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Assedio all’hotspot

La brutta vicenda di un bosco in città di Bologna, i Prati di Caprara

Quando è iniziata la brutta vicenda dei Prati di Caprara, un bosco selvaggio di 27 ettari che sorge a Bologna, lungo la via Saffi dietro all’ospedale Maggiore? Potremmo dire nel settembre 2015, quando un imprenditore canadese di origini italiane, Joey Saputo, ha acquistato la squadra di calcio Bologna FC. A dire il vero l’inizio sarebbe da anticipare di un anno, con la trattativa che vedeva Saputo alla guida di una cordata di imprenditori, il cui procuratore tuttofare era il mitico avvocato italo-newyorkese Joe Tacopina (poi diventato proprietario del Venezia FC). Sappiamo che la trattativa andò in porto, ma la cordata si sciolse, Tacopina si dimise (o fu cacciato da Saputo), e il nostro si trovò unico proprietario.

Subito, col doveroso piglio manageriale, Saputo ha elaborato un progetto di riqualificazione del vecchio stadio, un esempio di architettura razionalista fascista. Consisteva nella nuova edificazione di uno stadio più moderno, più grande e fuori città. Ma l’amministrazione si mise di traverso. Un lavoro enorme, che contraddiceva, tra l’altro, i dettami delle leggi regionali, ovvero non consumare altre aree agricole. Inoltre, come gestire la bega dello stadio dismesso? Il messaggio era: agire sull’esistente.

Esistente significava ristrutturare, con una copertura futuribile degli spalti, la creazione di unità commerciali e di terziario al suo interno, oltre a una piscina. Era anche necessario predisporre uno stadio temporaneo, mentre i lavori erano in corso. Costo stimato 70 milioni di euro, che sarebbero saliti rapidamente a 100. Un investimento troppo oneroso. Necessitava di una compensazione.

Ma torniamo per un attimo agli inizi. Non del progetto, ma della modalità “accordo pubblico-privato” per la gestione della cosa pubblica, che oggi sembra definitivamente acquisito e rappresenta la normalità.

Già negli anni ’80, coi vecchi PRG, erano previsti i “Piani Particolareggiati di Iniziativa Privata”, che affiancavano quelli pubblici. I comuni cedevano aree pubbliche ai costruttori, che le urbanizzavano in cambio della realizzazione di strade, aree verdi o scuole, asili, altri locali di servizio. Erano anni di boom, di bolle edilizie, si costruiva a rotta di collo. Gli effetti sono visibili a tutti: enormi palazzoni nelle periferie, trasformate in quartieri dormitorio.

Bisognerà aspettare una ventina d’anni, quando gli urbanisti della Regione Emilia Romagna, preoccupati dal “sacco delle città”, elaborarono la legge regionale n. 20 del 2000 che imponeva, perentoriamente, il blocco dei consumi dei suoli, soprattutto agricoli.

Ma, oltre al blocco – teorico, come vedremo – la legge 20 introduceva, nero su bianco, un concetto – il concetto: l’urbanistica concertata. Questo niente affatto teorico, ma perfettamente materialista e operativo. Di fatto era una presa d’atto che i comuni non dispongono delle risorse per investire nel patrimonio pubblico, per cui entrano in campo i privati con un dare e avere chiamato appunto concertazione.

A quel punto è partito il mantra che oggi viene ripetuto di continuo di fronte a qualunque proposta o critica: l’intervento dei privati è indispensabile perché non ci sono i soldi.

Curare la manutenzione di un parco? Non ci sono i soldi.
Intervenire sull’edilizia abitativa per l’emergenza abitativa? Non ci sono i soldi.
Potenziare la sanità? Non ci sono i soldi.
Riqualificare le periferie? Non ci sono i soldi.
Potenziare scuole e asili? Non ci sono i soldi.

Invece i privati hanno i soldi. Nel nostro paese dieci uomini possiedono un patrimonio personale che supera gli 80 miliardi di dollari. In centro a Bologna l’affitto di un locale commerciale di medie dimensioni si attesta sui 2.000 euro. Un bilocale a 800. Pertanto la questione non riguarda “se” ci sono i soldi, ma dove sono e come girano.

Ma per tornare alla nostra telenovela dello stadio: dal momento stesso in cui la cordata di Saputo ha incontrato l’assessore all’Urbanistica, che ne ha parlato col sindaco, il progetto non ancora presentato era già approvato. Perché s’aveva da fare. Perché la legge 20, ancora vigente al momento della trattativa (poi “migliorata” con la LR n. 24/2017 – si veda il Titolo II), con un articolato complesso e ben scritto, pieno di buoni propositi sulla tutela dei suoli e dell’ambiente, contiene un articolo non scritto, un articolo ghost: “Quello che s’ha da fare si farà”. E’ questo il codice segreto dell’Urbanistica Concertata.

