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L’immigrazione meridionale vista dalle fabbriche modenesi

È appena uscito il libro Campania in movimento, l’annuale Rapporto sulle migrazioni interne in Italia, curato da Michele Colucci e Stefano Gallo. L’edizione 2020 si concentra interamente sulla Campania. L’emigrazione da questa regione rappresenta infatti una delle costanti più significative della mobilità in Italia. Gli autori del rapporto si soffermano su figure e flussi differenti, provando a rispondere alle domande più urgenti. Verso quali regioni si emigra dalla Campania? In quali settori del mercato del lavoro? Quando e come si ritorna a casa? Quali sono i profili sociali e culturali di questa migrazione? In che modo è coinvolta l’immigrazione straniera?

A seguire anticipiamo un brano del capitolo intitolato “Una terra di immigrati. I napoletani, il lavoro, le immigrazioni e i conflitti visti dalle fabbriche modenesi”, frutto dell’incontro dei curatori con Giovanni Iozzoli, operaio metalmeccanico, delegato sindacale e scrittore.

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Partiamo da quello che hai scritto. Nella tua produzione letteraria i riferimenti all’emigrazione dalla Campania sono moltissimi. Possiamo dire che è uno dei temi ricorrenti dei tuoi romanzi. Si tratta di un’anomalia, poiché negli ultimi anni nella narrativa ma anche nel reportage giornalistico il tema dell’immigrazione interna è stato spesso dimenticato.

Io ho trovato sempre molto stimolante un occhio, uno sguardo attento sulle identità meridionali, perché sono identità mai pacificate, sono identità mai risolte. Parlo della prima generazione migrante, quelli che sono arrivati qui all’inizio degli anni Settanta, parto da quelli, ho un’ampia casistica di amici di ogni tipo che mi hanno offerto molte testimonianze. Nonostante tanti di loro abbiano conosciuto l’integrazione economica, anche l’integrazione nel tessuto civile e un buon rapporto di vicinato nei luoghi dove vivono, permanevano sempre delle ferite aperte in qualche modo che secondo me sono non risolvibili. Sono ferite permanenti.

Per esempio una cosa che mi colpiva quando sono arrivato qua nel ’94, è che la città era piena di napoletani, di campani, qua c’era anche molta Caserta, Avellino oltre Napoli, era piena di campani la città effettivamente. C’erano molte persone un po’ più grandi di me, quelli appunto della generazione della vecchia migrazione, a cui io in modo spontaneo tendevo a parlare in dialetto, quando sentivi che c’era qualcuno dall’altra parte, un collega, un commerciante, chiunque altro con cui ti rapportavi. Io ero appena arrivato qua, mi veniva spontaneo parlare in dialetto: alcuni di loro si irrigidivano, quasi si offendevano e io non capivo il perché. Si capiva benissimo che erano napoletani, si capiva benissimo che gli stavo parlando in napoletano, quindi perché c’era questo atteggiamento?

Loro addirittura mi rispondevano in italiano, anche facendo un certo sforzo. Poi dopo l’ho capito col tempo. Io sono arrivato qua già acculturato, sapevo parlare italiano, non ho avuto difficoltà linguistiche, molte di quelle persone che sono arrivate qui negli anni Settanta arrivavano direttamente dalle campagne, e non sapevano parlare italiano, per loro l’italiano è stata una dura conquista che hanno dovuto maturare qua, nei cantieri, nelle fabbriche, bisognava imparare a parlare alla svelta italiano, perché altrimenti il distacco, la marginalità erano troppo forti. Quindi per loro l’italiano era una conquista, quando tu gli parlavi in dialetto, si sentivano quasi in qualche modo ributtati all’indietro nella gerarchia sociale, come dire: mi hai scoperto, mi stai ricollocando lì da dove ho fatto tanta fatica a uscire.

Questo valeva ovviamente per i più vecchi. Poi a fianco c’erano sempre delle rivendicazioni identitarie molto orgogliose, sui costumi, sulla presunta moralità, su cose del genere, che sono poi le bandierine a cui ogni migrante si attacca: sono povero, ho dovuto fare tra seicento e mille chilometri per guadagnare da mangiare, datemi almeno la soddisfazione di dire che sono moralmente superiore, o più furbo! Questi sono i piccoli escamotage con cui conviviamo, anche per giustificare il nostro stare al mondo. Questa è una cosa che i napoletani non mollano mai, questa idea che alla fine hanno comunque una diversità, hanno una marcia in più che non è dimostrata dalla storia purtroppo. Lo dico da napoletano, non abbiamo una marcia in più, perché altrimenti non saremmo qua ad avvitare bulloni, ci sarebbe qualcun altro che avvita i bulloni al posto nostro.

Quindi in quella generazione vedevo che c’era questa ferita aperta, per non parlare di quelli che arrivavano bambini qua, perché quando arrivavano nel ’68, ’70, ’71, andavano nei cantieri.

I cantieri, il lavoro, le fabbriche: è il mondo che conosci direttamente e che hai raccontato in molte occasioni. Quali sono i legami tra i cicli migratori che hai conosciuto e le trasformazioni del lavoro?

