Skip to content

Si dice “consegna”, ma è un coprifuoco

Kepler 452, come ventilato e promesso, auspice la proposta produttiva di Ass Liberty, stagione Agorà, ritorna nella sua versione più etnografica, quella delle mappature urbane per intenderci e insiste nel proporre non tanto interpretazioni o letture di quanto la vicenda pandemica sta producendo nelle macrocategorie degli assetti sociali, quanto istantanee e frammenti emotivi da un panorama che non riusciamo più a riconoscere e definire nei confini del reale, ma ci si presenta come sogno.

Naturalmente sogno di quelli spiazzanti che ci fanno sudare e in cui abbiamo coscienza di essere noi, a compiere o subire certe azioni ma e nello stesso tempo vorremmo svegliarci di corsa in cerca di una rassicurazione.

Il rider del recentissimo e fortunato e chiacchierato Consegne, che incontrava singoli o piccoli nuclei di congiunti, per deliveries di tagliatelle artigianelle dedicate, one to one, introducendosi in qualche modo nell’intimità di queste nostre case serrate e composte nel semilockdown notturno in dialogo con reminiscenze musicali, piccole e grandi difficoltà e idiosincrasie di questa fase ibrida della pandemia, oggi è corriere a tutto tondo, che cerca maggiore audience e respiro, tenta di portare nella termica generi di conforto anche morale, seguendo le suggestioni antropologiche del dono e dello scambio non commerciale, contrapposto a ben vedere, alla logica del fattorino. Viene forse recuperata nell’insieme una tensione alla sorpresa di stampo celebrativo infantile per il regalo, più che il senso di una commissione,che però assume qui una vena assolutamente malinconica e adeguata a tempi dolorosi.

Se in Consegne, il circuito era chiuso, in un loop tra attore, protagonisti destinatari spettatori, qui la logica si fa più filmica e chi vi scrive ha cercato di capirne di più in dialogo con la quinta colonna dei Kepler 452, ovvero Riccardo Tabilio, uno dei pochi non bolognesi veraci dello zoccolo duro della Factory Kepler.

Riccardo è drammaturgo diplomato alla Paolo Grassi di Milano dove ha conosciuto Enrico Baraldi, ma anche laureato al Dams con competenze di composizione musicale. Si divide abitualmente tra le grandi città del Nord, e dunque quasi naturalmente,strettamente responsabile del format Lapsus urbano di cui si diceva e in questa instant avventura della saga del Corriere che vede Nicola Borghesi soprattutto interprete –autore di un se stesso cesellato su tic e ossessioni personali e collettive, anche compositore della colonna sonora e supervisore tecnico ai collegamenti e alle telecamere funzionali a creare il necessario meccanismo partecipativo-voyeuristico.

In effetti, quando Elena Digioia ci ha chiesto dopo l’esperimento dell’azione corsara dei quattro giorni di Consegne, che ci avevano fruttato già una lunga lista d’attesa, di pensare una formulazione più aperta per chi volesse collegarsi a seguire il percorso di questo novello Mercurio dei nostri giorni, inizialmente ci è parso tutto molto complicato. Anche perché in realtà la spontaneità di Nicola si regge su una partitura molto pensata e scritta e certo anche calibrata sulle sue caratteristiche attoriali che noi conosciamo molto bene e che si fanno esse stesse scrittura. Per questo ci lusinga e incuriosisce la notizia che i partenopei LunAzione, da noi visti al Premio Scenario, abbiano deciso proprio in questi giorni di replicare il nostro modello mettendo in strada una ragazza performer rider. La cosa sta assumendo contorni di sperimentazione comunitaria, in effetti, probabilmente al di là dell’accidente virus che l’ha innescata.

Tornando a noi, abbiamo dovuto ripensare un po’ tutto e riscriverlo forsennatamente in pochissimi giorni e notti. ci sono parti costanti nel monologare di Nicola, parti che si adattano al dialogo che lui in questo caso intrattiene con i suoi committenti, che lo guidano in un percorso urbano,che in realtà non sempre è Bologna. Questi committenti preparano una sorpresa, un pacco regalo, di cui non si sa quasi nulla da consegnare ad un destinatario, ovviamente presente in casa, dato l’orario da coprifuoco. Anche l’identità del destinatario che pure viene svelata, come pure il suo indirizzo, non è in verità al centro del discorso.

Ci è parso che sia anche efficace, per chiudere l’azione, che ovviamente ha una durata media, ma non standard, di sfumare sulla consegna che può essere più o meno articolata o coinvolgente, ma in ogni caso, non il fulcro del guardare e sentire dello spettatore. Il perché su cui soffermarsi è forse il pensare all’altro in distanza, il bisogno di una intermediazione. Lo scambio neutro, che neutro mai non è, come la scuola di Francoforte ci ha a suo tempo insegnato, è il medium che accende una triangolazione.

