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La Babele della Lingua Madre per Atlas of Transition

Vi avevamo annunciato le varie nuvolosità stratificate al di sopra degli eventi spettacolari prossimi a venire ed infatti è di queste ore la notizia che la sezione invernale del Festival di Santarcangelo, pensata per essere almeno parzialmente in presenza, salterà a questo giro, almeno nella forma in precedenza annunciata e si avranno a breve comunicazioni su eventuali modalità alternative di fruizione. Il festival del cinema di Porretta, per parte sua, in partenza dal 1 dicembre sino al 7, sarà fruibile dalla piattaforma di My movies.it. Arena del Sole, in generale dopo il mancato debutto in presenza di Web market, sorta di pamphlet teatrale ad opera di Paolo di Paolo sui grami temi del mercato globale del nostro scontento che stiamo vivendo, si attrezza sempre di più a resistere – resistere – resistere con una serie di iniziative di approfondimento culturale davvero encomiabili, che mettono il fattore linguistico-semantico al centro. Perché, ovviamente, chi parla e scrive male, pensa forse ancor peggio.

Tuttavia, in questo grande freddo controllato che si va insediando, qualcosa di nuovo e soprattutto linguisticamente innovativo, c’è, a ben vedere. Stiamo parlando ovviamente della Biennale di Atlas of transition, ovvero il festival incarnazione di un progetto europeo che vede appunto la conclusione al suo quarto anno, in questo dicembre 2020, dopo aver coinvolto undici partner cultural-istituzionali-artistici in sette paesi geograficamente assai vari quali Italia, Albania, Belgio, Polonia , Francia, Grecia, Svezia, come dire, da est ad ovest, da nord a sud. Per i più smemorati di voi, anche se è oggettivamente difficile dimenticare le visioni che si susseguono per una settimana intera di questo mega evento, incrociando immaginari e culture, scegliendo un campo di gioco che è quello della sapienza urbana, straordinario mix di astuzia metropolitana, spazio di discorso, terreno di conflitto, skelter space di ibridazione di linguaggi, mi consta di ricordare che infatti la prima edizione del 2018 era titolata con un sottile giochino linguistico, dritti e diritti verso la Città, la seconda, che poneva come pietra di paragone il punto di vista femminile che radica lo sradicamento, era intitolata Home ed evidenziava le resistenze presenti nella società, all’occupazione dello spazio pubblico di discorso da parte delle minoranze ed eravamo al 2019. A questo punto, edizione estiva 2020, già in pandemia, che si focalizza sulle possibilità offerte dalle tecnologie social in remoto, per mantenere l’alto livello di fecondo scambio didattico della Summer School ha un quasi naturale seguito, anche se dettato dalle esigenze di chiudere un progetto europeo a scadenza, in questa fase titolata icasticamente WE The people, dal 2 al 7 dicembre.

Avevamo lasciato nella tarda primavera l’appassionata e visionaria curatrice Piersandra Di Matteo, con una sorta di cahier non tanto di lamentazioni, quanto di speranze e proponimenti che la bella stagione, l’allentamento delle misure, la volontà, non già di chiudere, quanto di approfondire i temi, rendeva credibili e tangibili.

Ci ritroviamo invece in un contesto, forse in parte prevedibile, non certo auspicabile e cosi facilmente governabile come questo, di una fase che non sapremmo più neppure come definire con la legge delle sequenze numeriche, fase che ci obbliga a sacrifici e restrizioni, dirette molto precisamente, nonostante i molti momenti declaratori contrari, da subito contro un intero comparto di Cultura e spettacolo dal vivo.

Non per caso, Di Matteo, esordisce dicendomi che forte è stata anche la tentazione di assecondare fino in fondo il dettato dei tempi e delle cose, che forse impone anche di fermare la macchina, la tempistica e ripensare tutto, ma poi, insieme alla volontà comunque di portare a compimento un percorso precisamente disegnato, ha prevalso anche la spinta a non contribuire ulteriormente alla depressione del settore a far comunque lavorare anche se in modo diverso artisti e maestranze. A dare insomma un segnale forte da uno spaccato di mondo del Lavoro, che ha le sue produzioni, i suoi momenti di resa pubblica, di vendita e promozione.

I modi, o meglio, le coordinate per fruire al meglio di questa tappa conclusiva di una manifestazione che ci ha proposto un meticciato linguistico ed espressivo fin qui, ben oltre i canoni della cultura europea in senso stretto, ma anche della rassegna di proposte internazionali in senso classico, possono essere tanti, scegliendo nel corso della settimana, percorsi che privilegino i protagonisti, i temi, gli ambiti di discorso o la semplice cronologia.

