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Dal passato in remoto al futuro presente: Aut-Out, l’ultimatum targato Gender Bender

Aleggia un po’ ovunque, in tutti gli ambiti e settori del vivere sociale soprattutto nei suoi aspetti economici, il termine-mantra “Ripartenza”, tanto da essere diventato, come spesso succede, vagamente melenso. Soprattutto in considerazione del fatto che in molti nel bene e nel male non si sono mai fermati veramente, a ben vedere, e senza contare che talvolta l’ansia da movimento sembri più poggiare sull’effetto di una paura del futuro vissuto come incerto e cupo e sulla sfiducia verso le potenzialità tecnologiche e le capacità resilienti del corpo sociale più che sull’entusiasmo di nuove proposte.

Sappiamo, o almeno dovrebbero saperlo i miei potenziali lettori, che l’ambito culturale e performativo in particolare, forse proprio a causa della diretta tangibile sofferenza pandemica, è quello che in realtà carsicamente ha continuato a dibattere, elaborare, interrogare e in fondo proporre e creare in tutti questi mesi ed esattamente come dopo una pioggia si manifesta tutta la gioiosità delle creature che tornano al fuori, anche in questo caso, si moltiplicano diversi eventi, persino prime teatrali e rassegne, che non sembrano essere il semplice recupero in zona Cesarini di una stagione perduta, o l’anticipo godereccio dell’ultimo tepore di una stagione a venire col punto interrogativo, ma eventi pensati, curati e amati in modalità inedite come i famosi figli tardivi a lungo desiderati.

Questo, dopo che la danza un po’ ovunque si va facendo largo tra mille difficoltà nei cartelloni, sembra il caso di Gender Bender, il festival per antonomasia sui generis che non ha mai avuto paura del Corpo come grande costruzione politica e immaginativa sociale e dei singoli corpi come celebrazioni possibili di unicità e differenze, contro ogni forma di sessismo, body shaming, discriminazione e bullismo. Recenti polemiche sulla carta stampata ci fanno pensare che rassegne cosi dovrebbero durare 365 giorni l’anno o che, parafrasando il cabaret tedesco degli anni 20, bisognerebbe portare per obbligo categorie di cittadini a vedere qualcuno di questi spettacoli.

Incontriamo pertanto Daniele del Pozzo, il fondatore e co-direttore artistico di un festival che per questa volta rinuncia alle consuete date a cavallo di ottobre e novembre e anche a qualche altra prerogativa, in favore non già di un ridimensionamento contenutistico, ma piuttosto di un rilancio in altre insospettabili direzioni.

