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La Terra inabitabile e il probabile futuro dell’umanità

Il libro di David Wallace-Wells “La terra inabitabile. Una storia del futuro” narra con efficacia cosa dice la scienza sullo stato di salute del pianeta e qual è il futuro che il crescente deficit ambientale riserverà all’umanità, nel caso in cui non si provvederà, a livello globale, ad interrompere il processo di deterioramento del clima. Anche al netto delle molte incertezze che caratterizzano lo stato attuale della conoscenza del fenomeno, “le ricerche scientifiche – afferma Wallace-Wells – parlano molto chiaro, e con chiarezza francamente terrificante”.

Al presente, secondo l’autore, le più affidabili valutazioni dello stato del clima e della sua probabile evoluzione sono quelle formulate in un recente “Report”, curato dal “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite”, secondo il quale se non saranno assunte decisioni immediate per la soluzione del problema delle emissioni di gas serra nell’atmosfera (rispondendo agli impegni assunti nel 2015 con l’accordo di Parigi, rimasti sinora inosservati) è probabile che, nel corso di questo secolo, la temperatura media del pianeta aumenti di 3,2 gradi, pari a tre volte l’innalzamento registrato dopo l’avvio della Rivoluzione industriale. Anche se l’incremento della temperatura fosse contenuto nei limiti di 2 gradi, l’umanità sarebbe afflitta da un’atmosfera con un eccesso di monossido di carbonio, che ridurrebbe l’apporto di ossigeno ai muscoli e al sistema nervoso delle persone.

Alcune ricadute del deterioramento climatico potranno sembrare di piccola entità, ma le loro conseguenze avranno una dimensione globale e saranno di vasta portata; anche se limitato, il surriscaldamento del pianeta porterà, ad esempio, allo scioglimento del permafrost, dove – ricorda Wallace-Wells – sono immagazzinate miliardi di tonnellate di carbonio (più del doppio di quello che si trova attualmente in sospensione nell’atmosfera terrestre); carbonio che, con il disgelo, sarà in parte rilasciata come metano. Un pianeta con temperatura più elevata, oltre che per le persone, e la vita animale in generale, sarà ostile alla vita del mondo vegetale, perché darà luogo a quello che viene chiamato “deperimento forestale”, ovvero al declino e all’arretramento di foreste e di boschi la cui estensione sarà pari a quella di intere nazioni.

La convinzione della quale il genere umano è stato portatore – sostiene Wallace-Wells – è che il clima “possa essere governato o gestito in maniera sensata da qualsiasi istituzione o strumento umano attualmente in essere”. Si tratta di un’illusione, se si considera che l’umanità, per gran parte della sua storia, è stata caratterizzata dall’assenza di una propensione alla collaborazione; solo di recente, dopo i conflitti distruttivi del XIX secolo, essa “ha cominciato a costruire qualcosa di simile a una struttura cooperativa”, aperta anche alla considerazione dei problemi connessi alle conseguenza del riscaldamento climatico. L’avvento dell’ideologia neoliberista, però, è valso ad affievolire la tendenza alla collaborazione transnazionale per la cura dello stato di salute del globo, in quanto quell’ideologia ha concorso a ridurre lo sfruttamento della Terra a un gioco distributivo a somma positiva.

E’ accaduto così che, proprio nel momento in cui la collaborazione internazionale per la soluzione dei problemi connessi all’emissione dei gas serra, decisiva per la sopravvivenza del mondo, l’ideologia neoliberista abbia favorito un processo di mondializzazione delle economie nazionali affrancato dai rapporti di collaborazione sopranazionale, il cui potenziamento sarebbe stato invece necessario per provvedere a contrastare l’impatto sull’ambiente e sul clima degli alti ritmi di produzione dell’economia globale. Al contrario, la riduzione dello sfruttamento della Terra a gioco distributivo a somma positiva ha promosso la propensione delle nazioni a rinchiudersi nelle “anguste nicchie del nazionalismo”, che le ha sottratte alla responsabilità di pensare ad una possibile risposta globale alle sfide del deterioramento climatico.

