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C’era una volta (e c’è ancora) Giancarlo Elia Valori

Riccardo Lenzi, presidente di “Piantiamolamemoria”, riunisce qui di seguito tre frammenti dell’attenzione, in generale assai scarsa, che il giornalismo ha dedicato a Giancarlo Elia Valori, detto “Fior di Loto”. Da questo reperimento emerge un breve, ma significativo ritratto antologico; un viaggio tra le pagine dei pochi che si sono occupati del potente boiardo veneto.

 

 

«La forza del professor Valori è tutta nella sua rettitudine morale, nelle sue mani pulite di cui tutti gli danno atto»

(Francesco Cossiga)

 

 

“Un grottesco paradosso vuole che un personaggio con le mani in pasta nell’Italia che diede vita alla Tangentopoli più devastante del mondo occidentale, proprio sulle ali di Tangentopoli riesca a recuperare e a moltiplicare il suo ruolo. Perché si deve sapere che il “professor” Giancarlo Elia Valori – figlio di un compagno di scuola di Amintore Fanfani, fratello di un dirigente dell’Eni in Argentina intimo dell’antico dittatore Arturo Frondizi, creatura del soprannumerario dell’ Opus Dei Ettore Bernabei, di Gava e di Andreotti, ma soprattutto di se stesso – mai fu così gettonato come da quando, nel febbraio del 1992, Antonio Di Pietro aprì il caso Mani Pulite. (…) Detto “Fior di Loto” dal suo sodale Mino Pecorelli, giornalista ricattatore assassinato per mano ancora ignota (sotto processo è l’onorevole Andreotti), che incontrava tutte le domeniche per scambiare informazioni; affittò un DC8 Alitalia per riportare l’esule Peron in Argentina con la moglie Isabelita, ma mal gliene incolse per diatribe d’affari con Lopez Rega, detto El Brujo; espulso dalla Loggia massonica Romagnosi e dalla P2 di Licio Gelli, che aveva a ridire su alcuni affari di carni; funzionario della Rai con Ettore Bernabei e insabbiatore delle vicende giudiziarie relative, in combutta con il tristemente noto procuratore Carmelo Spagnuolo [magistrato iscritto alla P2]; grande persecutore di Romano Prodi quando questi era presidente dell’Iri: lo minacciava con indagini giudiziarie quando Prodi lo voleva cacciare dall’Iri, e di nuovo sta creando in questi giorni problemi processuali al leader dell’ Ulivo. Eroe nella Romania di Ceaucescu, nella Corea di Kim Il Sung e persino in Israele, gestisce una fiorente industria di lauree honoris causa; rispettato anche in Italia, dove, se vogliamo stare alle statistiche e al “Foglio” di Giuliano Ferrara, è stato l’unico a passare indenni da Mani Pulite, nonostante un tizio abbia dichiarato a verbale di avergli consegnato 150 milioni provenienti dalla Svizzera. Ma che volete che sia? Oggi questo grande italiano, biografo e amico di Ceaucescu e di Kim Il Sung, cameriere di cappa e spada del Papa e massone, agente segreto e manager di Stato contrario alle privatizzazioni per “svendita”, professore e scrittore sponsorizzato dai massimi editori nazionali, cattedratico a Gerusalemme come a Pechino, Gran Croce della Repubblica italiana per mano di Cossiga, assembla gruppi di amici per le prossime elezioni. Con grande autorità, non solo per le ragioni già dette, ma anche perché da presidente delle Autostrade dell’Iri dispone, tra l’altro, di 3 mila chilometri di cavi in fibra ottica. Un protagonista insomma, della piccola, ma formidabile, carovana telecomunicativa che di qui a poco, forse, governerà l’Italia”.