I committenti sono in questo caso a loro volta artisti, molto diversi tra loro, ma, certo, appartenenti in questo caso all’area performativa e ruotanti per nascita o elezione in questo territorio e più o meno, in gradazioni e sfumature differenti, conosciuti al nostro corriere.

C’è forse una certa uniformità di contesto, ma è funzionale qui a riportare più marcatamente il discorso sul Teatro e sui luoghi di Cultura e aggregazione, oggi impraticabili. Acquistano qui un senso più pregnante le interrogazioni di Nicola a se stesso, ai suoi interlocutori diretti e al pubblico, che nessuno di noi dello staff vede, ma che sappiamo esserci, tanto che ogni sera ne vengono letti alcuni nomi tra i prenotati, sul come era prima e sul perché si usciva la sera..

Devi anche pensare al fatto che il tutto è nato in uno stato di urgenza e necessità: da un lato dobbiamo battere il ferro finché è caldo, dall’altro trovare interlocutori territoriali per forza di tempi e risorse e conoscenze, che possano essere liberi e disponibili a fare questa cosa e non è naturalmente cosi semplice. Devono essere ragionevolmente raggiungibili dal nostro rider locale e ci interessava agire nei limiti temporali di questo ultimo DPCM. Quanto alla scena urbana, naturalmente è fondante per il nostro discorso da sempre ed è vero che anche il nostro immaginario collettivo, plasmato su una serie di luoghi comuni filmici ci fa periferie ai riders in contesti suburbani degradati, mentre fin qui in prevalenza avete visto soprattutto centri storici di un certo tipo, ma, per l’appunto li, visto come e quanto fossero vissuti anche di notte, si pone con forza il tema dello svuotamento, della solitudine ingestibile fino alle lacrime, del corriere Nicola.

Solitudine che, aggiungo io, chiama in causa tutti noi biassanot, a riflettere sulla qualità delle nostre scelte relazionali e sociali, sulla loro motivazione profonda, sul fatto, azzardo io, che forse si fosse soli anche prima di questa tragedia e nonostante il Teatro, che può fino a un certo punto, rispetto alla logica spietata dei vari imperativi sociali.

È mia convinzione, chiosa Riccardo, che sia in atto da tempo, uno svuotamento e una svalorizzazione degli spazi comuni pubblici:la pandemia non ha fatto che rendere attuativo un processo in corso. Da tempo viene avanti una domesticità più o meno forzata o rassegnata o spaventata, che viene gestita attraverso sofisticati devices e dispositivi di comunicazione.

La gente per i più diversi e spesso opposti motivi si rifugia spesso in casa dove può consumare una serie di prodotti di qualità anche da un certo punto di vista paraculturale. Per questo poi succede che la cerchia degli affezionati agli eventi dal vivo,sia un po’ sempre nota o comunque abbastanza omogenea e dunque ciò si rifletta anche in certe tipologie di spettacolo, anche come questa. I centri storici cosi desolati, nella pioggia ormai gelida e insolitamente silenti sono l’immagine più plastica dello stato presente sia che lo vogliamo definire con il coprifuoco o altrimenti. Non sono neanche banalmente o retoricamente degradati, aggiungo, ma di spettrale, surreale, struggente fascino formale, come accade in certi dipinti di De Chirico.

Si capisce dunque come l’autentica commozione di Nicola e di noi con lui, è data dalla consapevolezza di agire come una sorta di tedoforo delle relazioni, le grandi assenti dalle piazze e dai porticati percorsi.

