurre il “suo” Sisde, convocando il fedele funzionario Elio Cioppa per “suggerirgli” di abbandonare la giusta pista nera inizialmente imboccata, indirizzando il Sisde sulla stessa falsa pista in cui era già impegnato il Sismi: quella pista internazionale al centro dei depistaggi giudiziari di ieri e dei depistaggi giornalistici di oggi. 

A proposito di servizi, venerdì 30 aprile ha testimoniato il Generale di Corpo d’Armata Massimo Iadanza: «Secondo Giorgio Criscuolo, che in quanto coordinatore del Sisde per il nord Italia era stato incaricato di ispezionare il centro di Padova, l’allora questore Vincenzo Parisi – che nel 1980 era diventato vicedirettore vicario del Sisde – disse al suo capo Grassini di lasciar perdere la sua relazione sull’ispezione padovana».

Secondo il testimone Parisi avrebbe ammonito: “noi così creiamo un brutto precedente”. Si riferiva forse ai difficili rapporti tra i due servizi segreti. Quegli stessi rapporti che, un anno dopo, ritroveremo nella staffetta Sisde-Sismi che caratterizzò la torbida trattativa di uomini dello Stato con il boss Raffaele Cutolo e con le Brigate Rosse.

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