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Campania, la posta in gioco

Immaginiamo cosa sarebbe oggi il dibattito politico e mediatico in Italia se per le elezioni regionali in Campania ci fosse stato l’accordo Pd-Cinquestelle, con la sostituzione di De Luca e il ridimensionamento della sua famiglia!

Lo si poteva fare? Certo, l’accordo era stato già concluso a gennaio e avrebbe rappresentato il più serio tentativo di dare forza strategica alla coalizione che regge il governo nazionale nella regione da cui provengono i due leader dei Cinquestelle, Di Maio e Fico, trasformando un’alleanza di necessità in una strategia delle alleanze. E allora perché non lo si è fatto? Secondo una certa vulgata, De Luca si sarebbe comunque presentato e avrebbe fatto perdere la coalizione Pd-Cinquestelle. Una valutazione del tutto sbagliata: De Luca, abbandonato dal Pd, non sarebbe stato attrattivo per nessuno di quelli che oggi sono suoi alleati. Sarebbe avvenuto ciò che è successo con Renzi. E, poi, il ricatto è merce pagante nel partito di Zingaretti? La paura di perdere è più forte della necessità di cambiare?

Per come si sono messe ora le cose, alla guida della regione più grande del Sud ci sarà una vera e propria “gerontocrazia”. De Luca e i suoi alleati De Mita, Mastella e Pomicino fanno insieme 317 anni. Questi uomini condizioneranno la Campania nell’immediato futuro, avendola già condizionata nei decenni passati. L’esempio più clamoroso è rappresentato dal fatto che mentre il centrodestra non ripresenta il figlio di Luigi Cesaro (l’uomo politico che insieme a Cosentino ha rappresentato la compromissione della politica con i vertici della camorra) il centrosinistra candida alcuni uomini e donne a lui legati.

La principale questione, dunque, delle prossime elezioni regionali in Campania sta tutta qui: come un sistema di potere di periferia riesca a condizionare il gruppo dirigente nazionale del Pd. Zingaretti e la sua squadra non hanno avuto il coraggio di aprire una pagina nuova nel Sud. Si ripropone nelle prossime elezioni in Campania il rapporto tra consenso locale e strategie nazionali, affinché le modalità di procurarsi i voti non travolgano qualsiasi possibilità di mantenere un profilo progressista alla forza politica che si rappresenta.

E’ evidente, dunque, che la Campania è diventata il luogo dell’assoluta continuità con i sistemi di potere precedenti e della massima implosione del sistema dei partiti così come li abbiamo conosciuti nel Novecento. Niente ci è stato risparmiato. Come se qualcuno scientemente avesse deciso di dare vita alla distruzione sistematica di quel che resta del Pd come valori e passione. In questo senso De Luca è stato, ed è, più che un rottamatore, un vero demolitore nello stritolare, frantumare, lacerare, azzerare tutto ciò che ha rappresentato per un lungo tratto storico l’identità della sinistra italiana.

E’ lui ad avere inventato la coalizione-bazar, un luogo dove trovi di tutto, dove la contrattazione al più basso prezzo è la regola, e dove puoi vendere e comprare quello che vuoi. E sullo stesso palco potresti incrociare un magistrato assieme a coloro che aveva fatto arrestare.

Insomma, si ripropone una rifeudalizzazione della politica meridionale come unico metodo per contare a livello nazionale. Un feudatario politico sta condizionando il principale partito progressista della nazione.

Ma De Luca rappresenta anche uno spot permanente contro i meridionali, perché ne plastifica tutti i difetti e alimenta tutti i pregiudizi con ogni sua frase, ogni sua dichiarazione, ogni suo gesto, ogni sua decisione. Anche gli slogan più riusciti della Lega contro il Sud impallidiscono di fronte al beato e buffonesco elogio del clientelismo, del familismo, del trasformismo. Il passaggio da uno schieramento all’altro (in proporzioni che mai si erano viste) rappresenta il più grande spot contro il Sud che cambia. Se per Andreotti il potere logora chi non ce l’ha, per De Luca il potere logora chi non cambia schieramento.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 25 agosto 2020

Foto di copertina Ansa/Ciro Fusco

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