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Tregua di cartone a mezzogiorno, ora di Moscaeni, tra azeri e armeni

Nagorno-Karabakh. Cessate il fuoco firmato dopo 10 ore di colloqui e violato dopo 5 minuti. Per Erevan è una vittoria relativa. In ballo per ora c’è solo lo scambio di prigionieri e caduti

Dopo una maratona di 10 ore di trattative in Nagorno-Karabakh è entrata in vigore ieri a mezzogiorno una tregua umanitaria, firmata a Mosca dai ministri degli Esteri di Armenia, Azerbaigian e Russia, Zohrab Mnatsakanyan, Jeyhun Bayramov e Sergey Lavrov. Lo scopo principale del cessate il fuoco è lo scambio dei prigionieri e dei corpi dei caduti e non si parla ancora di riavvicinamento delle posizioni politiche.

COSÌ GIÀ ALLE 12,05 l’addetto stampa del ministero della Difesa armeno Shushan Stepanyan denunciava che «unità azere hanno lanciato un attacco nella zona di Karahambeyli». E pochi minuti dopo a Stepanakert, la capitale dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh, è suonata la sirena di un attacco aereo.
Da parte sua, il ministero della Difesa di Baku ha dichiarato che Terter e Aghdam, due cittadine azere, sarebbero sotto attacco sin dal primo pomeriggio del fuoco nemico.

IN REALTÀ SU TUTTA LA LINEA del fronte e in particolare nella provincia di Gradut si è continuato a sparare senza soluzione di continuità e per ora non si sa neppure se lo scambio dei prigionieri ci sia stato. L’accordo sottoscritto, del resto, è talmente fragile che non parla degli aspetti tecnici. «I parametri specifici del regime di cessate il fuoco saranno concordati successivamente» era scritto nell’accordo firmato all’alba a Mosca, che fuor di linguaggio diplomatico vuole dire mai.

Il vertice a Mosca tra i ministri degli Esteri di Russia, Armenia e Azerbaigian (foto Ap)

Che la tregua sarebbe stata di cartone lo sapevano tutti ma era indispensabile fosse anche solo proclamata formalmente. In tal senso ha spinto nella notte soprattutto la Russia che si sta prodigando in queste ore per tenere aperta la sola eventualità della trattativa e lo hanno capito l’Osce e la Germania che nel salutare il cessate il fuoco hanno ringraziato espressamente Putin.

E SE A WASHINGTON in questo momento hanno ben altro per la testa che il Caucaso, lo sforzo più importante in occidente lo sta facendo Macron, il quale intende lunedì investire del problema l’Eurogruppo.

È ovvio che i «negoziati sostanziali», se inizieranno, saranno estremamente difficili ed è improbabile che punti di contatto verranno trovati rapidamente. Ma il solo fatto che nell’accordo venga confermata l’«invariabilità del formato negoziale» (trattativa a Minsk sotto gli auspici di Usa, Francia e Russia) rappresenta una piccola vittoria ai punti per l’Armenia. Lo conferma esplicitamente Mnatsakanyan, il capo della politica estera armena, in un’intervista alla televisione nazionale, a bilancio dell’incontro moscovita.

A Erevan, del resto, fanno conto che, malgrado per ora la guerra prosegua, la tela tessuta da Mosca non si interrompa.

«Il testo è estremamente laconico, ma in questa fase contiene tutto ciò che è necessario» sostiene Konstantin Kosachev della commissione per gli affari esteri della Federazione. Considerazioni basate sul realismo politico più assoluto le sue «la cosa principale è accaduta, il circolo vizioso della violenza è stato interrotto anche solo per 5 minuti. Meglio così che niente» afferma Kosachev. Secondo il politico russo, ora la responsabilità principale ricadrà sulle parti belligeranti che dovranno, seppur non subito, concordare una tregua «vera» per poi sedersi al tavolo dei negoziati.

MA NON È TUTTO ORO quello che luccica. Il politologo turco Aydin Sezer proprio ieri ha sostenuto a Ria Novosti che Ankara non è interessata a una tregua senza il ritiro completo degli armeni dalla regione. «La Turchia vuole la completa liberazione delle terre azere occupate e non ci sono presupposti perché la tregua regga. È stata annunciata solo per scopi umanitari» ha detto Sezer.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 10 ottobre 2020

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