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Cos’è un vero partito democratico?

Avendo la pessima abitudine di non buttare nel cestino tutti i vecchi file, nel tentare di fare un po’ d’ordine nel computer ho ritrovato alcuni scritti di Alfredo Reichlin che avevo pazientemente trascritto nel biennio 2007/2008, quando partecipai – da “nativo”, non iscritto ai partiti fondatori – alle primarie che elessero la prima assemblea nazionale del neonato Pd (ne uscii nel 2009, dopo le dimissioni di Veltroni, per ragioni che sarebbe impossibile riassumere qui). Trovai particolarmente condivisibili le parole, curate e accorate, dell’allora presidente della commissione per la stesura del “Manifesto dei Valori”. Partigiano, dirigente del Pci, deputato dal 1968 al 1994, Reichlin è scomparso il 21 marzo 2017; era nato a Barletta nel 1925. Non ho avuto il piacere di conoscerlo. Rilette oggi, le sue parole ci raccontano molto di ciò che non si è fatto e di dove non si è riusciti ad andare. Difficilmente l’allora ottantenne Reichlin poteva immaginare che quel giovane partito in cui lui, come tanti, aveva voluto credere, avrebbe poi consegnato le chiavi di casa a un giovane “sindaco di una piccola, povera città” (Marchionne dixit), talmente spregiudicato da recarsi in visita ad Arcore, trovare danarosi supporter di area (connazionali ed esotici), riunirli in una sede politica (Leopolda) volutamente alternativa a quella del suo partito, e infine lanciare un ‘opa’ sulla politica e sul governo d’Italia. Se Tony Blair è stato il pessimo modello di un riformismo bugiardo e irresponsabile, Renzi è diventato un modello dell’irresponsabilità e del picconamento della Costituzione repubblicana.

Oggi, a proposito di transizioni*, si parla molto del rischio politico del “green washing”. Ecco, il Pd ha dato in più occasioni l’impressione di un “car sharing”. Solo che il penultimo pilota – per incoscienza o coscientemente? – ha deciso di guidare contro mano, portando quel giovane partito “non di sinistra” al minimo storico. Prima nel referendum costituzionale 2016, poi alle elezioni politiche. Se non altro Reichlin ha avuto la fortuna di risparmiarsi la vergogna delle recenti, irrituali visite extracontinentali dell’ex leader Pd e del suo migliore amico toscano: il console onorario d’Israele** e presidente di Toscana Aeroporti, che da sempre affianca Renzi nelle avventure più cool and shock; comprese le trattative con Salvini sull’armistizio dei cieli*** tra Pisa e Firenze.

A prescindere da queste significative relazioni pericolose e da altre contingenze, ho pensato che possa essere di qualche utilità – non solo per chi, nonostante tutto, milita nel Pd – leggere o rileggere queste acute osservazioni di un “comunista democratico” italiano. Buona lettura.

Riccardo Lenzi

*https://www.ilmanifestoinrete.it/2021/03/11/transizioni-pericolose/

**https://www.firenzetoday.it/politica/salvini-apertura-consolato-israele-carrai-matteo.html

***https://iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2020/12/22/news/l-intesa-renzi-salvini-che-puo-tradire-pisa-1.39689936

«I complicati patteggiamenti tra i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita volti a condizionare la composizione della futura Assemblea Costituente del Partito Democratico non mi piacciono ma non mi stupiscono più di tanto. Ciò che invece mi preoccupa, e molto, è altro. È il silenzio. La impressionante mancanza di un qualsiasi dibattito sulle idee, sulla sostanza del nuovo partito, sui suoi fondamentali. Eppure l’abbiamo avuta la prova che le idee contano e di queste c’è bisogno come il pane. (…) Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso (il secondo del mondo) che si è accumulato senza costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie, interventi per salvaguardare l’ambiente, la cultura, la bellezza del Paese.Prevedere il futuro dell’Italia non è semplice. Ma le cifre e i dati obiettivi sono impietosi. L’Italia negli ultimi anni è scivolata da un livello del reddito per persona superiore del 10% a quello europeo a un livello che è già caduto sotto quella media. Non ce ne siamo accorti ma è impressionante come ci siamo impoveriti. (…) Il fatto davvero drammatico è che la politica (in concreto questa architettura della politica, la cultura di fondo del ceto politico, gli strumenti e i linguaggi con cui comunica con la gente, il modo di essere dei partiti) non è in grado di riorganizzare le forze del Paese e di guidarle nel futuro. Per tante ragioni ma essenzialmente niente affatto per quelle che continuano ad alimentare le nostre dispute (perché ci siamo spostati troppo a destra oppure troppo a sinistra oppure perché non parliamo al centro). La verità, mi sembra, è che la politica dovrebbe collocarsi altrove: là dove sia possibile rappresentare i nuovi bisogni e i nuovi diritti della gente cessando di essere come ora un sottosistema provinciale di una economia globalizzata. Si dirà che non è realistico porre tematiche di questo genere nel dibattito sul nuovo partito, io penso il contrario. A me non sembra realistico che un partito possa nascere senza aprire un dibattito sulla necessità di un nuovo pensiero il quale comincia a rispondere a quel vasto mondo soprattutto giovanile al quale non interessa tanto difendere un grande passato quanto ritrovare la ragione stessa per cui ci si schiera a sinistra, che dopotutto è quella di credere che è possibile e giusto lottare per un mondo migliore».