“L’atteggiamento – mi dice – che tutto lo staff creativo di GB ha perseguito in questi mesi, in mezzo a tanti legittimi interrogativi sul fare o non fare e saltare un giro, anche in considerazione dei numerosi parternariati europei e internazionali che si venivano automaticamente a eliminare, è stato tuttavia di grande positività e propositività. Questo perché non ci siamo mai, io e Mauro Meneghelli in primis, mai sentiti soli su questa barca: il nostro più sentito ringraziamento va al circolo del Casserolgbtqi che non ci ha fatto mai venir meno ogni forma possibile di supporto logistico ed economico, nonostante la scarsità di risorse. Poi vengono i nostri abituali sponsors e collaboratori: Comune, Regione, Mibact, LegaCoop, Unipolis, Alma Mater; British Council , coop alleanza3.0 , per dire. Nessuno di questi soggetti si è tirato indietro, ma hanno voluto fermamente realizzare anche questa edizione en plen air che si gioca Cavaticcio e l’Altra sponda. Fondamentale per noi è stato essere inseriti nella rete DNA culture che significa Virgilio Sieni, triennale Danza, l’Arboreto, festival Mix Milano, per approdare a Europa Roma che è tappa finale di circuitazione da sempre per i più giovani coreografi italiani. Mai fu più vero che l’unione fa la forza come in questo frangente in cui ci eravamo dati delle priorità nonostante tutto e che erano, per esempio, concentrarci su autori e artisti italiani, non come ripiego, ma autentica valorizzazione, cercare di non prendere soltanto spettacoli in catalogo anche belli e premiati ma col criterio della vetrina, bensi il più possibile creazioni e spunti nuovi, magari imperfetti ma promettenti o significativi ora. Pagare rigorosamente tutti e non al minimo sindacale o al ribasso, puntare molto sulla formazione e prendersi la responsabilità di non far saltare questo giro. Per un giovane alle prime armi questo potrebbe rivelarsi fatale: e chi la riforma una generazione di belle speranze cosi facilmente? Se oggi tutti acclamano Sciarroni e la Gribaudi è anche perché 7 anni fa si sono fatti le ossa anche con Gender Bender e hanno incrociato questo circuito virtuoso, molto utile ora che nessuna entità presa singolarmente si potrebbe permettere di offrire una residenza stabile. Cosi è successo che con queste premesse si verificassero addirittura delle serendipities o quantomeno si allargassero le collaborazioni con l’idea da sporadiche di farle diventare usuali. Questo è il caso per esempio del Conservatorio G B Martini. E del progetto corpi elettrici che è in buona sostanza la storia dell’incontro tra Danza contemporanea e musica elettronica. Una cosa nuova scaturita proprio in tempo di lockdown, perché vogliamo anche dire che ci sono tante modalità di lavoro, che in parte non sfruttavamo fino in fondo prima, che hanno in parte vantaggi e potenzialità e che insomma è alla fine buono se non tutto potrà essere come prima. Sempre che ci abbia insegnato qualcosa di nuovo, questa terribile storia e ci indirizzi verso modus operandi più democratici, più sobri, più responsabili e infine ecologici. Cosi, i danzatori del collettivo mine i cui membri proviengono da tutte le esperienze più interessanti della nuova danza italiana nei mesi del lockdown, per 60 ore di lezione e oltre, una cosa impensabile nella realtà materiale, hanno preso sotto la loro guida 4 o 5 studenti e studentesse del corso di musica elettronica praticamente digiuni di nozioni di contemporanea, forzandoli a lavorare per steps partendo da momenti da due minuti, su suggestioni assegnate, in modo da creare una ventina di micro danze da remoto già disponibili in video. Sono state entusiastiche le adesioni dei ragazzi e hanno poi desiderato un confronto dal vivo che avverrà appunto giovedi 10 settembre in due repliche alle 19e30 e alle 21 e 30. Quindi le tecnologie, il lavoro in remoto, se non ci si limita a quello, non vengono affatto per nuocere, perché ripeto, forse altrimenti sarebbe stato comunque un progetto impossibile. Un’altra cosa interessante è stato quello che è successo con lo spettacolo di Andrea Costanzo Martini, ovvero la sua ultima fatica, What happened in Torino, trasferita per necessità che diventa veramente virtù sul corpo femminile della performer Francesca Foscarini, dato che l’autore è bloccato a Tel Aviv causa restrizioni pandemiche. In modalità remota, ha insegnato a Francesca la coreografia e hanno anche deciso di non cambiare il costume di scena assegnato, sicchè lei danzerà a seno nudo creando una perfetta corto circuitazione gender bender. Si potrebbe ancora dire molto su questo, fermo restando che per noi, la nuova frontiera della lotta per l’allargamento dei diritti passa attraverso il linguaggio, la contestualizzazione rigorosa, l’uso consapevole e non strumentale delle coordinate storiche. In questo senso , per gli incontri che sempre accompagnano il festival, consiglio vivamente martedi 15 settembre l’incontro con Vera Gheno, sociolinguista all’Accademia della Crusca con il suo talk femminili singolari, imperdibile se vogliamo capire i subdoli meccanismi di una lingua, la nostra che funziona ad excludendum rispetto ai saperi e poteri femminili. L’altro grande tema è appunto la corta memoria o beata ignoranza tout court rispetto ad alcuni aspetti di storia contemporanea inerenti i nostri diritti civili che non sono acquisiti una per tutte e che non è detto seguano in automatico, senza una robusta dose di conoscenza e attivismo pratico, magnifiche sorti e progressive,ma possono clamorosamente capitombolare all’indietro come già accaduto. Terapeutico in questo senso nella agguerrita sezione cinema, il documentario che si potrà vedere il 17 settembre su questa figura di politica visionaria europea misconosciuta che è stata Johanna Dohnal. Se volete la fiction abbiamo un delicato film sempre francofono Le milieu de l’horizon, interpretato dalla diva Letitia Casta, che ci rimanda al più classico dei temi, come la presa di coscienza lesbica , ambientato in un preciso contesto di anni 70, ma ambientazione rurale piuttosto chiusa tra le montagne svizzere: ricordiamo che in quel paese il voto femminile è diventato legge dello Stato solo nel 1972. Altri consigli che posso dare convintamente sono di seguire oltre ai films e agli spettacoli, anche gli incontri sul fumetto, come quello dell’antologia curata da Fumetti Brutti , ovvero Josephine Signorelli, artista in processo di transizione , dal titolo Sporchi e Subito per mercoledi 16 settembre”

Non saremmo in un festival di sperimentazione a 360 gradi, senza citare gli incontri del primo pomeriggio dal titolo a bocca aperta, ormai mitici per la orizzontalità della formula che consente senza specialismi , senza etichette e gerarchie di far incontrare sulla percezione degli spettacoli e del lavoro degli artisti, pubblico, autori, operatori critici, esperti e visitatori occasionali, militanti o meno in un circolo di virtuosa reciprocità. L’invito per tutti, considerando anche le vantaggiose formule proposte e il saggio calmieramento del prezzo dei biglietti è dunque di rimanere sintonizzatissimi su uno dei parchi urbani più cool di Bologna e di aspettarsi di trovare comunque un rispecchiamento e una forma di rappresentazione cuturale della propria identità qualunque essa sia, fuori da facili etichettature e mai come ora ne abbiamo bisogno.

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