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C’era una volta la Primavera pugliese

La destra di Fitto è stata sconfitta ed è in crisi, ma 15 anni dopo l’entusiasmante elezione a sorpresa di Nichi Vendola, la sinistra che proviene da quell’esperienza non ha più eletti in consiglio regionale. Cosa è successo in questi anni?

La «Primavera pugliese» è forse finita nell’ultimo giorno d’estate del 2020. La rielezione di Michele Emiliano a Presidente della Regione chiude un cerchio che si era aperto sedici anni prima con l’elezione dello stesso Emiliano a sindaco di Bari. Le forze a sinistra del Pd, anche quelle che si rifanno direttamente all’esperienza di governo di Nichi Vendola e di Sinistra ecologia e libertà, sono infatti fuori dal Consiglio regionale (in attesa dell’esito dei ricorsi), e la nuova assise è molto più spostata al centro (se non a destra). Nella concezione stessa dell’agire politico e della gestione del potere, del resto, sembrano passati ben più di sedici anni da quando la vittoria al Comune di Bari aprì prospettive sino ad allora impensabili in una regione saldamente governata dalle destre da dieci anni e sede del laboratorio politico di Pinuccio Tatarella.

Magistrato amato e stimato per il suo impegno contro la criminalità organizzata, l’attuale Presidente era all’epoca l’espressione di una società civile schierata dagli stati maggiori dei Democratici di sinistra e delle forze del Centrosinistra per strappare al Centrodestra il Comune capoluogo dopo gli anni di Simeone Di Cagno Abbrescia, imprenditore e oggi – ironia della sorte – Presidente dell’Acquedotto Pugliese scelto dal suo avversario principale in quella contesa politica.

Vinse e convinse, aprendo la strada all’ancora più clamorosa vittoria di Nichi Vendola nelle primarie del Centrosinistra prima e nelle elezioni regionali del 2005. La «Puglia migliore», evocata dall’allora parlamentare di Rifondazione comunista, conquistava il «Palazzo d’Inverno» di via Nazario Sauro (che in realtà altro non è che il prolungamento del lungomare intitolato ad Araldo di Crollalanza, ministro dei lavori pubblici durante il ventennio fascista) e la «Primavera pugliese» (stagione politica che segnava la sconfitta delle destre nei principali comuni, nelle province e alla Regione) sembrava ardere di passioni ed entusiasmi, alimentando le ambizioni nazionali degli stessi Vendola ed Emiliano. Il Sindaco magistrato e il Presidente di Regione poeta, uniti nella battaglia per l’abbattimento dello scempio urbanistico di Punta Perotti, della bonifica della ex Fibronit (bomba a orologeria di amianto nel centro urbano di Bari) e in una gestione del potere pubblico che diventò nei primi anni uno dei pezzi centrali della «narrazione» su un Sud diverso e per niente intimorito dalle sfide del mercato globale. Il sodalizio tra i due si sarebbe progressivamente affievolito, fino allo scontro alla vigilia delle regionali del 2010, con Emiliano convinto da Massimo D’Alema a rivendicare la candidatura alla presidenza della Regione; Vendola riuscì tuttavia a resistere e a mostrare, anche attraverso l’esperienza delle «Fabbriche di Nichi», il grado di «connessione sentimentale» raggiunto con il popolo pugliese sulla base di un’esperienza di governo avanzata e apprezzata (con l’urbanistica, la cultura, il turismo,  le politiche giovanili, della formazione e della ricerca a fare da «fiore all’occhiello» di una giunta composta in gran parte dall’eredità migliore di quello che era stato il Partito comunista italiano nella terra di Giuseppe Di Vittorio, nonostante i decenni di opposizione nell’ente regionale). Seguirono anni di governo al comune di Bari e alla Regione in cui lo smalto e la forza propulsiva della «Primavera pugliese» sembravano affievolirsi, con il conflitto con il Governo Berlusconi sulla sanità che imponeva tagli nella rete ospedaliera e il contenimento della spesa pubblica, e il nodo mai risolto dell’Ilva di Taranto sullo sfondo. Anni che videro Vendola proiettato in una dimensione nazionale nel tentativo (fallito) di lanciare un’Opa sul Centrosinistra e di raggiungere Palazzo Chigi, Michele Emiliano a portare avanti il secondo mandato con il naturale sbocco della candidatura alle regionali del 2015. 

