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Note a margine della presentazione di Memorie Vive

Il progetto denominato Memorie Vive, fortemente sollecitato da un pool di donne intellettuali e protagoniste di stagioni importanti e voluto da Istituzione Minguzzi sin dalla sua titolazione pone una interrogazione ed insieme una esortazione forti al Presente, anzi, azzarderei che esprima dal punto di vista storico, una tensione ad una ridefinizione dei paradigmi di efficacia e durata in base ai quali stabiliamo l’inizio e il termine di processi e percorsi che viceversa si pongono forse più dalle parti dell’andamento carsico tanto caro alle vicende femministe, che da quelle di una cronologia comunemente intesa. E questo sebbene naturalmente non manchino, anzi, punti topici legislativi di svolta, riforme oserei dire epocali, date significativamente spartiacque rispetto alla sofferta storia di modernizzazione italiana. Momenti non soltanto pregnanti dal punto di vista dell’assetto istituzionale, ma anche di quello della costituzione di una classe di professionisti e competenze tali da identificare una complessità di servizi che definiamo come sociosanitari. Se esisteva allora una vera e propria politica dei servizi, è altrettanto vero esistesse più che la famigerata politicizzazione delle istituzioni e dei servizi stessi, denunciata e stigmatizzata dai settori più conservatori della società, una estesa attitudine partecipativa e rivendicativa da parte di diversi settori e strati della società stessa, definiti per semplificazione come popolari. istanze complesse e spesso sovrapposte che definiamo sempre per semplificare, come spinte dal basso.

La lettura che possiamo dare oggi, cominciando proprio dalla presentazione di questa iniziativa è quella, almeno in questi territori, della ordinaria eccezione di un lavoro di tessitura, relazione, comunicazione da parte di così detti corpi intermedi, intendendo un’area vasta di competenze innovative formate al passo dei tempi e dentro ai bisogni, alla conoscenza dei territori insieme ad associazioni, comitati di quartiere, collettivi, forze sindacali.

Corpi intermedi che oggi vediamo sicuramente depotenziati, sfilacciati, logorati, quantomeno se li rapportiamo a quella temperie e a quel modello e di cui invochiamo la necessità come si invoca la provvidenzialità di stati cuscinetto in territorio di guerra o di corridoi umanitari per la gestione dei flussi di profughi e rifugiati. In realtà, forse, dovremmo chiederci se essi stessi, corpi intermedi, non vadano ridefiniti e ridisegnati in base alle mutate caratteristiche di contesto, soprattutto rispetto alla tensione e pressione enorme sui poli globale-locale, centralizzato- federativo/decentrato, pubblico- privato.

In definitiva, una riflessione su questi servizi, sulla loro gestione ed erogazione, sulle caratteristiche specifiche delle figure professionali coinvolte e sul loro status formativo-giuridico, non può prescindere da una riflessione sullo Stato, sulla sua organizzazione, sul suo peso economico, sulla sua pregnanza pianificatrice e programmatrice.

Ma naturalmente non si può prescindere neppure da una disamina della società di quegli anni, gli anni del trentennio glorioso, in cui la Famiglia seppure oggetto di contestazione era oggetto di feroce critica culturale nei meccanismi, ma nel contempo, vedi nuovo diritto di famiglia, perno del cambiamento.

Non dobbiamo dunque in un certo senso e solo in negativo meravigliarci che soggetti e oggetti di evoluzione siano mutati in virtù di pressioni certo contrastanti endogene ed esogene, e forse anche in virtù di quegli stessi servizi oggi al centro di questa ricca e appassionata rivisitazione, fino a crearci attorno un paesaggio di difficile decifrazione perché molto più frammentato nelle componenti dei ceti, policentrico rispetto alle appartenenze, al discorso dei generi, della riproduzione ben oltre le perorazioni del primo femminismo, paesaggio in cui abbiamo famiglie, al posto del monolitismo antecedente, identità multiple, transeunti e anche uno scompaginamento dei ruoli e modelli sociali.

La sottoscritta, in qualità a sua volta di rappresentante di una identità multipla, in questo caso di effettiva del Collettivo Amalia, collettivo progettuale di diversificate competenze nato sul crinale della storica ambiguità tra politiche di cura e controllo o meglio normativa dei generi e dei corpi, per cercare di portarla a consapevolezza e rappresentazione e, d’altro canto, della Rete degli Archivi del Presente, nata per ricercare e valorizzare le numerose, variegate, ma frammentate fonti inerenti la Storia tutta da scrivere di un recente passato molto più sperimentale di quanto si creda.

Nel senso che la vena pionieristica ha saputo superare gli scogli dell’ideologismo e naturalmente i conservatorismi vecchi e nuovi, le forme di regressione e l’attacco ai diritti per arrivare fino a noi come questo pomeriggio di presentazione seminariale testimonia, con una intatta passione e il gusto per la sfida critico assertiva.

Chi scrive, a proposito del bellissimo documento audiovisivo in comprensibilmente minima parte mostrato, ossia l’intervista –narrazione a “Nino” Loperfido, neuropsichiatra-amministratore, ha nei mesi scorsi avuta la fuggevole fortuna (causa restrizioni COVID) e il grande e commovente privilegio di consultare parte delle carte donate come fondo privato dalla famiglia dell’illustre intellettuale alla Istituzione Minguzzi, che è rimasta per tanti fino alla fine, una “Casa”. E dice bene chi in questa sede ha affermato come egli stesso, audace come chiunque metta la teoria al servizio non dell’Accademia, ma della pratica quotidiana che ieri chiamavamo anche politica con la p maiuscola, si fosse ben reso conto di quanto il vento dei mutamenti sarebbe andato lontano e avrebbe potuto soffiare in modo contraddittorio o di quanto ci fosse un pericolo di sclerosi persino nelle prassi più illuminate.

