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Per un’inchiesta autogestita sul servizio sanitario bolognese nella seconda fase pandemica

In collaborazione con alcune/i professioniste/i della sanità e con l’Assemblea per la salute del territorio proponiamo un primo approfondimento sulle problematiche che sta attraversando la medicina territoriale. A partire da questi spunti iniziali, invitiamo tutte/i le/i cittadine/i e le/gli operatrici/ori sanitarie/i che hanno riflessioni o racconti sulla situazione attuale ad inviarceli per contribuire all’analisi comune.

Si parla tanto di Covid, se ne parla da mesi e, ogni volta che la situazione si aggrava, se ne viene quasi ossessionati.

In questi giorni al giornale, da diverse situazioni, ci sono arrivati racconti e riflessioni da parte di operatori sanitari, singoli cittadini, comitati e organizzazioni sindacali di base del settore. Molti di quelli che stanno affrontando l’emergenza sanitaria in corso hanno più volte denunciato che “non sta andando tutto bene”. Il personale sanitario è stanco, oberato di lavoro, costretto a turni estenuanti per coprire le malattie di colleghi. Inoltre, sta emergendo una debolezza diffusa dovuta alla carenza di personale e di tempismo organizzativo e allo scarso coordinamento tra le parti del sistema.

Tutto il sistema politico, e il sistema della dirigenza di Ausl e Asp che ad esso è legato a doppio filo, sta facendo quadrato nella difesa del “modello Emilia-Romagna” e questo spinge gli operatori sanitari ad evitare di esporsi anche quando la loro esperienza può portare a migliorare scelte apicali che non vanno nella direzione della tutela della salute comune.

In primo luogo è evidente che il sistema di tracciamento a Bologna è completamente saltato da quando, fine ottobre, il numero dei positivi giornalieri è esploso.

Cosa significa questo? Che non è più possibile una politica di prevenzione attiva della diffusione del contagio, basata sull’individuazione dei contatti, i test diagnostici, le disposizioni di isolamento. L’Ausl di Bologna è ormai indietro di migliaia di casi nel tracciamento quindi la prevenzione attiva è diventata incompatibile con la velocità di diffusione del virus.

La responsabilità di questo servizio è in capo al Dipartimento di Sanità Pubblica, le cui funzioni in questa fase sono: la programmazione dei tamponi, la sorveglianza delle condizioni di salute delle persone in isolamento domestico, l’inchiesta attraverso il tracciamento dei contatti e la sorveglianza attiva sulle scuole. Il ritardo accumulato nell’inchiesta epidemiologica è causato da due fattori: la scarsità di risorse umane e organizzative e l’accentramento organizzativo di funzioni che potrebbero essere più efficacemente svolte costituendo una rete decentralizzata su base distrettuale che devolva alcuni compiti e poteri alla rete della medicina territoriale, a partire dai medici di Medicina Generale e dai pediatri del territorio.

Si tratta di una questione di scelte politiche e organizzative: la nostra Regione, a differenza di altre limitrofe, sta pervicacemente continuando a riproporre un modello centrato su un tracciamento che non esiste più, soprattutto dove il Dipartimento di Sanità Pubblica gestisce tutti i processi centralmente.

Molti cittadini si chiedono fino a che punto sarà possibile continuare a far finta che si stia contenendo il virus?

E’ ormai chiaro che il contagio non si contiene con i (pur preziosissimi) posti letto di terapia intensiva, né con quelli di degenza ordinaria, la pandemia si può arginare solo sul territorio, partendo però dai reali bisogni dei cittadini, che devono poter essere messi nelle condizioni di partecipare mi maniera solidale al contenimento della stessa.

L’interfaccia di prossimità tra i cittadini e la Ausl sono i medici di base ed è loro che troviamo, sempre più spesso, inermi e senza strumenti né autorità per aiutare la popolazione a svolgere un’efficace politica di contenimento del virus, nonostante molti di loro li invochino da tempo.

In primo luogo, i medici di base non hanno l’autorità per disporre la quarantena per i contatti stretti di positivi. Per questo motivo è necessario attendere una disposizione di quarantena disposto dall’Ufficio di Igiene (che potrebbe non giungere mai) per poter certificare l’astensione dal lavoro all’Inps nel caso di assistiti asintomatici. In questo contesto, chi non si può permettere di stare a casa perché precario o perché senza garanzie sul lavoro, senza una certificazione, continua ad andare a lavorare rischiando di diffondere il virus, oppure subisce conseguenze molto limitanti sulla sua vita.

L’altro problema riguarda le persone che, a seguito della positività al tampone e trascorsi i giorni previsti di isolamento fiduciario, potrebbero tornare alla vita normale ma sono recluse in casa in attesa – talora anche per delle settimane – della programmazione di un tampone di guarigione e della disposizione di fine isolamento, attualmente di competenza dell’Ufficio di Igiene.

Questa situazione è la cartina di tornasole che dimostra come il tempo guadagnato attraverso il lockdown non sia stato usato per organizzare la risposta dei servizi a questa seconda ondata.

Se le misure più restrittive di questi giorni funzioneranno e i casi torneranno a un livello in cui il tracciamento sarà efficace veramente, dobbiamo ricordare questi errori e queste responsabilità e costruire, nel modo più aperto e partecipato possibile, un sistema realmente di prossimità che tenga conto dei bisogni delle persone.

Per questo c’è la necessità di narrazioni dal basso, di esperienze e testimonianze che riportino l’attenzione sui vissuti e i bisogni delle persone che, da pazienti o operatori, stanno vivendo sul proprio corpo questa sindemia.

Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, come giornale, abbiamo deciso di avviare una ricerca e di raccogliere diverse testimonianze, mantenendo, se le persone lo richiederanno, l’anonimato di questi racconti.

Il nostro obiettivo è costruire una analisi critica del funzionamento dei servizi sanitari e sociosanitari durante la seconda ondata pandemica. A questo proposito invitiamo tutti i cittadini e gli operatori sanitari che hanno riflessioni o racconti su quanto descritto ad inviarceli per contribuire all’analisi comune.

Lo potranno fare inviando un’email a Zic.it oppure all’Assemblea per la salute del territorio:

redazione@zic.it – assemblealasalutedelterritorio@gmail.com

Questo articolo è stato pubblicato su Zic il 19 novembre 2020

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