[“La congiura del silenzio” – 2007]

«Cosa succede se il consumo diventa la cosa essenziale che definisce il bisogno di identità umana? Succede che viene meno il bisogno di futuro. Tutto si risolve nell’eterno presente, nel “carpe diem” di una società di mercato. Questa è davvero la fine della storia. Ma stiamo attenti perché con essa viene in discussione anche il presupposto storico ed etico-politico dello stesso mercato. Non è strano che un vecchio comunista si domandi cosa succede se viene in discussione il presupposto morale e umano del mercato. (…) Vedo un cambiamento di sistema, una metamorfosi abbastanza radicale di ciò che chiamiamo capitalismo. E le conseguenze sono evidenti. La prima è lo stravolgimento della mappa sociale che mi sembra ormai un fenomeno non riducibile all’aumento delle diseguaglianze (tipica conseguenza di certi cambiamenti). Qui si tratta di altro. Della creazione di una oligarchia di super ricchi paragonabili per la follia dei loro lussi alle vecchie aristocrazie prima della rivoluzione francese. E ciò insieme alla perdita di status e di tutele per la gran parte delle classi medie e la formazione di una nuova povertà materiale ma anche morale e culturale. (…) Impressionante mi sembra poi lo svuotamento della democrazia. La crisi della democrazia come fenomeno non contingente ma organico rispetto al fatto che i sistemi politici si sono ridotti a sottosistemi (tendenzialmente clientelari) di una economia finanziaria mondializzata il cui potere supera quello degli Stati. La conseguenza è che le attuali strutture democratiche non sono in grado di prendere le grandi decisioni, e quindi di rappresentare la volontà del cittadino (e non parlo delle sue pulsioni effimere ma di ciò che riguarda la scelta dei suoi destini). È così che la democrazia cessa di essere il luogo della partecipazione. E, infatti, perché partecipare se la democrazia non è più quel luogo dove resta pur sempre aperta la possibilità di cambiare in qualche modo la società attuale? (…) Di che mercato parliamo se irrompono in esso fondi di investimento pubblici creati da Stati che si chiamano Dubai, Russia, Cina, i quali prima o poi chiederanno contropartite non solo economiche ma politiche. Si crea un nuovo gigantesco capitalismo di Stato su scala mondiale?

Può darsi che queste mie considerazioni siano fuori misura. A giustificazione vorrei dire che esse nascono dall’assillo di dare una risposta convincente alla domanda seria che ci viene posta sulla costituzione del partito democratico. Perché l’Italia – questa è la domanda – dovrebbe essere il solo paese europeo senza una sinistra, viste le nuove ingiustizie e i disastri che accadono? È una domanda alla quale io sento il dovere di rispondere anche per il debito che ho con la mia storia. Non facciamo confusione sulle diverse storie della sinistra. Le mie riflessioni e preoccupazioni non sono quelle della sinistra radicale. Io vengo da Gramsci e il suo rovello sulla storia d’Italia, dal marxismo come storicismo assoluto e quindi storicizzazione anche di se stesso, da Togliatti e l’assunzione delle responsabilità nazionale. Ma così come giudico quella della “cosa rossa” (il ritorno alla cultura della sinistra di classe) una non risposta, io sento, al tempo stesso, la debolezza di una posizione la quale sostenesse che il nuovo nome della sinistra storica è semplicemente il partito democratico. Non è così. Ci sono delle nuove ragioni di fondo per cui non è così. E queste ragioni non mi sembra siano quelle che divisero i comunisti dai socialisti, e i socialdemocratici “statalisti” dai liberal di sinistra. Io non so quale partito stia nella realtà nascendo e mi preoccupa il peso che hanno in esso vecchie culture liberiste superate dai fatti: i fatti nuovi accennati prima. Io non voglio commettere l’errore opposto a quello commesso fino a ieri dai troppi entusiasti sostenitori del modello americano. (…) Non significa nulla dire “capitalismo”. Quel nome non definisce la cosa che sto cercando di capire. Perciò la cultura della sinistra storica, al fondo della quale resta l’idea dell’anticapitalismo, non morde. Di che parla? E in nome di quale alternativa: lo statalismo? Esiste ancora l’antitesi Stato-mercato? In più che cosa sono in realtà lo Stato e il mercato? Eppure di un qualche nuovo orizzonte, di un ideale, di una alternativa il mondo ha bisogno: basta vedere con quale rapidità stiamo distruggendo l’ecosistema. Ma è anche chiaro che questa “alternativa” non è il riformismo subalterno alla Tony Blair».

[“L’economia dell’eterno presente” – aprile 2008]

«Era evidente (almeno per menti libere) che non poteva continuare all’infinito un sistema in base al quale somme immense di denaro (molte volte più grandi della ricchezza reale prodotta) si muovono da un luogo all’altro del mondo in tempo reale prescindendo dai bisogni veri della gente, dalle relazioni umane, dai diritti sociali, dalle risorse reali, dai territori. (…) A me sembra evidente che il cominciare a pensare a un modello diverso per il governo dell’economia mondialeè un compito (ma anche un dovere etico-politico) non più rinviabile. (…) Questo non si è capito e si continua a non capire: quanto conta, più della ricchezza, il cervello della gente. Le condizioni non ci saranno mai se la politica non torna ad essere prima di tutto conoscenza, scoperta della realtà, libertà di pensiero, idee forti e quindi energie nuove rimesse in movimento. La storia di questi anni dovrebbe insegnare qualcosa. (…) So anch’io che non sarà facile cambiare. Ma anch’io pongo una condizione. È quella di poter dire alla gente che esiste una grande e nobile ragione per cui costruiamo un nuovo partito. E che questa consiste nella convinzione che è giunto il momento di lottare per un mondo più giusto nel quale una nuova sinistra europea sia protagonista».

[“Sta cambiando il mondo” – ottobre 2008]

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