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La protesta diffusa dei palestinesi invisibili

Accordo di Abramo. In tutti i Territori occupati, a Washington e online, i palestinesi manifestano contro la normalizzazione tra Israele, Emirati e Bahrain. La leadership rincorre, ribadendo un’unità last minute e senza visioni strategiche

In Palestina le ore che hanno preceduto la firma dell’Accordo di Abramo sono trascorse nell’anormale consuetudine di una vita sotto occupazione: 21 palestinesi arrestati dall’esercito israeliano, tra cui tre minori, tra Gerusalemme e Cisgiordania, da Tulkarem a Hebron. Detenzioni invisibili dal palcoscenico festoso del Giardino delle rose della Casa bianca.

Gli invisibili, i palestinesi, ieri hanno però manifestato la loro rabbia per normalizzazioni che li escludono. In tutti i Territori occupati (ma anche nel vicino Libano) in migliaia sono scesi in piazza in quello che è stato ribattezzato da Mohammed Shtayyeh, premier dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), «the black day», il giorno nero, a cui ne seguirà un altro venerdì, il giorno del lutto.

L’ennesimo giorno da segnare sul calendario della lunga tragedia palestinese, quello che mette ufficialmente fine all’iniziativa araba di 18 anni fa, che con tutte le sue lacune almeno poneva al centro il diritto – seppur annacquato – all’autodeterminazione. Ieri per le strade percorse dalle proteste, a Hebron, Ramallah, Tulkarem, Nablus, Gaza city, tra le bandiere palestinesi svolazzavano i cartelli con i volti dei protagonisti della normalizzazione, una X sul viso.

«No alla normalizzazione con l’occupazione», scandiva lo striscione di apertura della marcia a Hebron. «Non puntiamo sui regimi arabi che commerciano con le aspirazioni dei loro popoli e con la causa palestinese – ha detto a Middle East Eye Fahmy Shaheen del National and Islamic Forces – Puntiamo sui popoli arabi». «Quello che avviene oggi non è normalizzazione, ma un’alleanza strategica», il commento di Jamal Zahalka, capo del partito National Democratic Assembly.

Dietro l’iniziativa diffusa nei Territori sta il neonato gruppo «United Palestinian Leadership for Popular Resistance», creato sulla spinta del video-vertice di inizio settembre, tra Ramallah e Beirut, delle varie fazioni palestinesi. Proprio dal Libano, ieri il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha telefonato al presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas.

I due hanno ribadito la fragile unità frutto dell’ultimo tassello di isolamento a cui il popolo palestinese è appeso dal 1948: «Non permetteremo che la causa palestinese sia un ponte per la normalizzazione con il potere occupante alle spese dei nostri diritti nazionali, della nostra Gerusalemme e del diritto al ritorno». Quanto questa unità, frettolosa, senza reali basi strategiche e con scarse visioni comuni, possa essere efficace è dubbio. Sui principali partiti palestinesi pesano quasi 30 anni di lenta morte celebrale dell’Olp e una frammentazione imposta, neppure troppo indirettamente, dagli Accordi di Oslo.

L’opposizione agli accordi è andata di scena anche a Washington, fuori dalla Casa bianca, una chiamata alla protesta da parte di una 50ina di organizzazioni statunitensi, arabe e palestinesi, mentre la petizione online «Palestine Charter», lanciata da varie organizzazioni palestinesi (incluso il movimento Bds) superava le 200mila firme di utenti dal mondo arabo.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 15 settembre 2020

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