E’ scattata quindi la fase due. La fase operativa. Viste le dimensioni e le implicazioni sulla città, il progetto doveva essere compreso nel piano principe della legge 20, il POC (Piano Operativo Comunale), lo strumento urbanistico che norma gli interventi, stabilisce i parametri e la capacità edificatoria.

Per cui, considerato che Bologna è una città democratica inserita in un sistema democratico, è partito il decentramento coinvolgendo i territori, cioè i quartieri. I quali ovviamente hanno approvato. D’altra parte si è mai visto un quartiere che abbia respinto un progetto strategico dell’amministrazione? Anche perché viene sempre prospettato come un regalo: riqualificazione, aumento di valore degli edifici esistenti, pulizia, decoro. Tra l’altro, nel bosco si è insediata una tendopoli di senza tetto. Per cui una parte della popolazione era favorevole all’edificazione, che avrebbe “mandato via i rom”. Ma dove? E’ ovvio che, essendo la scelta prioritaria dell’amministrazione quella di non occuparsi attivamente dell’emergenza abitativa ma degli affari, se smantelli un campo poi si riformerà da un’altra parte, oppure un numero sempre maggiore di persone dormirà sotto i portici (come sta avvenendo in questi tempi a Bologna).

Ed ora la domanda è: Prati di Caprara? Via Saffi? Cosa diavolo c’entra con lo stadio?

Appunto. Un bel nulla. E’ un altro quartiere, senza alcun collegamento con le dinamiche dello stadio, che dista mezza città.

Ma parlavamo di compensazione. Niente paura. Quel piccolo capolavoro del “neoliberismo etico” che è la legge 20 ha pensato a tutto. Si parla (e la cosa è ripresa nei vari piani urbanistici comunali), di “perequazione urbanistica” (art.7), ovvero la capacità di trasferire capacità edificatorie da un ambito all’altro. Per cui l’intervento dei Prati Caprara è stato inserito nel progetto complessivo dello stadio.

In effetti il business è di tutto rispetto. Già, perché intanto il progetto nel 2016 è entrato nel nuovo POC. Naturalmente dopo l’iter dovuto, lungo e complesso, che comprende la famosa VIA (Valutazione di Impatto Ambientale): uno studio composto da grafici colorati, tabelle, calcoli, impatto sul traffico (disastroso ovviamente, è prevista anche una nuova strada, nella zona più congestionata e inquinata della città), che ha lo scopo di dichiarare conforme all’ambiente il progetto già approvato all’origine.

E fa impressione: metà abbondante del bosco verrà raso al suolo (il blocco del consumo dei suoli, già) per l’edificazione di 1.164 alloggi, 50.000 mq di superficie commerciale e terziaria, un outlet (la cosiddetta “Città della moda”), una scuola (privata? Pubblica?) e una strada.

Nel frattempo è nato un comitato di cittadini, Rigenerazione no speculazione, che si oppone con tenacia al progetto e cerca di sensibilizzare la cittadinanza sulla follia di distruggere un bene prezioso per la città come un intero bosco. Chiede la tutela del FAI, organizza flash mob e passeggiate sociali per farlo conoscere, avanza proposte alternative e ha raccolto circa 10.000 firme.

Forse è anche per merito del comitato se il progetto, pare, è in via di ridimensionamento? Ma sono voci, annunci, forse gossip. Come le dichiarazioni del sindaco Merola, o un presunto abbassamento dei 182.000 metri quadrati di nuova edificazione a 170.000. La parte giuridica resta, non si conoscono varianti, e intanto è stata costituita la società, presieduta da Saputo, che seguirà l’iter dei lavori. Inoltre una parte dei lavori è già iniziata. 2 ettari di bosco sono stati rasi al suolo, nel comparto dove dovrebbe sorgere la scuola con la strada. Ora è una radura abbandonata, con le erbacce alte due metri. Un classico.

Ma… la follia, si diceva. Sì, c’è un retrobottega di follia nella furia affaristica che prevede la rovina di una parte di mondo dove gli stessi attori ci vivono, coi loro familiari. E la follia comprende anche la megalomania: avanti coi supercantieri, macchine operatrici, oneri di urbanizzazione che permetteranno l’avvio di altri cantieri che forniranno oneri di urbanizzazione, e così via. Ma intanto la crisi, la crisi senza fine, endemica, strutturale, del neoliberismo, lavora dentro e fuori. La sperequazione selvaggia riduce in povertà vaste fette di popolazione, per cui si venderanno tutti questi appartamenti?

Inoltre è subentrato pure il Coronavirus col lockdown, e si prevede una nuova crisi economica, più grave dello stesso virus. Per cui si vedrà?

Ma i soldi… quelli continuano a esistere. Non si ammalano. Non si beccano il Coronavirus. E prima a poi tornano a circolare.

Perché non ci risulta che nessun virologo abbia dichiarato, in televisione, che “100 milioni di euro sono morti per Coronvirus.

Questo articolo è stato pubblicato su Carmilla il 2 luglio 2020

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