Skip to content

Solo i movimenti salveranno la politica

Pier Giorgio Ardeni e Stefano Bonaga hanno aperto un importante dibattito – iniziato su il manifesto il 19 dicembre 2020 – sulla crisi della forma attuale di democrazia e non si può che essere d’accordo con il loro punto di partenza: «La politica ha bisogno di noi, una politica che torni potente a pensare e a costruire futuri». E aggiungono che è un’illusione riporre eccessiva fiducia nel sistema della delega, sperando che «qualora interpretato con giustizia e competenza, possa garantire una democrazia compiuta, al limite della felicità generale».

Io aggiungerei che si tratta di una pericolosa illusione e farei due esempi molto attuali: gli Stati Uniti e l’Italia. Cos’hanno in comune Giuseppe Conte e Joe Biden?

Il fatto di dover fronteggiare nemici molto determinati con maggioranze fragili o inesistenti (Conte ha dato le dimissioni, Biden ha con lui appena 50 senatori su 100).

Non solo: entrambi hanno governatori ostili in regioni o stati popolosi e importanti come la Lombardia e il Veneto per il primo, il Texas, l’Ohio e la Florida per il secondo).

Per «governare», Conte (o il suo successore) faranno affidamento sui decreti, i famosi Dpcm, e Biden sui più solidi Executive Orders. Entrambi sono a capo di paesi affaticati, politicamente divisi e psicologicamente stremati.

I democratici (qui e lì) non sembrano capire che «i populisti non crescono solo a causa del malcontento socioeconomico: si nutrono di un governo inefficiente e il loro fascino si basa sulla promessa di sostituirlo con un governo efficace installando un potere autocratico, il loro», come hanno scritto William Howell and Terry Moe.

Finalmente il gangster se ne è andato dalla Casa Bianca ma rimane il terreno su cui il consenso di Trump era cresciuto: «Il sistema di governo americano abbandona milioni di cittadini alla disperazione e alla miseria, sta lasciando troppi problemi irrisolti e troppe persone disilluse. Non è un mistero che Congresso e presidenza siano ostaggio delle corporation e che il federalismo, insieme alle regole arcaiche, sia una eccellente ricetta per la paralisi» ha scritto pochi giorni fa Ezra Klein sul New York Times.

Anche supponendo che Biden e i democratici in Congresso tentino di varare le migliori politiche possibili, la vera questione è se il sistema possa funzionare con le regole attuali.

La politica deve ritrovare capacità di azione, sia negli Stati Uniti che in Italia, ma in entrambi i paesi la questione del federalismo sta come un elefante nel mezzo del salotto, che tutti gli ospiti fingono di non vedere.

La timidezza del governo Conte verso il gruppo di irresponsabili e affaristi che ha gestito in questi anni la sanità lombarda è impressionante. Negli Usa, dove le sovrapposizioni e i conflitti di competenza sono assai più aspri che da noi, i repubblicani sperano in un fallimento di Biden per prendersi la rivincita già nel 2022.

E veniamo alla questione della “potenza” messa da Bonaga e Ardeni al centro della loro analisi: c’è una crisi della forma democratica moderna.

Una crisi più comprensibile se si guarda alle trasformazioni dell’ecosistema informativo avvenute negli ultimi 40 anni: la democrazia costituzionale non è sostenibile senza una sfera pubblica basata sull’accettazione dei fatti. Un sasso è un sasso, un virus è un virus e un voto è un voto.

Forse la sfera pubblica non è mai stata quella descritta con ottimismo da Juergen Habermas già nel 1962: caffè, taverne e parlamenti ottocenteschi non erano luoghi così tranquilli e amabili come ce li immaginiamo.

Oggi, tuttavia, essa si è frammentata in mondi alternativi dove il riscaldamento globale forse esiste e forse no, il virus viene da un laboratorio cinese e gli 81 milioni di voti di Biden sono inesistenti o, quanto meno, illegali.

Non è colpa di Twitter o di Facebook, che pure ci si sono arricchiti sopra, bensì della ferrea determinazione con cui una parte delle élite americane e inglesi hanno operato per screditare le istituzioni democratiche che facevano ostacolo ai loro interessi.

La sfiducia e la diffidenza nel governo, nella scienza e nel giornalismo sono cresciute insieme. In un ecosistema informativo di questo tipo, il declino dei corpi intermedi era inevitabile: partiti, sindacati, associazioni hanno bisogno di un ambiente comunicativo stabile per funzionare. La «potenza» di queste strutture si basa sulla loro capacità di agire, di difendere degli interessi, ma questo è molto difficile se la giornata è dominata da tweet o post Facebook che mettono al centro del dibattito pubblico questioni marginali, quando non deliberatamente inventate, come «l’invasione» dei migranti.

Il nostro compito oggi è sicuramente l’elaborazione di progetti, «mettendo insieme saperi per il bene comune e aggregando le sterminate risorse della società civile» come scrivono Ardeni e Bonaga ma questo può avvenire soltanto dal basso, da nuovi movimenti che sfruttino la velocità dei social media per organizzarsi e nello stesso tempo abbiano la capacità di immaginare un futuro post-capitalistico.

Movimenti radicali e ambiziosi, democratici e durevoli, concreti e fantasiosi.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 1 febbraio 2020

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.