Il puzzle cinese e gli spunti di Angela

di Federico Picerni /
22 Ottobre 2020 /

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Contributo al primo ciclo d’incontri «Pianeta Cina» – Bologna, 10 Ottobre 2020

Data la presenza sempre più intensa e pervasiva della Cina nelle nostre vite, è importante che iniziative di confronto, aperte a un pubblico più vasto e non specialistico, come quella promossa dalla Fondazione Claudio Sabattini e dall’Associazione Ilmanifestoinrete a Bologna sabato 11 ottobre (peraltro con ottima organizzazione nonostante i tempi avversi). La sinologia si sta muovendo, e vale qui la pena di richiamare il recente appello di Marco Fumian a favore di “un sapere sulla Cina più obiettivo e nello stesso tempo, proprio in virtù della sua maggiore obiettività, più coscientemente critico” (“Sinologi nella Nuova Era”, Sinosfere, 1 ottobre 2020). Tuttavia è fondamentale che la discussione non resti confinata all’accademia ma coinvolga il resto della società, a partire dal giornalismo.

La sessione pomeridiana della giornata bolognese aveva per tema “La Cina del Manifesto e di Angela Pascucci”. Già il titolo ci offre uno spunto di analisi. La “Cina del Manifesto”, intendendo quella a cui il giornale di Parlato, Pintor e Rossanda guardava con critico interesse a cavallo degli anni ’60 e ’70 – insieme peraltro alla gran parte dei movimenti che animarono l’onda lunga del Sessantotto –, si poneva come un modello di società alternativo ed equidistante rispetto sia all’imperialismo statunitense sia alla forma degenerata e burocratizzata di socialismo prevalsa nell’Unione Sovietica. Il caposaldo della Cina di allora era un progetto di riduzione delle diseguaglianze, non solo quelle generali di classe, ma anche fra città e campagna, fra lavoro manuale e intellettuale (indubbiamente accompagnato anche da molte ombre e pesanti limiti che richiedono però analisi approfondite e non ideologiche).

La Cina esplorata e raccontata da Angela Pascucci è tutto un altro “pianeta”. Anzitutto, è pienamente inserita nel capitalismo globale, si giostra nelle sue dinamiche e competizioni egemoniche e addirittura si candida alla sua guida (vedi il famoso discorso di Xi Jinping a Davos, ben analizzato da Gabriele Battaglia in “La globalizzazione prudente di Pechino”, Internazionale, 30 gennaio 2017). In secondo luogo, questa sua avanzata è stata resa possibile proprio poggiandosi sulle diseguaglianze: mai il “miracolo economico” sarebbe stato possibile senza il feroce sfruttamento di una sterminata manodopera a basso costo e alta intensità composta da centinaia di milioni di lavoratori migranti, dalle campagne alle città.

Questo aveva portato Angela Pascucci a sostenere che, nel soggetto Cina:

“l’Occidente, con il suo modello di sviluppo, [è] riflesso in un enorme specchio, che ingrandisce e rivela anche quello che molti, troppi, ancora non vogliono vedere” (“La lunga corsa della Cina”)

Eppure oggi il dibattito sembra dominato da una nuova contrapposizione stile guerra fredda, in ritardo di trent’anni. Lo scoppio della pandemia non ha fatto che polarizzare ulteriormente le opinioni. Da una parte abbiamo la vulgata massmediatica che demonizza la Cina dando una visione parziale e faziosa dei fatti. Dall’altra parte vi è chi tende verso posizioni sempre più apertamente filocinesi, nella convinzione che il sistema sociopolitico cinese possa costituire una valida alternativa a quello cosiddetto “occidentale”. Resta quindi una sola scelta: o USA o Cina; o democrazia senza diritti sociali (USA), o sacrificio delle libertà per la giustizia sociale (Cina).

A parte il notevole sforzo di immaginazione richiesto per vedere nel “modello americano” il trionfo delle libertà, così come il regno della giustizia sociale nel “modello cinese”, il rischio di questa contrapposizione è di delineare un binomio “noi”/“loro” che finisce paradossalmente per dare credito alla narrazione secondo la Cina sarebbe un unico blocco monolitico unito a ranghi serrati dietro il suo partito-stato (a prescindere che questo venga considerato un bene o un male).

Il lavoro di Angela Pascucci resta prezioso perché contribuisce concretamente, fra le altre cose, a scardinare queste interpretazioni semplicistiche e dicotomiche. Vorrei quindi condividere alcuni spunti di riflessione che ritengo utili non soltanto per chi si occupa di Cina, ma in generale per chi se ne interessa.

Punto di partenza e punta di diamante del lavoro di Angela è costituito dalle microstorie, raccolte durante le sue numerose inchieste e ora condensate nei due volumi Talkin’ China (Manifestolibri, 2008) e Potere e società in Cina (Edizioni dell’asino, 2013), nonché in una mole di articoli che il sito angelapascucci.eu ha cominciato a raccogliere e archiviare. Questo suo intenso lavoro di inchiesta, andato a coinvolgere persone di fasce anche diversissime – contadini, operai, avvocati, intellettuali, animatori di progetti comunitari e sperimentali –, restituisce una polifonia estremamente ricca e variegata di realtà e soggettività. L’immagine che emerge è quella semmai di un puzzle, composto da tanti tasselli diversi seppur legati l’uno all’altro. Questo, certo, è valido praticamente per ogni contesto, ma nel caso cinese è particolarmente urgente per via delle tante semplificazioni che ci impediscono di avere un quadro più autentico di quella realtà.