Potremmo cominciare, per delimitare il campo, dal titolo We, the people che tra una reminiscenza rock e l’altra, compresa qualche eco enfatico-veltroniana, atterra poi, nella prassi per focalizzarsi su questo famoso noi, diventato cosi citato e insieme cosi inafferrabile e indicibile. Un noi in realtà, qui con una valenza molto potente che spiega poi tutta la rassegna, potenza tutta derivata dai testi preziosi di Judith Butler. Testi che ci parlano di questa forma contemporanea e futuribile di popolo che è la People, intesa come moltitudine, ma di persone, di singolarità, che però, attraverso un costante lavoro di mediazione, più che di compromesso, di concertazione, meglio diremmo, diventano una sola voce, di contro alla famosa sola voce che grida nel deserto.

Il deserto diventa uno spazio occupabile, contendibile ,gestibile, riformabile grazie non tanto appunto al grido, quanto al coro delle voci. E infatti il tema dell’ascolto e dell’ascolto collettivo che poi diventa espressione in feedback e dunque coro è uno dei principali perni delle giornate.

Per almeno due motivi, naturalmente: da un lato nel bla bla generalizzato, in cui nessuno ascolta nessuno, abbiamo bisogno di porci soprattutto in ascolto degli altri diversi da noi; eppoi naturalmente la pandemia, ci ha costretto ad uno sforzo percettivo ulteriore.

Ci abbiamo infatti pensato tanto e abbiamo concluso, mi dice Di Matteo, che nonostante lo streaming sia un’ottima pratica non solo di emergenza, ma può essere tante cose in termini di economicità ecologica, orizzontabilità, praticabilità, e ci siano all’interno del festival situazioni pensate in questo senso a prescindere dal virus e dalle contingenze, la cifra più vera del nostro discorso risieda nell’incontro- scontro e posizionamento dei corpi diversi per sesso, genere, generazione, etnia, religione, cultura e convinzione, anche classe sociale, dentro le coordinate urbane. Non perché siano le migliori, anzi, proprio la pandemia ha messo in luce tutti i limiti di un modello che anziché offrire libertà e opportunità, in questo momento diviene pericoloso, concentrazionario e fortemente discriminante, ma che, tuttavia, è il più popolato, frequentato, attraversato da tutte le contraddizioni. Quindi da un lato c’è il tema di quelli che prendono continuamente parola e vengono passivamente ascoltati, dall’altro, il diritto degli esclusi a rifiutare il discorso dominante a proclamare il proprio diritto ad essere ascoltati, ma soprattutto il fatto che nel momento massimo dell’isolamento e dell’esclusione, l ‘onda sonora tangibilmente vibra nello spazio ed è la quintessenza della comunicazione. In fondo, noi, muniti di cuffie e microfoni, comunque possiamo, piuttosto che stare incollati ad un pc, anche muoverci nello spazio, compiere le nostre azioni e nel contempo rimanere linkati a molte altre realtà e incrociare altrui traiettorie. Quindi questi temi di ascolto, voce, coro, sono presenti in diversi progetti, come per esempio , nella data di venerdì 4 dicembre, l’artista e teorico, ma anche perché no attivista per una giustizia acustica paritaria, lo statunitense Brandon LaBelle, anima il seminario Sound, Acoustic, and the Politics of Listening , in dialogo con Christine Eyene e Hypatia Vourloumis. Si esamineranno le prospettive di un approccio al suono in una ottica di decolonizzazione in senso ampio, quindi non solo etno geografico, ma anche queer e femminista. Sabato poi, Mambo, ospita una postazione di Neu Radio che dedica una giornata seminariale a Rokia Bamba, voce della diaspora africana di stanza a Bruxelles. Parallelamente nella stessa giornata, i canali socials di Ert e della sezione italiana del festival ospiteranno la conversazione con ascolti di Rokia Bamba con il giornalista musicale Federico De Felice.

Ma naturalmente è già abbastanza evidente come in questa moltitudine spicchi l’elemento femminile ovunque, anche nell’intervento compositivo di Meike Clarelli nella azione collettiva Magnitudo che raccoglie contributi vocali dei cittadini durante il lockdown , assemblati insieme,o nella sezione di Afro Women Poetry, a grande valenza di parola detta e declamata.

Soprattutto l’elemento di genere caratterizza il main event del festival, quel laboratorio allargato che è voci da Lingua madre, che avrebbe dovuto essere presentato dal vivo in Arena del Sole venerd 4 e sabato 6, per la direzione della grande regista autrice argentina Lola Arias. Una grande raccolta enciclopedica di tipo antropologico che coinvolge 9 abitanti di Bologna ed attrici professioniste, tra cui Donatella Allegro, attivista del Collettivo Amleta, di cui recentemente vi abbiamo parlato, in dialogo indiretto con il sapere di ricercatori e giuristi bolognesi cui è stato chiesto di riflettere sull’archetipo, il discorso e la condizione materni, che può oggi prescindere del tutto dalla maternità in senso biologico ed eteronormato e può anche esprimersi come istanza sia creativa, che di cura, assolutamente childfree.