In questo modo, l’adattamento dell’umanità al cambiamento climatico è stato considerato in termini di scambi commerciali, basati su compromessi tra “riduzioni delle emissioni e crescita economica”; nei prossimi decenni, però, in conseguenza degli effetti a cascata del riscaldamento climatico, il mercato è destinato ad andare in direzione opposta, nel senso che una relativa prosperità economica potrà essere semmai “un benefit di un’azione più decisa sulla riduzione delle emissioni”, considerato che, com’è stato stimato, ogni grado di riscaldamento in più costi “a un Paese a clima temperato […] un punto percentuale di PIL”.

Ci sono speranze si chiede Wallace-Wells, che le nazioni rinforzino la loro collaborazione per contrastare gli esiti negativi sulle condizioni di vita dell’umanità causati dal riscaldamento del clima? In linea di principio non dovrebbero esistere ostacoli nell’inaugurazione di decisioni volte a fronteggiare il riscaldamento globale, considerato che esso “non è un delitto del passato”; sono invece le nazioni attuali che, perseverando nel conservare i loro alti livelli di produzione alimentati dall’uso di combustibili fossili, concorrono a distruggere il pianeta, anche se, a volte, esse sono propense ad assumere l’impegno a ricostruirlo. Però, considerate le condizioni di sopravvivenza alle quali si è oramai giunti, è inevitabile che si affronti la necessità, senza ulteriori ritardi, di affrontare il problema del come dare attuazione al progetto di sganciare l’intera attività produttiva dalla dipendenza dai combustibili fossili, decidendo in tempi brevi di optare per una delle possibili vie che lo stato di conoscenza dei fenomeni consente di percorrere.

Secondo molti scienziati, tale decisone dovrebbe essere presa entro il 2040, sebbene non si possa escludere che le nazioni arrivino a creare una sorta di “deus ex machina” tecnologico che consenta di catturare il carbonio immesso nell’atmosfera; ma anche se ciò accadesse – a parere di Wallace-Wells – il “marchingegno tecnologico” si staglierebbe “su un orizzonte cupo, oscurato dalle nostre emissioni, come un occhio da un glaucoma”, che renderà la vita dell’umanità caratterizzata da carestie e siccità diffuse, da economie al collasso e dalla crisi del modo tradizionale di produrre.

Con, riferimento ai cereali, la regola del mondo vegetale è che a ogni grado di riscaldamento la produzione cala di circa il 10%; il che significa che, se la temperatura dovesse aumentare di 5 gradi alla fine del secolo (quando, stando alle previsioni, la popolazione mondiale aumenterebbe del 50%), il pianeta potrebbe trovarsi con il 50% in meno di cereali da destinare all’alimentazione. L’ottimismo della cultura occidentale ha di solito respinto le previsioni malthusiane circa il diverso andamento della produzione cerealicola rispetto a quello della popolazione, accettando l’idea di una crescita continua della produzione di nuove risorse nel lungo periodo, per cui la produzione sarebbe stata sempre in grado di provvedere al fabbisogni di una popolazione crescente; un ottimismo che pare fuori luogo, se si pensa che la siccità contribuirà a peggiorare le conseguenze dell’aumento della temperatura sulle produzioni cerealicole, dal momento che molte terre dell’area temperata del globo si trasformeranno in deserti.

Riguardo al fabbisogno idrico, per quanto il 71% del pianeta sia ricoperto dall’acqua, quella dolce rappresenta appena il 2% dell’intera massa liquida e solo l’1% è accessibile all’uomo. Il resto è racchiuso nei ghiacciai; il che significa, come ha avuto modo di stimare il “National Geographic”, che di tutta l’acqua presente sulla terra solo una minima parte è a disposizione dei circa sette miliardi di abitanti per usi domestici e alimentari. Oltre agli usi domestici ed alimentari, si deve però tener conto che circa il 70-80 per cento dell’acqua dolce è impegnato per usi irrigui e che un ulteriore 10-20 per cento è assorbito dalle attività industriali. Non diversamente dalla crisi alimentare, anche quella idrica è per il momento ancora risolvibile; ma se mancheranno risposte globali per una soluzione dei problemi, l’esigua quantità di acqua dolce disponibile non lascia molti margini di manovra, anche perché essa sarà intaccata dal crescente cambiamento climatico.