(Alberto Statera, La Repubblica, 11 marzo 1996)

 

 

“Cameriere d’onore di cappa e spada del Vaticano, Giancarlo Elia Valori entra a far parte della loggia massonica Romagnosi nel 1965, in contemporanea con Licio Gelli; Valori è “presentato” dal medico odontoiatra Antonio Colasanti; sia Valori sia Colasanti risulteranno presenti nelle liste piduiste rinvenute a Castiglion Fibocchi. Segretario dell’Istituto per le Relazioni Internazionali, Valori gode di amicizie altolocate in Argentina, come quelle con gli ex presidenti della Repubblica Arturo Frondizi e Juan Domingo Peron; l’influenza di Valori è tale che riuscirà a propiziare un incontro tra i due, contribuendo così a determinare le condizioni per il rientro in patria di Peron dall’esilio e il suo conseguente ritorno al potere. All’inizio del 1973, nell’imminenza del ritorno in patria e al potere dell’ex presidente, Valori presenta Gelli a Peron e al suo segretario José Lopez Rega, e rilascia inoltre al Venerabile una lettera di accreditamento presso l’ex presidente Forndizi. A quel punto Gelli si reca in Argentina e prende contatto con esponenti della locale massoneria, i quali si sono attivati per preparare il ritorno in patria del generale Peron. Il 27 maggio 1973 Gelli riceve l’incarico ufficiale di rappresentante della massoneria argentina in Italia; e quando a giugno Juan Peron ritorna in Argentina, Gelli è al suo seguito. (…) Fin dal giugno 1973 Gelli può disporre di un passaporto diplomatico argentino; diviene poi Console onorario argentino a Firenze e, il 2 settembre 1974, viene designato dal governo argentino Consigliere economico dell’ambasciata in Italia. A quel punto Gelli può avvalersi dell’immunità diplomatica e può viagiare a bordo di una Mercedes con targa diplomatica. In Argentina Gelli stabilisce stretti rapporti col capo dell’ente petrolifero nazionale, avvia attività di import-export e – secondo la testimonianza di Valori – tratta coi banchieri argentini a nome della Banca Nazionale del Lavoro [l’italiana BNL]. (…) Insieme a Ortolani e Calvi, anche in Argentina Gelli si occupa del settore stampa ed editoria, arrivando ad assumere il controllo di 23 testate giornalistiche. (…) Quando nel marzo 1976 la giunta militare si impadronisce del potere in Argentina, Gelli si schiera subito dalla parte dei generali golpisti e continuerà ad appoggiarli con la sua catena di giornali anche quando essi si renderanno responsabili dell’uccisione di migliaia di desaparecidos”.

(Sergio Flamigni, Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta P2, kaos, 2005)

 

 

