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Gli effetti psicologici della pandemia

Come ogni situazione estrema, una malattia porta alla luce quanto di meglio e di peggio c’è in ciascun individuo”, Susan Sontag, Malattia come metafora.

Quando le hanno detto che finita l’estate poteva tornare al lavoro, dopo aver lavorato per mesi in smart working, ha provato una sensazione di rifiuto. Susanna ha dovuto affidarsi al supporto di uno psicologo per superare la fobia di prendere il covid, uscendo di casa. Marta invece ha perso la madre a causa del virus a marzo e da allora non riesce a dimenticare i suoi occhi impauriti mentre veniva portata in ospedale, si sente in colpa per non essere riuscita ad aiutarla quando i medici non venivano a visitarla e ha pensieri intrusivi ricorrenti che le impediscono di dormire. Teme d’infettarsi anche lei e di lasciare i figli da soli.

Durante la prima ondata di contagi, l’arrivo inaspettato dell’epidemia del nuovo coronavirus ha provocato un trauma in molte persone: ha interrotto la quotidianità, ha costretto all’isolamento e alla convivenza forzata in spazi ristretti, per molti ha coinciso con l’esperienza diretta della malattia e del lutto. Tuttavia è la seconda ondata quella che sta mettendo più alla prova la maggior parte delle persone dal punto di vista psicologico.

“Nella prima ondata si è affrontata l’emergenza con la speranza che se ne potesse uscire nel giro di qualche settimana o mese, nella seconda ondata c’è un tratto di cronicizzazione del trauma. I sintomi dell’angoscia, della tristezza e della depressione si sono aggravati in molte persone”, spiega Maria Silvana Patti, psicologa e responsabile dell’unità di terapia post-traumatica dell’Associazione per la ricerca in psicologia clinica (Arp) di Milano. “Manca la possibilità di prevedere e di progettare, due caratteristiche che alimentano la speranza negli esseri umani. Questo aspetto è appesantito dall’assenza di una comunicazione chiara sulla malattia al livello pubblico. Le persone si sentono in un limbo senza fine”.

Per questo molti fanno fatica a dormire, c’è chi non riesce a disconnettersi dal lavoro, chi stenta a uscire di casa, chi ha sviluppato delle vere e proprie fobie, chi non vuole tornare al lavoro, coppie che sono entrate in crisi, chi riporta una stanchezza diffusa che rallenta qualsiasi attività, chi fa fatica a concentrasi, chi ha delle crisi di rabbia. E poi ci sono i sintomi più gravi: la depressione, l’ansia o la dipendenza da alcol e altre sostanze. Per quelli che hanno vissuto in prima persona la perdita di una persona cara o che sono sopravvissuti al covid, i sintomi sono ancora peggiori.

Malati d’isolamento
A nove mesi dall’inizio della crisi sanitaria in Italia, una delle conseguenze più trascurate a livello sociale è il malessere psicologico diffuso che l’epidemia ha provocato in gran parte della popolazione. “C’è anche un altro aspetto che è quello della negazione e della rimozione”, spiega Patti. “La pandemia ci mette in contatto con la morte, mette in crisi il nostro senso dell’esistenza, ma una delle reazioni possibili a questo è la rimozione, fino ad arrivare ai fenomeni di negazionismo, di chi minimizza il pericolo o mette in atto comportamenti antisociali, come la trasgressione delle norme di sicurezza”.

Per la psicologa in questo momento gli individui fanno fatica ad associare la loro situazione di sofferenza alle condizioni generali prodotte dalla pandemia. “In parte questo è frutto di una finta normalità alla quale siamo tornati, anche se lavoriamo o facciamo le nostre attività, la situazione non è tornata come prima dell’epidemia”. Per Patti in questo momento il primo sforzo del terapeuta deve essere quello di mostrare alle persone la connessione tra i sintomi riportati dagli individui e il quadro generale.

Mentre in Italia si registravano i primi casi di covid-19, il 26 febbraio sulla rivista scientifica The Lancet veniva pubblicato uno studio sull’impatto psicologico delle epidemie del passato come quelle di sars, ebola, mers o la cosiddetta influenza suina. In ognuno di questi casi infatti è stata adottata la quarantena come metodo per ridurre i contagi.

In tutte le epidemie esaminate dallo studio, l’isolamento ha prodotto una serie di disturbi psicologici tra cui stress post-traumatico, confusione, rabbia, paura e insonnia. Com’era prevedibile anche con il coronavirus è successo qualcosa di simile. “La maggior parte dei pazienti ci racconta che gli sembra che la vita abbia perso di significato, fa fatica a trovare un senso, a progettare il futuro, in una situazione in cui tutto sembra più precario e imprevedibile”, spiega Damiano Rizzi, psicologo clinico della Fondazione Soleterre, che ha lanciato una rete formata da 570 psicologi in tutta Italia per l’assistenza psicologica attraverso un centralino. “Nei primi pazienti che hanno aderito al progetto abbiamo rilevato un 40 per cento di sintomi di depressione grave, livelli alti (33 per cento) di ansia e frequente consumo di alcol e sostanze a scopo automedicale (36 per cento). Un mix molto pericoloso e che in alcuni casi porta a tentativi di suicidio”, continua Rizzi.