Nei suoi appunti di lavoro, nelle sue lettere di lavoro emergono letteralmente tra le righe tutta la curiosità, la ricerca indomita, il tormento per l’adeguatezza o meno di un metodo di lavoro, per la lettura di spaccati di società che vedevano emergere già l’emarginazione e l’impoverimento di ritorno delle fasce giovanili, il disagio delle dipendenze, l’emersione di quelle periferie che oggi tanto temiamo, al posto dei combattivi e coesi quartieri, la crisi del modello familiare classico, che auspicata o meno che si fosse, segnalava già un movimento tellurico in profondità e in definitiva un cambiamento di parametri e paradigmi di intervento sul sociale. Indimenticabili i passaggi relativi alla formazione pratica, appunto, di tirocinanti psicologi volontari, inviati in spedizione di osservazione attiva alla Bolognina nei bar e nelle panchine dei giardinetti, alla ricerca di solitudini vecchie e nuove, forse di quella mappatura dei bisogni che tuttora sfugge ad ogni rilievo statistico, segnando sempre il passo del ritardo rispetto alla tracciatura dei fenomeni.

Cosa dunque, possiamo dire, alla vigilia delle prossime puntate che già si annunciano ricche di testimonianze già non semplicemente tali, perché in questo caso sottoposte al vaglio rielaborativo dell’esperienza vivente e dopo questa rievocazione di un clima militante che ci pare irripetibile ?

Che dobbiamo assumere un atteggiamento nostalgico o la paternalistica attitudine da laudator temporis acti, sempre cosi improduttiva e scoraggiante o che dobbiamo ricercare o riproporre ricette tout court da processi che non abbiamo neppure finito di comprendere fino in fondo?

Non mi piace parlare di recupero, dal momento che io stessa non ho vissuto fino in fondo questi percorsi e, in prima battuta, ne ho solo, come dire, goduto i benefici indiretti, ma parlerei piuttosto di ritrasmissione di alcuni (e ce ne sono sicuramente molti di più), punti valoriali per me qualificanti:

  1. Il valore del lavoro di equipe, unico che può agganciare il discorso della competenza e dell’essere esperti, a quello della globalità di visione, di maggior permeabilità agli autentici bisogni del cittadino utente, di democratizzazione delle strutture.
  2. Il rinnovarsi continuo come necessità primaria del patto fiduciario tra operatori, a tutti i livelli, del settore sociosanitario e cittadini, intesi sia come individui, quando esprimono specifiche fragilità e sofferenze, sia intesi come comunità che ha il diritto, ad una informazione trasparente, ad una più bassa soglia di accessibilità, ad una partecipazione attiva in alcune scelte e narrazioni, patto che passi anche attraverso il riconoscersi anche nel conflitto e nella rivendicazione, nella emergenza, come questa parabola pandemica avrebbe dovuto insegnarci.
  3. Il valore infine, a fini epidemiologici, preventivi, di supporto di iniziativa territoriale, non solo della raccolta, lettura e interpretazione dei dati, ma di raccolta delle più diverse fonti e testimonianze, provenienti anche dall’utenza, per il costruirsi di una Cultura della Cura, che possa avere i suoi classici, le sue novità, i suo archivi dedicati, i suoi luoghi di consultazione e pedagogia.
  1. Da ultimo aggiungerei anche il rivalutarsi indiretto di un ampio concetto di intellettualità a tutto tondo, capace di collegare tutti i puntini del disegno a partire da salde competenze scientifiche, in tutte le direzioni di alto e basso.

Per questo il mio plauso va al fiorire di queste iniziative che non solo contribuiscono a sconfiggere la paura e l’isolamento di tempi difficili, ma anche la diffidenza nei confronti dell’uso divulgativo, scientifico e umanistico insieme delle tecnologie comunicative, che a dispetto di tutto, ci aiutano a ribadire che non vi è nulla di cosi remoto, né rispetto allo spazio fisico né rispetto ai tempi.

Ringrazio anche il richiamo che è stato fatto alla recente esperienza del pomeriggio seminariale Salute a te, voluto da Quartiere Navile, Istituzione Minguzzi e Collettivo Amalia con il supporto della stessa azienda sanitaria, in cui si è voluto dare inizio ad un percorso che speriamo comunque possa nutrirsi di focus in presenza ulteriori. Una esperienza che ha gettato le basi per una prima mappatura non certo esaustiva di realtà che oggi si muovono “dal basso”, come appunto si diceva in una possibile, auspicata o embrionale dialettica con le Istituzioni sanitarie e anche degli stessi approcci di queste ultime al tema del benessere e della salute preventiva nel territorio. Se certamente è emerso il tema del racconto, della rappresentanza e della auto rappresentazione della fragilità e della disuguaglianza dentro una logica di sistema, è parimenti emerso anche li con forza il tema formativo cruciale per una politica di indirizzo adatta alle nuove insorgenze, più flessibile agli ambienti e ai contesti. Il lavoro che ci attende è grande e di lunga lena, ma le riforme importanti non si fanno in un giorno e per fortuna non durano altrettanto, ma ci riverberano molto a lungo.

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