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Le spinte separatiste e i miliardi del Recovery Plan

L’iniziativa di De Luca. Emergono due visioni del paese in radicale contrasto. Tra queste, i fondi Ue si pongono esattamente al centro

Il governatore De Luca ha convocato in videoconferenza tutti i presidenti di regione del Sud, di ogni colore politico, chiamandoli a resistere al “vero e proprio furto in danno del Sud e delle sue Regioni” che si prepara nel riparto territoriale dei fondi UE. “Solo per la parte a fondo perduto del PNRR tale furto assomma a ben 20,92 miliardi di euro». La premessa di fondo è che i fondi UE sono stati misurati sui dati del ritardo strutturale del Mezzogiorno, e là dovrebbero essere prioritariamente indirizzati secondo le stesse regole UE. Una chiamata alle armi, poi rinviata per un sopravvenuto impegno a Palazzo Chigi.

De Luca non è isolato. Uno studioso autorevole come Giannola parla di “presa in giro”, e di taglio di fondi che spetterebbero al Mezzogiorno (Mattino, 15 dicembre). Un giornale non sospetto di simpatie sudiste come il Foglio ci informa (17 dicembre) che “esiste, almeno nelle ansie dei parlamentari meridionali del Pd, il tema delle scarse risorse destinate alle infrastrutture da Napoli in giù”. Ansie che il ministro Provenzano non è riuscito a sopire. E le citazioni potrebbero essere numerose. In effetti la partita si colloca sullo stesso binario dell’autonomia differenziata ex art. 116, comma 3, della Costituzione, e possiamo dunque dire che è in corso da tempo.

L’art. 116.3 non venne da un occasionale errore di drafting. Fu invece una tappa nel passaggio – da tempo avviato – da un orientamento favorevole all’eguaglianza, alla solidarietà territoriale e alla riduzione del divario Nord-Sud a uno volto a privilegiare la parte del paese più competitiva per consentirle di accelerare nel contesto europeo e globale. Accettare il divario per trarne carburante per la locomotiva del Nord. A sostegno di tale cambio di rotta veniva strumentalmente anche posta la lettura di un Nord virtuoso ed efficiente, e del Sud come terra di sprechi e malamministrazione, quando non malavitosa. In realtà, una partita in cui i più forti in politica ed economia facevano valere le proprie ragioni. E che si sarebbe tradotta conclusivamente nella vexata quaestio dell’autonomia differenziata, partendo dai pre-accordi del 28 febbraio 2018 e confermandosi attraverso due governi di segno opposto fino alla proposta della legge-quadro del ministro Boccia.

Quel disegno vive nelle posizioni di economisti autorevoli, come Tabellini, Cottarelli, Galli, Gottardo, che ho ampiamente citato su queste pagine. Il Sud viene raffigurato come terra che ha bruciato negli anni le risorse pubbliche, senza trarne beneficio. E che non sarebbe in grado di trarne. Da ultimo Giovanardi e Stevanato – ordinari di economia a Trento e Trieste e membri della delegazione trattante del Veneto per l’autonomia – lo riprendono nel volume Autonomia, differenziazione, responsabilità. Numeri, principi e prospettive del regionalismo rafforzato (ed. Marsilio).

Nelle polemiche sull’autonomia differenziata si contrappongono a questa lettura fior di opinioni, dati e analisi. Il Sud sprecone e inefficiente, o il Sud che affonda perché scippato delle risorse cui avrebbe diritto? Bisogna farlo affondare, o invece ripartire come secondo indispensabile motore dello sviluppo, nell’interesse di tutti? Emergono due visioni del paese in radicale contrasto. Tra queste, i fondi UE si pongono esattamente al centro. Dalle notizie che filtrano, non è infondato trarre che nel piano in elaborazione l’obiettivo strategico di ridurre il divario con il Nord e rilanciare il Sud non c’è. Conte, intervenendo a un convegno della associazione Merita, sul Recovery Plan ha dedicato qualche parola ad alta velocità, agricoltura di precisione, rete idrica e poli di ricerca. Troppo poco.

Non sappiamo se l’iniziativa dei presidenti avrà seguito, e dove porterà. Certo può non essere positivo che si apra uno scenario di contrapposizione frontale tra squadre di governatori e con l’esecutivo. Il punto è che per difendere l’unità della Repubblica non basta richiamare la Costituzione o appellarsi ai buoni sentimenti. Bisogna cercare le ragioni di un comune interesse a rimanere insieme.

Sia l’autonomia differenziata che la ricaduta territoriale del Recovery Plan – temi geneticamente divisivi – possono recare danno a quella ricerca. Spetta alle istituzioni nazionali garantirne comunque il successo. Ma per questo non basta il galleggiare, sport caro a Palazzo Chigi. Bisogna scegliere.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 18 settembre 2020

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