Sullo sfondo delle due figure ingombranti e di una deriva leaderistica e personalistica della contesa politica, la crisi dei partiti e dei corpi intermedi e, la scelta sempre più praticata di «allargare al centro» (se non alla destra) il campo della propria azione politica e amministrativa. Per Vendola la vicenda tarantina e l’inchiesta «Ambiente svenduto» furono tra le cause di un lungo congedo dai palcoscenici della politica regionale e nazionale; per Emiliano l’esperienza di governo in Regione un periodo di conflittualità con i vertici del Partito democratico (di cui lo stesso era stato segretario e presidente regionale) e soprattutto con Matteo Renzi, che mal digerì le posizioni del «governatore» su Ilva, trivelle e referendum costituzionale e la sua scelta di candidarsi alla segreteria nazionale del partito. La modalità spesso spregiudicata di governare l’ente regionale (con allargamenti di campo talvolta imbarazzanti e di difficile comprensione per l’elettorato di Centrosinistra, come quelli in favore del già citato Simeone Di Cagno Abbrescia, dell’ex sottosegretario di Nuovo Centrodestra Massimo Cassano e del sindaco di Nardò Pippi Mellone, proveniente dall’estrema destra) ha portato a Michele Emiliano diverse critiche da parte dell’intellighenzia di sinistra pugliese e delle parti sociali ma ha scontentato anche settori della società civile che male hanno digerito le scelte in materia di sanità, agricoltura ed emergenza Xylella. 

La sinistra fuori dal Consiglio regionale

Sin qui la cronaca degli ultimi quindici anni. E la sinistra? Gli eredi della stagione vendoliana si presentarono nel 2015 nella lista «Noi a sinistra per la Puglia», eleggendo quattro consiglieri regionali. Ma ben presto la componente riconducibile a Sinistra italiana entrò in rotta con Emiliano uscendo dalla maggioranza. Dopo aver perso il proprio referente in Consiglio Regionale Cosimo Borraccino (divenuto Assessore allo Sviluppo produttivo), anche Sinistra italiana alla fine ha deciso di rientrare nel campo del Centrosinistra, promuovendo per le regionali del 2020 il progetto di «Puglia solidale e verde», cartello elettorale composto anche da «La forza della Puglia» (organo politico della fondazione dedicata al compianto assessore alle Politiche giovanili della prima giunta Vendola, Guglielmo Minervini), i Verdi e i Socialisti. Un progetto dato quasi spacciato dai pronostici e che tuttavia ha finito per sfiorare la soglia del 4% necessaria per eleggere, fermandosi al 3,8%. Meglio è andata, apparentemente, alla lista Senso civico, composta da Articolo 1- Mdp (in cui intanto ha aderito il già citato Borraccino) e dal gruppo dell’ex assessore regionale Alfonso Pisicchio: un 4,11% che però, in maniera beffarda, tiene per ora fuori dal consiglio regionale anche questa formazione apparentemente civica. La legge elettorale pugliese infatti, non solo presenta uno sbarramento tra i più elevati delle elezioni regionali, ma ha dato vita a un’interpretazione molto contestata della ripartizione dei seggi, che secondo il Ministero dell’Interno vanno attribuiti alle liste che superano il 4% non del totale dei voti di lista, ma del totale dei voti validi, ivi compresi quelli espressi solo per il candidato presidente.

Ironia della sorte: la legge fu votata dalla maggioranza di Centrosinistra prima delle elezioni del 2010 che confermarono Vendola. E, ancora più ironico, sembra essere il fatto che secondo alcuni opinionisti la mobilitazione dell’ex Presidente (attraverso un video circolato sui social network e alcuni comizi nel barese, in cui invitava al voto utile contro le destre) negli ultimi giorni del voto avrebbe permesso a Michele Emiliano una vittoria così larga nonostante i mal di pancia di una parte dell’elettorato di riferimento del Centrosinistra. Fosse vero l’effetto Vendola, ci sarebbe da chiedersi se nell’alzare l’asticella dello sbarramento non abbia concorso il voto di tanti pugliesi recatisi alle urne per turarsi il naso e votare solo il candidato alla Presidenza, pur di evitare il ritorno di Raffaele Fitto.