Il primo posto dove si approdava era il cantiere. La Cgil era uno dei posti dove si andava quando si scendeva dalla stazione di Modena: si andava in Cgil perché in Cgil c’era comunque una disponibilità informale di cantieri dove potere andare a cercare lavoro. Io conosco una persona che era partita dall’Irpinia per andare a Milano un po’ all’avventura, sul treno gli avevano detto: che vai a fare a Milano? Una suora gli aveva detto: che vai a fare a Milano? Fermati a Modena. Lui non sapeva manco dov’era Modena: fermati a Modena perché è più facile trovare lavoro che è una città più piccola, e allora lui aveva seguito il consiglio della suora ed era sceso a Modena. Quindi il suo itinerario poi è stato Irpinia, Napoli, stazione di Modena che non sapeva manco che cosa fosse quando veniva via da Scampitella, un paese un po’ sperduto sulle montagne irpine. Scende dalla stazione di Modena, domanda probabilmente lì sul piazzale: «Dov’è che si cerca lavoro?», qualcuno lo manda in Cgil, che è a un quarto d’ora dalla stazione, lui entra in Cgil, in Cgil gli danno un indirizzo poco lontano del cantiere e credo, se me l’ha raccontata giusta, che la mattina dopo era già al cantiere del Direzionale Settanta, che è un posto adesso diventato centrale a Modena. Quindi lui passava direttamente da questa campagna sperduta e bellissima dell’Appennino a questo cantiere da un giorno all’altro, letteralmente.

Poi cosa succedeva, che dopo un po’ facevi venire prima la moglie e il figlio più grande per aiutare, tutte famiglie numerose, poi di seguito arrivavano i più piccoli, gente che magari ha la mia età, veniva qua a fare le medie e l’impatto era molto duro, nonostante la città si stesse riempiendo di meridionali. L’impatto di questi ragazzini con la piccola provincia era pesante, questa non era Milano, non era abituata ai flussi, era la piccola città cantata da Guccini, quindi quando arrivavano questi ragazzini che non parlavano bene italiano e che avevano palesi difficoltà economiche, l’impatto era molto duro.

E anche queste sono ferite che si portano dentro alle volte i cinquantenni, cinquantacinquenni che sono venuti da piccoli. Per esempio, mi raccontava uno, meridionale anche lui, che la moglie, una di quelle che era arrivata quando era ragazzina, non gli aveva mai fatto vedere l’edificio dove aveva abitato da piccola con i suoi fratelli e i suoi genitori appena arrivata qua, perché è un postaccio. E nonostante si fosse fidanzata e poi sposata con questa persona non glielo aveva fatto vedere, perché si vergognava ancora.

Oltre alla dimensione dell’emigrazione verso il nord effettivamente nel Modenese si tocca con mano anche la dimensione della provincia. Tra l’altro il ciclo migratorio qui è leggermente sfasato rispetto al triangolo industriale.

Sì il ciclo credo che sia partito più tardi però poi è partito in modo dirompente. Negli anni Settanta è stato molto intenso, tenete presente che a Sassuolo, nel distretto ceramico, un abitante su tre è nato fuori Sassuolo. Penso al distretto ceramico, penso alla Bassa, penso al distretto carni, la zona di Vignola, c’è un esercito di meridionali, e ovviamente anche di relativi insediamenti criminali che si sono stratificati negli anni, questa era la base preferita dei casalesi fuori dal loro territorio, era un punto di riferimento forte per le attività economiche dei casalesi. La casa dove abito io è stata costruita dai casalesi, la palazzina dell’azienda dove lavoravo prima è stata costruita dai casalesi, questo è un fatto statistico, è un’azienda di Casal di Principe, facevano anche ovviamente del riciclaggio, investivano qua i proventi. C’è un legame diretto, indissolubile tra criminalità e immigrazione. Quando si apre un rubinetto c’è un fluire di umanità, dentro il fluire di umanità è fisiologico che ci sia di tutto, i primi delinquenti professionisti arrivarono qua, arrivarono forse con le misure di soggiorno obbligato. Dentro il grande flusso migratorio – è inutile negarlo – molti stereotipi che tuttora permangono qua a Modena che sono ancora vivi e che mi raccontano all’epoca erano fortissimi, erano legati anche a quelle presenze lì, delle presenze oggettive.

Era un territorio vergine, più vergine di quanto potesse essere Milano o Torino, in cui giravano molti soldi, perché i modenesi sono gente in gamba che aveva aperto delle strade in alcuni settori industriali. Penso alla motoristica di precisione, penso alle piastrelle, questa è una piccola provincia, che però ha aziende leader nel mondo. È la piccola provincia dove giri l’angolo e ti ritrovi la grande multinazionale americana, dove ti ritrovi un centro di ricerca d’eccellenza, intorno a casa mia per esempio ci sono tre o quattro grandi realtà industriali multinazionali. Qua convive proprio l’iperprovincia e il forte sviluppo economico, è proprio intrecciata la faccenda.