Anche in questo caso, tutto è molto scritto, ma ci sono comunque delle piccole smagliature, dei piccoli buchi premeditati in cui Nicola è libero di reagire a certi stimoli prefissati a seconda di come gli vengano proposti, in maniera autonoma e sempre diversa. Ai committenti pure in forma molto fluida, viene proposto di presentarsi, di presentare il loro rapporto con la città, di indicare un luogo del cuore. Nicola stesso non sa mai del tutto cosa gli verrà detto perché lo spaesamento deve risultare la cifra principale del suo porsi che disvela plasticamente ciò che dichiara sin dall’inizio, il suo essere uno travestito da corriere allo scopo di poter essere in giro in orario proibito e dunque, non uno che controlla tempi e ubicazioni con la app. Se nella versione Consegne, che si giocava comunque tra le 18 e le 22, prima del coprifuoco vero, il traffico residuale, l’incrocio coi riders veri, il pericolo imprevisto erano componenti della narrazione che Nicola si giocava in modo giullaresco e la solitudine vagamente beckettiana sembrava più appartenere all’attesa dei prenotati per la consegna che al corriere, qui le parti si invertono ed effettivamente il comfort e il calore sembrano stare, più volte evocati dall’immagine della lampada accesa, dalla parte di chi sta in casa, contrapposti alla forzata marginalità di chi in questo caso si pone come semplice go between in una relazione mai esplicitata, in un racconto in larga parte unilaterale, anche nel caso in cui, come nell’ultima puntata, la seconda del breve ciclo, andata on air il dodici dicembre, dopo quella di esordio del 10, in cui il committente era Lodo “Stato Sociale” Guenzi, altrimenti detto influguenzer, ventennale amico del rider e il destinatario, l’altrettanto noto Carota, sempre di Stato Sociale, il livello di confidenza e abbandono reciproci si presuppongano maggiori. I committenti ospiti sono anche chiamati a recitare brevemente qualcosa oltre a citare un brano musicale significativo e se nel caso della prima puntata con Randisi e Vetrano, due veri maestri del teatro di ricerca, si è trattata di una battuta dal loro vecchissimo allestimento di Ubu roi, realizzato proprio ad Imola,dove vivono e dunque set concordato dell’azione, nel caso di Lodo si è trattato di sfumare la chiusa dell’avvenuta consegna., cosa che ha fatto con consumata perizia.

Vedremo le puntate del sedici e 19 dicembre, sempre su piattaforma Zoom, cosa ci riserveranno visto che i due giovani performers selezionati saranno rispettivamente Francesca Pennini di Collettivo Cinetico da Ferrara e l’astro nascente Marco d’Agostin, sempre da Bologna, ovvero due personalità use ad esprimersi con fisicità e movimento in modo primario.

Osservo con Riccardo che il dispositivo Coprifuoco, tutto sommato mi sembra molto filmico e grande è il risalto dell’espressività e della mimica facciali di Nicola, che si candida per l’allure stralunata e romantica di Pierrot notturno a impersonare una sorta di tipologia di attore nouvelle vague su cui la camera insiste quasi a frugargli dentro l’inquietudine oltre il sorriso

Beh, mi dice Riccardo, ci sono tre telecamere in azione, una con funzione leggermente grandangolare e quello che tu noti è un effetto di intimità e confidenza che volevamo trasmettere perché si tratta qui di sensazioni e sentimenti, più che ragionamenti loici. Forse hai notato anche una coloritura volutamente vintage che ho dato alle musiche pure elettroniche, componendo le parti della batteria come fossero effettivamente suonate. per il resto le basi teoriche del nostro sentire sul dono come eccezione al principio di scambio ci vengono dalla lettura dei Minima Moralia di Adorno, mentre la solitudine onanista e la claustrofobia del capitalismo liberista ci provengono da vari autori di nuova antropologia, per cosi dire, primo fra tutti Mark Fisher di Realismo capitalista, una sorta di nuova Bibbia, aggiungo io per tutti i sognatori disillusi.

Certo è che questo dispositivo, che vive della suggestione del momento, non va a finire qui, neanche dovesse terminare per decreto il Coprifuoco, cosa che, del resto, al momento in cui scrivo non pare essere poi cosi imminente.

Difficile trovare definizioni adeguate per operazioni nate inizialmente come un far di necessità virtù, principio effettivamente aureo, come abbiamo visto nel pensiero per esempio di Albe, dal momento che poi germogliano in maniera imprevista per diventare qualcosa d’altro. Lo dimostra tutto il dibattito sulla liveness e il boom di iscrizioni al bando per le residenze digitali a livello regionale.

Secondo Elena Digioia che vive il ruolo di curatrice e organizzatrice come un vero e proprio atto di creazione artistica da un lato, come una missione realmente possibile e doverosa nei confronti dei territori coinvolti e rappresentati da un altro(per inciso, quelli di Pianura est), come studiosa e ricercatrice di vene preziose da un altro, l’importante è lanciare il segnale che una nuova forse diversa e impensata stagione produttiva,culturale fuori dai canoni temporal-stagionali stretti, sia comunque possibile, a patto di una reale consonanza di intenti e di raggiungimenti qualitativi. In questo senso, l’adesione produttiva ad una sorta di sequel tematico sulla pandemia, aggredito in modo de tutto naturale da Kepler 452, come sfida interpretativa ed elaborativa, appare perfettamente congrua alla propria missione e ai trascorsi relazionali con il gruppo stesso. Come tutti sappiamo, la fortuna, aiuta gli audaci, e vorremmo specialmente aiutasse in questo momento, operatori culturali audaci o forse illuminati e artisti consapevoli del proprio ruolo e valore in grado di sporcarsi le mani con le contraddizioni che la materialità degli eventi sembra imporre.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.