Rimasti al palo nonostante alcune buone performance in termini di preferenza nei territori, i partiti eredi diretti della stagione della «Puglia migliore» cercano ora una rappresentanza esterna in giunta. La saldatura di culture politiche e istanze eterogenee è forse apparsa più un mero cartello elettorale che un progetto in grado, ad esempio, di coagulare il mondo dell’ambientalismo con gli eredi delle tradizioni comuniste e socialiste. Ma se già è forte la tentazione delle varie anime di tornare a casa propria, rimane oggettivamente sul tavolo la questione di come porre un freno allo strapotere di Emiliano e controbilanciare un gruppo consiliare del Pd sovradimensionato dai meccanismi luciferini della legge elettorale e in cui non sembra esserci quasi più traccia degli eredi diretti della tradizione del Partito comunista italiano, tra cattolici democratici, homines novi e rampolli del Presidente e del sindaco di Bari (che qualcuno vorrebbe già designato come suo successore) Antonio Decaro. Al personalismo di Emiliano si aggiunge quello dei consiglieri: ed è così che la Primavera pugliese ha ben presto ceduto il passo a una stagione nuova e piena di incognite, in cui i leader emergono e le strutture organizzate arrancano. Un fenomeno che viene da lontano e che riguarda la politica nazionale nel suo complesso.

Il partito del governatore 

È il principio degli Novanta del secolo scorso quando dapprima la legge regionale siciliana n.7 del 26 agosto del 1992 e in seguito la legge n.81 del 25 marzo del 1993 ridisegnano l’intero assetto del governo dei comuni, prevedendo l’elezione diretta del sindaco attraverso l’adozione di un sistema elettorale in senso maggioritario. E ciò comporta che in caso di dimissioni, sfiducia o morte del sindaco eletto, non solo viene meno la maggioranza che lo sostiene, ma si procede allo scioglimento del consiglio comunale e all’indizione di nuove elezioni. Ed è in quel preciso momento storico, nel bel mezzo della tempesta politica e giudiziaria scatenata da Tangentopoli, che si comincia a far strada, in Italia, il fenomeno della personalizzazione della politica. 

È così che ha inizio la «stagione dei sindaci» e acquistano visibilità sul piano nazionale e sempre più consenso personale i primi cittadini appena eletti delle maggiori città italiane. Molti di questi amministratori erano accomunati anche dal fatto di aver costruito attraverso la propria figura una sorta di partito personale (vedi la Rete di Leoluca Orlando e la Lega d’azione meridionale fondata a Taranto da Giancarlo Cito). Tramontata, poi, quella stagione politica, come ha riconosciuto uno di quei protagonisti, il fenomeno della personalizzazione si è incarnato nella figura di Silvio Berlusconi. 

Sempre in quegli anni, a partire dal 1995, si introducono elementi del sistema maggioritario e presidenziale all’interno dell’impianto elettorale delle regioni italiane, in primo luogo, attraverso l’elezione diretta e congiunta del presidente della regione e del consiglio regionale. Nasce, così, la figura del «governatore», e anche qui, nel corso degli anni, i presidenti delle regioni italiane acquisiscono un consenso, un prestigio (e anche un potere) personale che si proietta, immediatamente, con forza, sul piano nazionale. È il caso di Roberto Formigoni e Bobo Maroni, in Lombardia; di Nicola Zingaretti, nel Lazio; di Vincenzo De Luca, in Campania; di Luca Zaia, nel Veneto; e, ovviamente, degli stessi Nichi Vendola e Michele Emiliano in Puglia. Proprio a partire dal Veneto, dalla Campania, dalla Liguria e dalla Puglia, è evidente dopo le elezioni del 20 e 21 settembre che, complice la visibilità ottenuta dai presidenti di regione nel governo della pandemia, l’inizio di una nuova stagione in cui a farla da padrone sono i governatori e le loro liste e partiti di tipo personale.