Torniamo all’ultima stagione migratoria, quella che conosci meglio. Quali sono le sue peculiarità, anche in rapporto al mondo del lavoro?

Io vivo in un tessuto operaio che è un tessuto prevalentemente migrante, variamente migrante però. Quella è la comunità in cui vivo io, quindi per me era molto naturale raccontarlo. Ho sempre notato che c’è questo buco nel racconto sociale di questa realtà, non me lo spiego perché in realtà questi flussi migratori hanno completamente riplasmato i territori. Pensate a Reggio Emilia, dove ci sono diecimila cutresi, cittadini di Cutrò che voi conoscete sicuramente: il sindaco di Reggio Emilia va a cercare i voti in Calabria quando si fanno i rinnovi, è un ridisegno totale delle città, dei territori che merita di essere raccontato. Meriterebbe di essere raccontato ancora meglio il periodo cruciale degli anni Novanta, perché negli anni Novanta da quel che ho letto io i flussi arrivarono a raggiungere i picchi degli anni Sessanta. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di ragazzi che vengono qua negli anni Novanta in una condizione totalmente differente da quella dei loro fratelli maggiori o genitori perché l’immigrazione interna degli anni Novanta è molto più precaria, è un’immigrazione che conosce il fenomeno del nomadismo che qualche anno prima sarebbe stato considerato irrazionale: vado lì sto una settimana poi ritorno, qualcosa di incomprensibile per le vecchi generazioni. Negli anni Novanta tale nomadismo diviene invece necessario, perché i costi di insediamento qua sono diventati troppo alti, quindi l’idea stessa di venire qua, portarsi la famiglia, affittarsi una casa diventa un traguardo difficilmente raggiungibile. Però questa massa di gente che viene a produrre valore qua, a pompare valore nell’economia locale in realtà è arrampicata a termine dentro questi territori. Dopo un po’ è destinata ad andare via, un flusso molto mobile e quindi secondo me meriterebbe di essere molto raccontato quel periodo, capirlo bene, però questo è un lavoro da ricercatori non è che lo puoi fare con gli strumenti della narrativa. Bisognerebbe capire tutta questa gente che è arrivata negli anni Novanta che tipo di collocazione ha adesso, sono qui nelle pieghe della società e non li vediamo, oppure li vediamo ma non li vediamo bene, molti sono tornati indietro, per esempio con lo scoppiare della crisi ci fu un grande movimento schizoide, gente che tornava indietro poi ritornava qua, dal 2008 al 2009 fu un casino, c’erano tanti che andavano via e tanti tornavano qua.

Pensa che la Maserati in un giorno ne fece fuori centododici, la rinomata Maserati in un giorno, giorno terribile, credo che fosse dicembre, lasciò a casa centododici persone, perché erano tutti contratti a termine che non venivano rinnovati, quindi non li dovevi neanche licenziare. Mi ricordo quel giorno successe un casino, poi fra l’altro in Maserati licenziarono un nostro delegato bravissimo, c’era una sensazione di panico, questi centododici erano dei fantasmi, erano quasi tutti ragazzi perché la Maserati li prendeva giovani.

Queste aziende hanno dei canali privilegiati di reclutamento che incidono anche sulle migrazioni. Per esempio la Fiat Trattori, l’FCA, ha dei canali pugliesi, la Maserati che è sempre FCA ha dei canali napoletani. Quindi questi centodue erano quasi tutti campani, erano quasi tutti giovani che erano venuti qua qualche anno prima per vedere di combinare qualcosa, parliamo di gente molto giovane, venti-venticinque anni, parecchi avevano vissuto di strada, te lo dico perché li conoscevo, ci facevamo le iniziative e gli scioperi davanti alla Maserati, quindi quel mondo lo conoscevamo. All’improvviso con questo mancato rinnovo queste persone scompaiono. Dove sono adesso questi ragazzi qua? Sono tornati a Napoli, stanno nell’economia illegale, quanti hanno fatto il rimbalzo e sono tornati qua un’altra volta? Sarebbero flussi interessanti da indagare, tu pensa un’altra realtà che è un’azienda di elettrodomestici di cucine, forni da cucina, molto importante qui in provincia, anche quella dopo un’agonia ha chiuso e ha lasciato a casa quattrocento persone, anche quelli erano quasi tutti meridionali, moltissimi napoletani, tra l’altro anche lì con una presenza di pregiudicati dentro perché era un’azienda che aveva dei legami con la Chiesa. Venivano individuate dai parroci persone da redimere e le mandavano qua. Siamo stati a quei cancelli tante volte, abbiamo stretto legami, poi però li perdi, adesso io non ti so dire, a parte qualcuno, sì, però non ti so dire questi quattrocento dove stanno. Quelli che ho seguito sono tutti riciclati peggio di come erano prima, nel senso della precarietà, un po’ di nuovo nell’industria però mai con contratti a tempo indeterminato, quelli che conosco io hanno fatto tutti una discreta discesa sociale. Però tanti ora dove stanno, che fine hanno fatto? Non lo sappiamo.

Questo articolo è stato pubblicato su Napoli Monitor il 18 settembre 2020

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