Il 25 novembre in Germania sono stati pubblicati i risultati preliminari di un’indagine sugli effetti psicosociali della pandemia condotta dall’Helmholtz Zentrum di Monaco su 113mila persone, una delle ricerche più vaste compiute nel mondo finora sul tema. La ricerca era in corso già prima del 2014 e quindi permette di confrontare le condizioni di salute della popolazione con quelle del passato. Dallo studio emerge che i livelli di stress sono aumentati in tutta la popolazione e in tutte le fasce di età. Ma gli ultrasessantenni hanno sviluppato meno ansia e disturbi depressivi.

“Questo perché probabilmente a una certa età si è più capaci di affrontare situazioni inaspettate con spirito di rassegnazione”, ha spiegato Annette Peters, coordinatrice dello studio. I sintomi peggiori li ha sviluppati la parte di popolazione che va dai venti ai quarant’anni, in particolare le donne tra i trenta e i quarant’anni. Questo potrebbe essere dovuto in molti casi alla presenza di figli minorenni di cui si sono occupate le madri durante il lockdown. Inoltre le persone tra i venti e i quarant’anni hanno continuato a lavorare, mente gli ultrasessantenni hanno potuto concentrarsi sulla tutela della loro salute.

Uno studio britannico pubblicato su The Lancet Psychiatry arriva a considerazioni simili. La pandemia ha acuito le differenze negli stili di vita delle persone. In particolare si sono approfondite le difficoltà delle donne e dei giovani, una parte della popolazione già in affanno. “Mentre l’infezione da covid-19 è un rischio maggiore per la salute delle persone anziane, il nostro studio suggerisce che la salute mentale dei giovani è stata colpita di più dalle misure adottare per contrastare l’epidemia”, afferma Kathryn Abel dell’università di Manchester, una delle autrici della ricerca.

Tutti gli specialisti concordano sulla necessità di non trascurare i sintomi e di predisporre delle forme di assistenza diffusa anche per questo tipo di disturbi. “Stiamo osservando che soprattutto i sintomi emersi dopo la crisi sanitaria hanno un’alta probabilità di rientrare, se sono trattati con un supporto psicologico da parte di uno specialista”, spiega Damiano Rizzi. Tuttavia quasi tutte le iniziative di sostegno psicologico in Italia sono fornite da privati e quindi non tutti riescono ad accedervi.

“Già prima del covid-19 l’attenzione per la salute psicologica era molto bassa. Ma anche ora questa consapevolezza manca. Basti pensare ai pochi fondi stanziati dal recovery fund in questo settore. Invece si dovrebbe proprio pensare a un sistema di psicologi di base”, conclude Rizzi. Il 9 dicembre la Consulta delle società scientifiche di area psicologica ha inviato una lettera al governo per chiedere che si intervenga tempestivamente per affrontare il disagio psicologico di migliaia di persone.

“Le decine di migliaia di ricoverati in ospedale, le oltre centomila persone contagiate in isolamento, il milione di sopravvissuti al covid, i parenti dei 60mila deceduti, i bambini e gli anziani fragili, le persone vulnerabili, gli operatori sanitari, oltre al resto della popolazione, non hanno trovato risposte nel servizio pubblico per carenza strutturale di psicologi e psicoterapeuti. E in nove mesi poco o nulla si è fatto: per la salute psicologica le risorse pubbliche sono le stesse di prima della pandemia”, denuncia il documento.

Molte famiglie si sono trasformate, molte si sono sfasciate. O perché ci sono stati dei lutti o perché molte coppie si sono spezzate

Secondo un’inchiesta dell’European data journalism network (Edjn), già prima della pandemia le risorse per l’assistenza psicologica in Europa erano insufficienti al fabbisogno dei pazienti, ma con il covid-19 l’accesso alle cure è stato ancora più problematico sia per chi aveva disturbi pregressi sia per chi ne ha sviluppati di nuovi in conseguenza della crisi. Secondo i dati Eurostat del 2018, i paesi europei con il maggior numero di psichiatri per centomila abitanti erano Germania (27,45 ogni 100mila abitanti), Grecia (25,79) e Paesi Bassi (24,15). Al contrario Polonia (9,23) Bulgaria (10,31) e Spagna (10,93) hanno il minor numero di psichiatri in rapporto alla popolazione.

Durante la pandemia, il 75 per cento dei servizi di consulenza psicologica e psichiatrica è stato effettuato via internet, ma non sempre questa possibilità si è rivelata valida. “Durante la prima ondata, uno o più servizi dedicati a pazienti con problemi mentali, neurologici o di abuso di sostanze stupefacenti sono rimasti paralizzati nel 93 per cento dei paesi monitorati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Quasi il 40 per cento dei paesi europei partecipanti allo studio ha riferito situazioni addirittura peggiori, tanto che tre servizi su quattro sono stati sospesi”, riporta lo studio dell’Edjn.

Inoltre l’assistenza psicologica da remoto non ha sostituito completamente l’attività in presenza. Per la psicologa Marta Poll, direttrice dell’organizzazione Salut Mental Catalunya, l’assistenza psicologica da remoto può aiutare persone con difficoltà di mobilità o che faticano a instaurare rapporti di fiducia in presenza. Tuttavia, ci sono altre barriere che possono complicare l’assistenza di alcuni pazienti, perlopiù nel caso degli anziani o di chi, per ragioni economiche o di altra natura, non ha accesso alla tecnologia. “Per alcuni pazienti non c’è stata alcuna forma di contatto, perché non erano in grado di gestire le sedute online e non potevano uscire, quindi sono peggiorati”, spiega Jimmie Trevett, portavoce dell’Associazione svedese per la salute sociale e mentale (Rsmh).

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 10 dicembre 2020

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