Tornando alla Puglia, Michele Emiliano è stato eletto presidente di regione per la seconda volta, con una percentuale pari al 48,5%, dopo essere stato per dieci anni anche sindaco di Bari. Emiliano ha vinto contro i pronostici della vigilia che a un certo punto davano il suo avversario, Raffaele Fitto, in rimonta. Il governatore ha vinto contro tutti. Contro i big nazionali del Movimento cinque stelle, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in testa, che in Puglia sono venuti più volte negli ultimi mesi per fornire sostegno alla candidata Alessandra Laricchia, che era invisa, tra l’altro, a una parte della classe dirigente pentastellata locale. Contro Matteo Renzi e la ministra Teresa Bellanova, che avevano provato a fargli lo «scherzetto», candidandogli contro il sottosegretario Ivan Scalfarotto. Contro la sinistra comunista, mentre quella vendoliana è stata recuperata, tutta, quasi alla fine della precedente legislatura, peraltro non eleggendo in consiglio, come già riferito, nessuno dei suoi componenti. 

Insomma, la vittoria di Michele Emiliano è stata «roba sua», in fondo ottenuta anche attraverso il profilo mostrato, negli anni, di populista istituzionale. Decisiva pure qui, in Puglia, è stata la gestione dell’emergenza da Coronavirus, che ha visto il governatore affiancato all’epidemiologo Pierluigi Lo Palco, nominato consulente a capo della Task Force della regione; poi candidato consigliere all’interno della lista civica «Con Emiliano» (15.000 voti ottenuti nel collegio di Bari, con la lista che è arrivata seconda nella coalizione di centrosinistra, dietro soltanto al Partito democratico) e ora prossimo assessore alla sanità regionale.  

Anche l’altra lista del presidente, «Popolari per Emiliano», si è confermata decisiva ai fini del risultato ottenuto, avendo eletto cinque consiglieri sui ventisette che spettano alla maggioranza. Anche in Puglia, dunque, si fa strada il «partito del governatore» che nel frattempo aveva imbarcato nelle fila della sua coalizione animalisti, neoborbonici, pure una candidata in quota a un fascista dichiarato come il sindaco di Nardò, Pippi Mellone, socialisti, verdi, e anche qualche big del Centrodestra pugliese, come l’ex sottosegretario Massimo Cassano, ex alfaniano e berlusconiano, ora fervido sostenitore del partito di Michele Emiliano.  

La «Puglia non si fitta»

Se dunque in Puglia lo schieramento di centrosinistra un leader politico l’ha consacrato, proiettandolo sul piano nazionale, oltre gli stessi partiti che lo compongono, a destra, invece, la scommessa di Giorgia Meloni di puntare tutte le «fiches» disponibili sul piatto sull’ex ministro berlusconiano, Raffaele Fitto, è miseramente fallita. Era stato in passato il già citato «ministro dell’armonia», Pinuccio Tatarella, poi anche la ex ministra e sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, a far uscire la destra pugliese dal minoritarismo in cui era stata ricacciata negli anni Settanta e Ottanta, e a proiettarla sul piano del governo nazionale. Poi proprio con Fitto al governo insieme a Forza Italia, aveva avuto un solido punto di riferimento. Ora che l’operazione camaleonti non è riuscita, la destra pugliese è orfana di potere, di simboli e anche di leader, di personalità forti. 

Nel suo feudo natale, la provincia di Lecce, Raffaele Fitto perde di 4 punti il confronto con Emiliano, riuscendo, però, a portare in consiglio regionale 4 consiglieri, tra cui alcuni suoi fedelissimi, come l’editore di Telerama, Paolo Pagliaro, in passato coinvolto insieme a Fitto (poi risultato estraneo) nell’inchiesta della procura di Bari sui presunti finanziamenti illeciti ricevuti dal partito personale di Fitto, «La Puglia prima di tutto». In Consiglio regionale, eletto in provincia di Lecce, con Forza Italia e per conto di Fitto, entra anche Paride Mazzotta, il cui padre, Giancarlo, sindaco del comune di Carmiano per dieci anni, è tuttora sotto processo a Lecce per una vicenda che riguarda la banca di Credito Cooperativo di Terra d’Otranto, di cui era considerato il dominus, insieme al fratello Dino, presidente del Cda della banca (zio del neo-consigliere Paride, che è estraneo alle inchieste). Il padre del neo-consigliere regionale, Paride Mazzotta, Giancarlo, però, sindaco del comune del Salento, non lo è più. Perché a inizio dell’anno il comune di Carmiano è stato commissariato con decreto di scioglimento del Presidente della Repubblica su proposta del prefetto di Lecce Maria Teresa Cucinotta, che nella relazione ha messo in evidenza «la stretta parentela esistente tra il sindaco e soggetti mafiosi, così come un diffuso quadro di illegalità in diversi settori del comune di Carmiano, rivelatosi funzionale al mantenimento di assetti predeterminati con soggetti organici o contigui alle organizzazioni criminali esistenti sul territorio». Tant’è. 

