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Lorsignori e il timore della “mela marcia”

Circola sulla rete, in queste ore, un meme che più di un libro vale a illustrare la ferocia della lotta di classe condotta dai dominanti contro i dominati. Sopra un’immagine di Mario Draghi che fissa l’interlocutore con sguardo luciferino si legge: «Dai, parlatemi ancora di reddito di cittadinanza, bonus monopattini, quota cento, banchi rotanti, cashback, gazebo a forma di fiore…». Risposte – parziali, mal concepite, fors’anche controproducenti: tutto vero, ma pur sempre risposte – a questioni cruciali, suscettibili di incidere in maniera decisiva sulla vita di decine di milioni di italiani, come la povertà e le pensioni, sono appaiate ad alcune tra le più stolide misure partorite dal Governo Conte: come fossero la stessa cosa.

È forse utile ricordare qualche dato di contesto. Cinque milioni di italiani (l’8 per cento della popolazione) vivono in condizioni di povertà assoluta; altri nove milioni (il 15 per cento della popolazione) in condizioni di povertà relativa. In totale, la povertà colpisce quasi un italiano su quattro (dati Istat). Nel contempo, i milionari sono più che triplicati negli ultimi dieci anni, passando da 424.000 del 2010 a 1.496.000 del 2019 (dati Credit Suisse). Siamo un Paese ricchissimo: all’ottavo posto nel mondo per ricchezza nazionale, con 11.360 miliardi di dollari. Eppure, poverissimo: quello che in termini assoluti, conta il maggior numero di poveri in Europa, il terzo in rapporto alla popolazione (dati Eurostat). La diseguaglianza è tale che tre multimiliardari posseggono, da soli, tanta ricchezza quanto i sei milioni più indigenti della popolazione (dati Ubs-PwC).

Come si possa, in un contesto come questo, avere il coraggio di mettere sullo stesso piano una misura di contrasto alla povertà – che, peraltro, secondo l’Eurostat, ha sottratto all’indigenza oltre un milione di persone – e una marchetta come il bonus monopattino è inspiegabile, se non con l’odio feroce e implacabile contro gli ultimi e contro chi ha osato farne, pur tra mille contraddizioni, una priorità politica (valga per tutti lo sfottò da bar rivolto, via Twitter, a Vito Crimi dal Corriere della Sera: «Adesso scegli la cravatta giusta, Vito. E ricordati di chiedere una foto. Con Draghi, non ti ricapita»). Il meme, naturalmente, è una piccola cosa. Quasi insignificante, se non fosse che, nelle stesse ore, in sintonia quasi letterale, ecco Giovanni Toti – sempre una garanzia – intervenire sulla sua pagina Facebook: «Ma dopo che negli ultimi tre anni ci siamo beccati Toninelli e la Azzolina, il reddito di cittadinanza e i banchi a rotelle, ora che arriva Draghi c’è anche chi fa il difficile?».

Sulle pensioni il discorso indubbiamente si complica, essendo quota cento ancora più discutibile, nel merito, di quanto lo sia il reddito di cittadinanza. Ma, di nuovo: siamo un Paese in cui le condizioni di lavoro sono andate via via sempre peggiorando negli ultimi decenni; in cui milioni di persone percepiscono pensioni letteralmente da fame; in cui si sono potute impunemente distruggere le vite di decine di migliaia di persone lasciandole senza lavoro, senza stipendio e senza pensione (mentre chi ne porta la responsabilità politica continua a pontificare, come nulla fosse, nei talkshow televisivi). Anche in questo caso: come si possa avere il coraggio di mettere sullo stesso piano una misura a sostegno dei lavoratori e una scelta errata come quella dei banchi a rotelle solo l’odio feroce e implacabile contro gli ultimi può contribuire a spiegarlo.

Il secondo Governo Conte è stato tutt’altro che un Governo di sinistra. Porta la responsabilità di molte politiche nemmeno lontanamente riconducibili agli ideali della giustizia sociale: la subordinazione della scuola all’economia; la sudditanza nei confronti degli egoismi regionali; la continuità nella repressione dei migranti (in Libia, nel Mediterraneo, in Bosnia); il rilancio delle grandi opere; l’attribuzione, in bianco, di enormi risorse economiche alle imprese (valga per tutti il caso FCA). Non a caso, il presidente della Confindustria si è, da ultimo, schierato a spada tratta in difesa del ministro dell’Economia. Ciononostante, agli occhi dei dominanti, l’esecutivo uscente porta comunque la colpa, imperdonabile, di non aver consegnato loro l’intero bottino disponibile. Qualcosina ha osato lasciare agli ultimi, come nel caso del blocco dei licenziamenti e della conferma delle misure – ripeto: parziali, mal concepite, fors’anche controproducenti – a sostegno di povertà e pensioni.

È qui, in questa pur limitatissima e timidissima ribellione al dogma per cui il bene della società si esaurisce nel bene della classe dominante, che alberga la ragione della sguaiata e feroce rivalsa che va manifestandosi in queste ore. Alla fine, è la vecchia teoria della mela marcia, con cui Noam Chomsky (Anno 501, la conquista continua, dell’indimenticabile Gamberetti editrice, 1993) spiegava l’invasione americana di Grenada: nessuna ribellione, nemmeno la più insignificante, può essere tollerata, perché potrebbe valere da esempio capace di diffondersi nei contesti più rilevanti. Esattamente come una singola piccola mela marcia, se non estirpata per tempo, potrebbe rovinare l’intero cesto.

Questo articolo è stato pubblicato su Volerelaluna il 10 febbraio 2021

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