Questo lavoro sarà comunque pronto per il 3 dicembre, scadenza dell’attuale DPCM, ma è evidente che non potrà andare in scena e lo riprogrammeremo, come già siamo stati costretti a fare e disfare su tutto il resto, un sacco di iniziative ripensate in questo lasso di tempo , perché questo , in particolare, non potrebbe avere senso fruito in schermo da remoto, proprio per la ricchezza di differenze iscritte nei corpi che porta con sé come valore aggiunto. Questo discorso ci permette anche di specificare meglio il senso e il valore del genio femminile all’interno di questa programmazione. Non si tratta deliberatamente di fare una operazione di Donne per le Donne, quanto di andare a cogliere dove risieda il lignaggio della ricerca oggi e di offrire uno spazio nel discorso pubblico alle voci, appunto, più autorevoli in questo momento. Nessuno, eccepirebbe più di tanto, se fossero maschili, allo stesso modo deve accadere se la proposta maggioritaria è femminile.

Non manca naturalmente un progetto che si pone come crossover di tutte le tendenze fin qui elencate. Bolognese ed europeo, meticcio nelle rappresentazioni e nei linguaggi, fortemente marcato al femminile, con una cifra però acustica, musicale e compositiva ultra contemporanea, attento alle culture di confine espresse nelle periferie e alle età anagrafiche di passaggio, quale il “lavorone” Saga del Collettivo ormai lanciato internazionalmente, Zimmerfrei, partito tanti anni orsono nel pieno dell’epopea dei centri sociali autogestiti che hanno fatto la storia creativa in città ed approdato ad una felice condizione diremmo apolide ma ben radicata qui. Saga, ovvero una indagine in diverse ore di girato, sulle adolescenze contemporanee nell’ambiente periferico. Sicuramente imperdibile anche in collegamento da casa. Ci stiamo sicuramente dimenticando qualcosa e più di qualcosa di una edizione che ricorderemo per la peculiarità ma che ci piacerà tantissimo comunque e che non può non completarsi a mo di bilancio non finale, ma propedeutico a qualcos’altro, con la presentazione di un volume, il volume Right to the cities per i tipi della Franco Angeli e curato dal pool di studiosi economisti e antropologi che proficuamente affianca il lavoro di Damslab, degli artisti e dei curatori teatrali più specifici. Stiamo parlando del team formato da Roberta Paltrinieri, Paola Parmiggiani, Pierluigi Musarò e Melissa Moralli, in questo caso in dialogo anche con tutti gli altri centri di ricerca dei partners di progetto europeo. Abbiamo fin qui indicato per semplificare, dentro un festival che è qualcosa di diverso da un festival e che la condizione attuale rende casomai ancora più icastico ed efficace, due piste parallele da seguire quali l’elemento di genere e l’elemento del suono, della voce e della ricezione e percezione acustica, già ben presenti nei laboratori multiculturali svolti al centro Zonarelli nella tarda primavera con donne di varia provenienza e di varia storia riguardo la categoria materna. Sarebbe tuttavia una vera pecca dimenticare anche l’aspetto iconografico molto particolare di questa manifestazione, affidato per una parte a Cheap che impagina foto del noto fotografo attivista Michele Lapini, già al centro di una raccolta a livello nazionale di immagini dal lockdown scorso, stavolta in campo con immagini che ci ricordano che abbiamo avuta e riavremo una agorà pubblica e la possibilità di riunirci, andare in assemblea, ritrovarci in corteo come comunità pensante e critica, dall’altra alla gallery di foto della nota fotografa sudafricana Alice Mann, qui emblematica con la sua raccolta di majorettes, schierate coreograficamente nel sole e nel vento, sincroniche con il garrire delle bandiere al vento stesso:una raffigurazione solo apparentemente statica e silente e in realtà piena di vibrazioni come questo immaginario in continua evoluzione.

Non mancherà, in collegamento con la pagina facebook di Ert, un evento conclusivo che porta il sigillo della collaborazione con Mediterranea Saving Humans, ovvero la performance sicuramente di grande impatto emotivo dell’artista bielorusso Arkadi Zaides , titolata Necropolis, nella giornata, il sette dicembre, dedicata alla vittime migranti. Necropolis si propone come grande archivio aperto di corpi e vite spezzate che non per questo devono essere rimosse, dimenticate, spersonalizzate, fuori dal vittimismo e nel contempo dall’oblio più colpevole e distratto. Un incandescente libro bianco delle esistenze interrotte e dei corpi irriconoscibili o mai identificati del nostro cosi poco amichevole Mediterraneo. Ma anche questa, come la Pandemia, se abbiamo il coraggio di guardarla negli occhi come una nostra diretta aberrazione e non un’emergenza o un incidente di percorso, può nonostante il dolore, diventare una fase di transizione verso un altro mondo possibile, di cui cerchiamo di scrivere un atlante, ben oltre la conclusione peraltro assai emblematica di questo sofferto step.

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