“Forte dei suoi rapporti particolari, Valori procede nella sua carriera di boiardo di Stato. Lo scandalo P2, nel 1981, lo colpisce, ma solo di striscio: sulle liste di Castiglion Fibocchi è scritto: «Valori Giancarlo. Professore. Espulso». La Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi riesce a sentirlo il 7 aprile 1983, solo dopo molte insistenze di alcuni commissari, e solo in seduta segreta. Pochi i commissari che lo bersagliano di domande vere; tra questi, Rino Formica, Giorgio Pisanò e Libero Riccardelli. Formica è convinto che Valori faccia traffico d’armi per i Servizi; Pisanò e Riccardelli ritengono che Valori sia stato la mente che, per vendette interne al gruppo P2, ha fatto scoppiare lo scandalo dei petroli, fornendo le informazioni sulla truffa (già nota ai servizi segreti) a due magistrati di Treviso, Domenico Labozzetta e Felice Napolitano. Valori, come al solito, nega. Ma i commissari insistono, sono convinti che Valori sia temuto da nemici e amici perché è in grado di arrivare a dossier riservati e di scatenare indagini giudiziarie. Valori durante la seduta continua a negare, ma fuori dall’aula non gli dispiace essere temuto. (…) Temeva Valori anche Romano Prodi, due volte presidente dell’Iri e quindi suo “superiore”. Il primo mandato lo definì «il mio Vietnam»: tra i vietcong che gli facevano la guerra c’era anche Valori, ai tempi vicepresidente della Sme, la finanziaria agroalimentare dell’Iri. Prodi, che non vuole piduisti attorno, nel 1984 non lo ricandida ai vertici dell’azienda. Valori riesce però a farsi collocare alla presidenza della Sirti, una società della Stet, che allora era presieduta da Michele Principe (anch’egli iscritto alla P2). E promette vendetta. È lui infatti il sospettato numero uno del siluro sparato in quegli anni contro Prodi: un’inchiesta giudiziaria del procuratore romano Luciano Infelisi su Nomisma, la società di consulenza di Prodi a Bologna. Intanto Valori nel 1987 torna alla Sme, come presidente della Gs (supermercati). E nel 1990, spinto dal nuovo presidente dell’Iri Franco Nobili, si siede finalmente sulla agognata poltrona di presidente della Sme. Poi, nel 1995, nominato dal presidente dell’Iri Michele Tedeschi durante il governo Dini, diventa il Signore delle Autostrade. (…) Dopodiché, superata d’un balzo l’era di Tangentopoli, Giancarlo Elia Valori si è presentato all’appuntamento con le privatizzazioni. Non troppo puntuale, magari, con qualche frenata, ma alla fine la sua Sme è andata ai privati. La Cirio-Bertolli-De Rica a una sconosciuta finanziaria nelle mani di uno sconosciuto finanziere, Saverio Lamiranda, che compra e subito rivende il latte a Sergio Cragnotti e l’olio all’Unilever. La plusvalenza realizzata dallo spezzettamento, così, non va nelle casse dello Stato, ma chissà dove. Poi è la volta degli Autogrill, che sono conquistati dalla famiglia Benetton. Passato alle Autostrade, Valori compie il suo capolavoro: prima frena, sostenendo che le autostrade sono troppo importanti perché lo Stato non mantenga un ruolo nel settore, poi si dà da fare per venderle alla cordata capeggiata dai Benetton e da Franco Caltagirone (quello della Vianini costruzioni e del Messaggero), mantenendo salda la poltrona e intatto il suo potere. Ci riesce. Aprendosi al «nuovo che avanza». Intanto le sue relazioni internazionali si sono consolidate. Ha progetti autostradali negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia. In Israele vuole realizzare «l’autostrada della pace». In Corea vuole unire le due capitali, finora nemiche, del Nord e del Sud. Nella sua casa romana continua a ospitare personaggi di caratura internazionale, come quel Joachim Bitterlich, consigliere di Helmut Kohl per la politica internazionale, che vi passò in un momento delicato, quando l’Italia premeva per entrare nell’Euro e la Germania di Kohl frenava. Ora Valori ha cancellato dalla sua bibliografia sul Who’s who il libro su Ceausescu, ha dimenticato le amicizie strette con libici e arabi, e punta tutto sui rapporti con Israele. L’unica donna della sua vita, la madre Emilia, per la quale fa celebrare una grande messa ogni anno, il 15 novembre 1998 ha ottenuto l’onore di avere un albero (un ulivo) piantato nel Giardino dei Giusti, a Gerusalemme, dove sono ricordati i non ebrei che hanno aiutato il popolo ebraico. Motivazione: Emilia Valori durante la Resistenza salvò dalle deportazioni numerose famiglie ebraiche. Durante la cerimonia a Gerusalemme, Shimon Peres in persona ha sottolineato «il grande ruolo che Giancarlo Valori ha svolto nel riconoscimento reciproco tra Israele e la Cina». Grazie alle sue relazioni con i dirigenti cinesi, infatti, Valori ha posto le premesse per il primo viaggio di Peres a Pechino, nel maggio 1993. Dieci anni prima, Valori è stato protagonista di un’azione che gli israeliani non dimenticheranno mai. Così la racconta lui stesso, interrogato a proposito dal giudice Priore: «Nel 1988 mi attivai per la liberazione di tre ostaggi ebrei francesi catturati dagli iraniani in Iran. La richiesta mi pervenne da amici francesi di ambiente governativo che mi dissero trattarsi di un “caso umano”. Mi rivolsi al presidente della Corea del Nord, Kim Il Sung, da me conosciuto nel 1975 allorché per la Rai mi recai in Estremo Oriente per allacciare contatti utili all’apertura di uffici». Il contatto funziona, gli iraniani liberano gli ostaggi, Valori è insignito dal presidente francese François Mitterrand della Legion d’Onore, da esibire sul revers della giacca nelle grandi occasioni, accanto al nastrino di Cavaliere di Gran Croce conferitogli da Cossiga. Con tutti questi onori e con tutta la sua storia, oggi Giancarlo Elia Valori progetta il suo futuro, in un mondo che non è più quello in cui si muoveva Fiore di Loto. Gli piacciono gli onori accademici, ama gli ambienti internazionali, strizza l’occhio alla new economy, forse fa un pensierino alla politica. Comunque non vuole uscire di scena. Sarebbe contrario alla sua religione, quella del Potere”.

 (Gianni Barbacetto, L’ultimo potere forte. Giancarlo Elia Valori, 2000)

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