Raffaele Fitto elegge 4 consiglieri anche nella provincia di Foggia, dove però con oltre 4.800 preferenze non «scatta» Napoleone Cera, ex consigliere uscente nella maggioranza di Michele Emiliano, ora candidato tra le file di Forza Italia, e che la scorsa legislatura l’aveva finita male, perché a un certo punto era stato  indagato dalla Guardia di Finanza per tentata concussione e posto ai domiciliari insieme al padre Angelo. Vicende giudiziarie tutte da dimostrare, ma rilevanti politicamente. Viene eletto invece, nella lista del candidato presidente, Saverio Tammacco. Già nominato nella scorsa legislatura da Michele Emiliano ai vertici di Puglia Sviluppo, società in house della Regione che si occupa del finanziamento di piccole e medie imprese, Tammacco è stato nel recente passato consigliere provinciale a Bari e assessore a Molfetta con Forza Italia nella giunta dell’ex deputato azzurro Antonio Azzolini travolta dalle inchieste giudiziarie. Anche qui i motivi di opportunità politica suggerirono cinque anni fa all’ex assessore regionale della giunta Vendola, il già citato Guglielmo Minervini, molfettese pure lui, di chiedere a Michele Emiliano di rinunciare alla candidatura di Tammacco, quando quest’ultimo fu candidato con la lista «Popolari con Emiliano», totalizzando 9.000 preferenze. Perché «evocava gli anni più bui della città di Molfetta e le inchieste condotte da Pm antimafia dallo stesso candidato governatore». Da parte sua il governatore aveva replicato: «forse il vero problema di Minervini è che Tammacco è di Molfetta come lui».  

Senza il potere, però, la destra pugliese appare in crisi di leadership. Anche perché, intanto, dal giorno dopo il voto sono volati gli stracci tra Fratelli d’Italia e Lega, con quest’ultima che fin dall’inizio della competizione non aveva digerito la scelta del candidato presidente. Così, nella «Puglia che non si fitta», ora la destra è in cerca di un leader. 

Una sinistra più orfana di contenitori che di contenuti?

Per una strana coincidenza, il lunedì che ha incoronato Michele Emiliano nuovamente a capo della Regione è venuto a mancare una figura importante del giornalismo e della politica pugliese e italiana come Peppino Caldarola. Barese, figlio della stagione storica del Pci e poi partecipe (non senza posizioni originali) della mutazione dello stesso in Pds, Ds e infine Pd, Caldarola aveva manifestato negli ultimi anni uno smarrimento verso la politica odierna, e verso il progressivo venir meno di quei grandi contenitori collettivi incarnati dai partiti della cosiddetta Prima Repubblica. La sensazione di essere orfani e di sentirsi come un «volgo disperso che nome non ha» per il popolo della sinistra pugliese sembrava aleggiare pesantemente mentre andava in scena lo scrutinio nei seggi. Se nell’immaginario collettivo una regione un tempo considerata impermeabile a un governo progressista sembra ora un baluardo contro le destre, il seguito della «Primavera pugliese» e della narrazione vendoliana è uno scenario incerto, in cui la disillusione è tutt’altro che un fenomeno marginale (basti pensare all’affluenza, in aumento rispetto al 2015 ma inferiore di 14 punti percentuali rispetto a vent’anni fa) e in cui gli stessi movimenti sociali, dopo la stagione delle lotte su Tap, Cerano e Ilva, sembrano in una fase di stanca. Se la sfida del governo per la sinistra pugliese non si è tradotta semplicemente nella sostituzione di un sistema di potere con un altro e ha anzi dato alcuni frutti preziosi, di certo il trasformismo di settori moderati se non conservatori ha giocato un ruolo non secondario in questi 15 anni. Nel Tacco d’Italia occorre un contraltare al trasformismo, al leaderismo e alla gestione del potere per il potere. A ciò che rimane delle forze di sinistra, del progressismo civico e dell’ambientalismo, il compito di fare argine, facendo tesoro di errori e intuizioni.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia il 19 ottobre 2020

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