L’ascolto di queste microstorie si presenta senza pregiudizi, “umile e attento” (nelle parole usate da Claudia Pozzana e Alessandro Russo), che dà ai propri interlocutori la dignità delle loro opinioni, senza ridurli a vittime passive del potere e di vari “lavaggi del cervello”. Così facendo evita la trappola di credere che fra il regime politico si imponga nella società civile solo con metodi dittatoriali e non anche (soprattutto) costruendovi la propria egemonia; trappola, questa, in cui cadono spesso i critici da destra del sistema cinese. Al contrario, potere e società (per usare i termini dell’ultimo libro di Angela) non sono dimensioni opposte e impermeabili, ma anzi tendono a compenetrarsi l’un l’altra, dando vita a una realtà molto più complessa. Lo abbiamo visto anche molto di recente con gli innumerevoli racconti di esperienze individuali durante l’epidemia da COVID-19, proliferati sul web cinese grazie a blog, laboratori di scrittura e altri progetti, di cui il famoso diario di Fang Fang (Wuhan: Diari da una città chiusa, Rizzoli, 2020) è solo la punta dell’iceberg: storie pregne di problemi quotidiani, come essere donna e ritrovarsi improvvisamente costretti a convivere con la mentalità arretrata del proprio villaggio natio a causa del lockdown (vedi “Lettera dalla campagna cinese alle sorelle lavoratrici domestiche”), di operai che si arrabattano con ogni mezzo per tornare in città al proprio posto di lavoro, di infermiere dipinte come indomite guerriere e che in realtà desiderano solo poter sopravvivere per riabbracciare i propri figli (se mi si perdona l’atto di hubris, rimanderei al mio articolo “(Auto)narrazioni in Cina ai tempi del coronavirus”, Sinosfere, 28 marzo 2020).

L’importanza del metodo di Angela sta inoltre nel portare a sintesi questa polifonia: non si tratta di raccontare le microstorie per il semplice gusto di raccontarle, ma piuttosto per metterle in relazione alla macrostoria e valutare come i cinismi della geopolitica e i nudi dati delle statistiche si trasformino concretamente in possibilità o esclusioni, e per chi.

Tutto questo comunque non esaurisce lo sforzo di Angela per orientarsi – e orientarci – nel “labirinto cinese”. Ci ha infatti lasciato contributi significativi anche per quanto riguarda l’analisi della politica, preoccupandosi sempre di grattare la superficie per andare ad analizzare le politiche interne ed estere della Cina a partire dai rapporti di forza di cui tali politiche erano espressione. Ne sono espressione, per esempio, gli articoli preliminari sul gruppo di Xi Jinping appena giunto al potere (fu tra le prime e le poche a identificarlo come una virata a destra della politica cinese anziché come fantomatico “ritorno del maoismo”) e, soprattutto, la lunga – e forse insuperata – analisi della politica energetica della Cina, in realtà un esame a tutto tondo degli indirizzi politici di Pechino e dei limiti strutturali dello “sviluppismo” con caratteristiche cinesi e non (vedi “1. La politica energetica interna” e “2. Sicurezza energetica e politica estera”).

Insomma: la Cina viene sovente presentata in qualità di attore sullo scacchiere internazionale, ma c’è vita oltre – o nonostante – la geopolitica. Non trovo conclusione migliore che riproporre quanto Angela Pascucci scriveva in chiusura di Potere e società, poiché sono parole ancora fresche e attuali, ben più di certi approcci unilaterali:

“Il dibattito è aperto sui connotati assunti oggi dalla Cina, la cui mutazione senza precedenti, per entità e velocità, continua ad affastellare contraddizioni paradossali: partito unico, sedicente comunista, e capitalismo selvaggio; onnipresenza dello stato e individualismo sregolato; sorveglianza capillare e censoria e una comunità ribollente di 570 milioni di internauti; crescita della ricchezza e ineguaglianze abissali di reddito, conflitti sociali, economici e ambientali fortissimi e tenuta del sistema stato-partito; disillusione, scontento, quando non disprezzo, verso i governanti e la corruzione che li pervade e identificazione forte con la potenza della nazione. La seconda economia mondiale, ormai prossima a diventare prima, è un ircocervo, un ibrido che sfida tutte le categorie di interpretazione e continua a smentire ogni previsione, prima fra tutte quella che il libero mercato avrebbe portato inevitabilmente alla democrazia in senso occidentale. E ci sarebbe da riflettere su quella previsione, ora che la democrazia occidentale annaspa sotto i colpi dell’economicismo fuori controllo e del profitto über alles, che svuotano il senso della politica. In questo la Repubblica popolare non è una terra straniera e ancor più oggi appare come uno specchio che ingrandisce a dismisura un modello, anche nostro, portandolo ai suoi limiti estremi. Quindi la Cina ci riguarda profondamente, ma, non riuscendo a osservare lucidamente noi stessi, non riusciamo a decifrare neppure quello che in definitiva è il frutto più compiuto dell’attuale modernità [corsivo mio, F.P.]” (Potere e società in Cina, pp. 130-131).

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