Sin da quando si è cominciato a dibattere il problema del riscaldamento della Terra, esso è stato affrontato – sottolinea Wallace-Wells – sotto il profilo dell’acqua salata, focalizzando il problema sullo scioglimento dei ghiacciai artici e sull’innalzamento del livello dei mari, che avrebbero causato l’inondazione di vaste proporzioni delle zone costiere; la questione della disponibilità di acqua dolce è stata invece costantemente sottovalutata. La crisi che riguarda l’acqua dolce creerà difficoltà ben più significative di quelle appena accennate; nei prossimi trent’anni – sottolinea Wallace-Wells – si prevede una domanda aggiuntiva di acqua dolce da parte del sistema alimentare mondiale di circa il 50%, il 50-70 per cento in più lo chiederanno le città e le attività industriali. Tutto ciò si verificherà, mentre il cambiamento climatico, con l’aumento della siccità, concorrerà a diminuire l’offerta: dal punto di vista del fabbisogno idrico globale, gli esperti della Banca mondiale, in assenza di significativi interventi immediati per porre un limite alla diminuzione dell’offerta, prevedono che il PIL di numerose aree del pianeta sia destinato a ridursi, combinando i suoi effetti negativi col collasso delle economie di tutto il mondo.

Tra la fine della Guerra fredda e la Grande Recessione del 2007/2008, il convincimento prevalso nella cultura di gran parte del mondo è consistito nel credere che la crescita economica avrebbe posto rimedio a tutti i problemi sollevati dalla crisi ambientale, e da quella climatica in particolare. Dopo il 2008, però, molti economisti ed ecologisti, studiosi di quello da loro stessi chiamato “capitalismo fossile”, hanno iniziato a sostenere – osserva Wallace-Wells – “che l’intera storia della rapida crescita economica che ha preso il via, un po’ all’improvviso, nel XVIII secolo non sia [stato] il risultato dell’innovazione o della dinamica del libero scambio, ma semplicemente il frutto della […] scoperta dei combustibili fossili e di tutta la loro selvaggia potenza”; una scoperta che ha rivoluzionato l’organizzazione del sistema economico globale, sino ad allora basato sulla sussistenza.

Per quanto non sia largamente condivisa, questa tesi esprime una convincente sintetica prospettiva di interpretazione della storia economica del mondo. Prima della scoperta dei combustibili fossili, nessuno viveva in condizioni migliori di quelle dei propri ascendenti; successivamente, soprattutto nelle società occidentali, si è creduto di aver trovato la “via d’uscita” dal problema della scarsità delle risorse necessarie per il miglioramento delle condizioni esistenziali. L’aver imboccato quella via d’uscita, però, ha condotto al riscaldamento del pianeta, che ora ha un costo diretto per la crescita e per lo stato di salute delle persone.

Ciò sta avvenendo attraverso due tendenze che il riscaldamento del pianeta contribuisce ad accelerare: da un lato, spingendo l’economia globale verso una stagnazione permanente; dall’altro lato, creando condizioni ambientali tanto negative da compromettere lo stato di salute della popolazione globale. In un futuro economico doppiamente deteriorato da queste tendenze, conclude Wallace-Wells, dovrà pur essere presa, in tempi brevi, una decisione volta a contrastare le brutali previsioni degli esperti circa gli effetti del riscaldamento della Terra.

Su questo punto, si può solo osservare che la decisione necessaria, senza alternative, non può che essere fondata sull’urgenza di porre un limite alla logica della crescita economica continua, sinora assunta come mantra salvifico dell’umanità. Al riguardo, ciò che più preoccupa è il fatto che, nella lotta per la sopravvivenza del pianeta, siano stati privilegiati gli appelli per un’azione coordinata volta al contenimento del riscaldamento e non la discussione sul come organizzare il funzionamento dell’economia globale, una volta affrancata dalla dipendenza dei combustibili fossili e dalla logica della crescita economica senza limiti.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto sardo il 16 luglio 2020

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